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MUSEE D’ORSAY – CAPOLAVORI

Roma, Complesso del Vittoriano, fino all’8 giugno

Eccezionale. L’aggettivo, abbastanza abusato, appare per una volta più che adeguato. L’esposizione dedicata alla collezione del museo parigino, noto soprattutto per la collezione impressionista, è di quelle imperdibili, per gli artisti esposti, ma anche soprattutto per le opere scelte, alcune delle quali vere e proprie perle poco conosciute.

La mostra viene aperta da una sezione introduttiva che mostra l’evoluzione del museo, da stazione in stato di abbandono trasformata in area espositiva anche grazie al contributo dell’architetto Gae Aulenti, fino alle ultime modifiche, per restare al passo coi tempi.

Il percorso vero e proprio si snoda all’insegna di un’evoluzione storica abbastanza consueta e con essa lo sviluppo ‘ideale’ del movimento impressionista, sfociando poi nelle sue più immediate derivazioni (puntinismo e simbolismo, coi primi accenni di espressionismo e pittura astratta); l’apertura è dedicata al ‘ciò che c’era prima’, con alcuni esempi di pittura ‘accademica’ trai quali svetta la Diane di Delaunay… poi ecco irrompere l’impressionismo, con l’uso della luce e il ricorso a soggetti tratti dal quotidiano: i paesaggi campagnoli di Pissarro e i boschi innevati di Sisley, le barche a vela di Monet ma anche quelle di Van Rysselberghe, che sembrano quasi sfumare nelle pennellate puntinate del mare.

Successivamente, ecco le opere a tema cittadino, per il ritratto o per la ripresa di scene di vita reale: colpiscono, su tutti, le ballerine di Degas, le “Bretoni con l’ombrello” di Bernard e “Il circo” di Seurat con la sua riduzione all’essenziale. La ritrattistica è il terreno in cui l’impressionismo lascia spazio alle complicazioni ‘espressioniste’, in cui il ritratto ‘esteriore’ il mezzo per cominciare a riflettere sull’interiorità: ed ecco allora la figura “A letto” di Vuillard, che sembra quasi sfumare e perdere d’identità tra le lenzuola, ma soprattutto la donna ritratta di spalle in “Hvile” di Vilhelm Hammershoi.

L’ultima sala è quella che riserva le sorprese più belle: non solo per ospitare un Van Gogh, un Gauguin e il bellissimo tramonto di Vetheuil di Monet; ma soprattutto per il potente simbolismo dei “Jeux d’eau” di Bonnard, l’argine di “Les Andelys di Signac” e, ultima opera esposta, le “Iles d’or” di Henri – Edmond Cross, in cui lo studio impressionista sulla luce finisce per affacciarsi sul grande mare della pittura astratta. La ‘ciliegina sulla torta’ di una mostra imperdibile.

Elie Delaunay, “Diane”

 

Edouard Vuillard, “A letto”

 

Vilhelm Hammershoi, “Hvile”

 

Pierre Bonnard, “Jeux d’eau”

 

Claude Monet, “Tramonto a Vétheuil”

 

Pual Signac, “Les Andelys”

 

Theo Van Rysselberghe, “Vele ed estuario”

 

Henri – Edmond Cross, “Les iles d’or”

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GEMME DELL’IMPRESSIONISMO

Dipinti della National Galley of Art di Washington

Roma, Ara Pacis, fino al 23 febbraio

Restano ancora circa un paio di settimane per fare una visita a questa mostra, basata sulla collezione accumulata da Andrew Mellon, uno di quei classici personaggi americani con la ‘vita da film’: un genio della finanza che arrivò a ricoprire anche alte cariche statali e che dedicò parte della sua fortuna alla raccolta di opere d’arte, per poi donare il suo patrimonio al popolo americano, attraverso la creazione di un grande museo; attività questa poi proseguita dai figli.

La mostra allestita presso l’Ara Pacis è svolta all’insegna di moduli abbastanza consueti: cinque le sezioni – Pittura ‘En  plein air’, ritratti, quadri con soggetti femminili, natura morte e un ultimo segmento dedicato in particolare a Bonnard e Vuillardi – in cui i ‘grandi’ ci sono più o meno tutti: Van Gogh, Renoir, Monet, Manet, Seurat, Cezanne, Pissarro, Sisley, Gauguin fino alla pittrice Berthe Morisot e a Tolouse – Lautrec; certo, con vario ‘peso’ (di Van Gogh per esempio c’è una sola opera, di Renoir due), ma che comunque offrono una panoramica pressoché completa del movimento. Abbondanti  gli apparati redazionali, con una esaustiva galleria di biografie degli autori esposti ed un interessante sezione dedicata al rapporto tra il progresso scientifico e tecnologico, nella scienza del colore e nei materiali utilizzati, con l’esplosione del movimento.

L’unico limite – opinione personale – è che forse la parte più interessante, quella della pittura ‘all’aria aperta’, dove l’Impressionismo svolge tutte le sue potenzialità, si esaurisce fin troppo presto, nella parte iniziale dell’esposizione, per lasciare ben presto lo spazio a ritratti e nature morte, che, con tutto il rispetto, non sono propriamente la mia ‘passione’; in ogni caso, visto il livello dei nomi esposti, la mostra merita una visita, e dopo tutto, “I vendemmiatori” di Renoir e il “Paesaggio marino di Gravelines” di Seurat da soli valgono il prezzo del biglietto.

Renoir, “I vendemmiatori”

Seurat, “Paesaggio marino (Gravelines)