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FRANCOBEAT, “RADICI” (BRUTTURE MODERNE / AUDIOGLOBE)

Fin dai primi lavori discografici, Francobeat (all’anagrafe Franco Naddei) si è dedicato alle contaminazioni tra musica e letteratura, con lavori – anche teatrali – ispirati alle opere di Rodari, Sciascia, Manganelli; poi, un paio di anni fa, una proposta: musicare i testi scritti dagli ospiti della residenza per disabili mentali “Le radici” di San Savino, nei pressi di Riccione.

Proposta che diventa sfida, impegno, impresa, un lavoro di due anni nel quale Francobeat ha progressivamente coinvolto una serie di amici, trai quali John DeLeo, Sacri Cuori, Diego Spagnoli degli Aidoru. Il risultato sono questi quattordici brani, cui Francobeat ha conferito varie vesti sonore: spesso e volentieri all’insegna di atmosfere elettropop (il suo principale riferimento sonoro), ma anche di folk acustico, di indie-rock vagamente sbilenco, con episodi che rimandano a Tricarico, Bugo, volendo Elio e le Storie Tese.

Il materiale è di quelli delicati, da ‘maneggiare con cura’: ascoltato così, senza conoscerne la storia, “Radici” è uno di quei dischi che possono fare la felicità degli amanti del nonsense, delle atmosfere surreali e sbilenche, del flusso di coscienza, dell’attitudine ludica pronta a trasformarsi in meditazione crepuscolare… ma col senno di poi, non si può non ascoltare il lavoro sapendo che questi testi sono frutto di un disagio reale… come quando si abusa del termine ‘matto’, per definire una persona semplicemente ‘fuori dagli schemi’, dimenticandosi troppo spesso le vittime del vero disagio, della reale malattia.

Non che per questo ad ascoltarlo ci si debba per forza immalinconire, o peggio impietosire: forse, invece, incuriosire, magari intenerire, spesso e volentieri riflettere, su questi testi: talvolta semplicemente fantasiosi, che in altre occasioni rappresentano il proprio vissuto, la propria storia, il modo di guardare a sé stessi e alla realtà circostante… quello che succede, in fondo, per qualsiasi autore, di canzoni, poesie od altro.

E allora, forse, il pregio maggiore di questo progetto è portare all’esterno un mondo che, troppo spesso, si preferisce pensare ‘a parte’, come se all’interno delle mura delle strutture di cura vivessero solo persone chiuse nel buio della propria inconsapevolezza, incapaci di comunicare all’esterno, o di farlo in modo comprensibile… magari, spesso, si preferisce pensarlo, forse perché più ‘comodo’ perché la disabilità mentale (e non solo) mette a disagio… e invece “Radici” mette in scena i sogni, l’immaginazione, le riflessioni di persone che la disabilità mentale rende certo ‘diverse’, ma non per questo poi così distanti dai cosiddetti ‘normali’.

ILARIA VIOLA, “GIOCHI DI PAROLE” (LAPIDARIE INCISIONI / AUDIOGLOBE)

Magari sembrerà una considerazione un po’ banale, ma ogni tanto una voce femminile ci sta bene. Non voglio entrare nel merito di questioni ‘di genere’, di ‘quote rosa’ musicali e via discorrendo, ma è un fatto che alla fine ogni tanto una voce femminile che spezzi la monotonia è alquanto gradita…

Specie se poi, come in questo caso, interpreta un disco piacevole; capita a puntino, questo “Giochi di parole”: un disco fresco, leggero senza essere superficiale, anzi, ma cosparso di un clima da inizio primavera… Sarà forse che talvolta il primo brano dà un pò ‘l’imprinting’ al resto dell’ascolto, ma la deliziosa apertura di ‘Come d’estate’ è una di quelle che meglio predispongono all’ascolto, nel suo essere il grazioso quadretto di una passeggiata estiva di prima mattina…

Un avvio che mette di buon umore e invita volentieri a restare in ascolto, a prestare attenzione: ne seguono altri otto pezzi, in cui la cantautrice romana, autentica ‘factotum’ del progetto (seppure accompagnata da una band di cinque elementi), passa agevolmente da territori squisitamente cantautorali a suggestioni sudamericane (argentine e brasiliane), sfiora la nobile tradizione francese, non disdegna territori jazz, anche con qualche derivazione tzigana, qualche vaga dissonanza… il risultato è un disco dinamico nei suoni, abbastanza movimentato, con una sequenza di brani azzeccata, che non annoia. I temi riguardano il quotidiano, spesso i rapporti interpersonali, tra relazioni sentimentali complicate e incapacità di comunicare, ma trova spazio anche la fantasia, tra una rilettura del mito di Arianna e la ripresa de La strega e il capitano di Sciascia, all’insegna di una scrittura (talvolta frutto di qualche contributo esterno) efficace.

L’interpretazione, costantemente orientata una certa ‘teatralità’ (risultato dei trascorsi dell’autrice), appare sempre velata di ironia, pronta a diventare vago disincanto negli episodi più crepusolari, senza sfociare mai nell’autentico dramma, ma piuttosto pronta a colorarsi di un filo di amarezza.

Un disco leggero, che scalda col tepore di uno di quei pomeriggi di primavera / estate in cui però una folata di brezza può causare un improvviso brivido di freddo.

Chi volesse, può farsi un’idea qui.