Posts Tagged ‘Samuel L. Jackson’

CAPTAIN MARVEL

‘Arruolata dai Kree nella loro infinita guerra con gli Skrull, ‘Vers’ arriverà sulla Terra per una missione legata al suo passato, che le restituirà la propria identità – Carol Danvers – e le darà piena coscienza dei propri poteri, da usare col nome di battaglia di Captain Marvel (io ‘sta storia del ‘Captain’ al posto del ‘Capitan’ non l’ho mai digerita, ma vabbé).
Primo film Marvel dedicato ad un’eroina femminile, e per questo subito derubricato come ‘femminista’, anche se non credo basti una protagonista volitiva e che pensa di non dover dimostrare nulla a nessuno a giustificare le lodi o le critiche sollevate su questo aspetto del film: il messaggio è insomma trasversale e non sono certo solo le donne a doversi rialzare dopo ogni caduta o a dover dimostrare qualcosa agli altri se sono sicure di sé stesse.
Sbrigata questa faccenda, resta il film, discreto esempio del genere, una classica storia di (ri)scoperta delle proprie origini, con momenti gloriosi, le immancabili gag (prevedibili per chi già conosceva i fumetti) – stavolta incentrate su un ‘gatto’ decisamente ‘particolare’ – e l’altrettanto immancabile travisamento di un personaggio storico, che ha suscitato l’ira dei lettori storici e le consuete polemiche (a questo punto c’è da pensare che il tutto sia voluto).
A lasciare il segno è però soprattutto la colonna sonora: il film è ambientato nei ’90, e questo ha permesso agli autori di sbizzarrirsi, arrivando a ‘rispolverare’ le Elastica e i No Doubt, senza farci rinunciare ai Nirvana.
Gli attori se la cavano: Brie Larson è credibile, Samuel L. Jackson è un’ottima spalla per tutto il film, Jude Law e Annette Bening svolgono agevolmente il compito, Clark Gregg torna a vestire i panni dell’agente Coulson.
Un film che sembra dare nuova linfa a un universo cinematografico Marvel un po’ in affanno e un ottimo antipasto in attesa del fragoroso “Avengers Endgame” del mese prossimo in cui Captain Marvel sembra destinata a un ruolo di primo piano.

THE HATEFUL EIGHT

All’indomani della fine della Guerra di Secessione, otto personaggi variamente assortiti si ritrovano bloccati da una tormenta di neve in un emporio isolato tra le montagne del Nord America.
Ognuno è mosso dalle proprie personali motivazioni, a cominciare da un cacciatore di taglie che sta ‘accompagnando’ una condannata a morte nel suo viaggio verso la forca… ma ovviamente non tutti sono chi dicono di essere e la situazione non tarderà a degenare, sfociando in un prevedibile bagno di sangue.

Il nuovo film di Quentin Tarantino non è un western: del genere ha solo l’aspetto per così dire, esteriore, ma cambiate ambientazione storico / geografica, costumi e quant’altro, e il risultato non cambierebbe poi tanto; “The Hateful Eight” è un thriller perfettamente congeniato, che si inserisce in un ‘filone’ che va dall’hitchcokiano “Nodo alla gola” al più recente “Carnage” di Polanski.

Probabilmente il film più ‘teatrale’ di Tarantino, che offre un eccezionale saggio di maestria registica e di sceneggiatura, riducendo all’osso la ‘narrazione’ (lasciata in pratica solo a un paio di flashback) per concentrarsi su dialoghi e inquadrature, costruendo un meccanismo a orologeria che accompagna lo spettatore verso il classico finale ‘tarantiniano’, ampiamente atteso e telefonato, ma per nulla deludente.

Non mancano ovviamente le battute a effetto, le citazioni, le allusioni (il gioco è quello consueto, a ognuno la libertà di andare a cercare il ‘canone’ di riferimento, vero o presunto), gli ‘effettacci gore’ (il sangue scorrerà, copioso), le esagerazioni che finiscono per strappare la risata…

Eppure, forse per la prima volta con un film di Tarantino, ci si alza dalla poltrona con un senso di inquietudine: come in tanti hanno già sottolineato (e in parte anche io sono stato influenzato da queste considerazioni), i personaggi di “The Hateful Eight” sono tutti delle carogne: non se ne salva uno; rappresentanti di un’epoca storica in cui la bontà d’animo finiva per essere fatale e portare spesso a morte prematura, i protagonisti di questo film rappresentano uno schiaffo in faccia a ciò che oggi intendiamo per etica, morale, diritti umani: gente del tutto incurante per la vita umana, che all’opposto è la prima cosa con cui pulirsi il c**o se necessario; non c’è un filo di bontà, di magnanimità, di ‘pietas’, di empatia: homo homini lupus, come se ognuno fosse il solo essere umano di questo mondo, e tutti gli altri fossero me**da da scaricare nel water. Persone (personacce) mosse dall’unico principio del farsi i ca**i propri, accoppando anche per futili motivi chiunque si pari sulla propria strada; gente con dei ‘principi’? Forse, se per principi intendiamo un senso dell”onore’, del ‘rispetto’, della ‘legge’ o della ‘giustizia’, ma intesi in modo del tutto personale: se poi incidentalmente coincidono con quelli del prossimo, bene; se così non è, il prossimo lo si accoppa senza tanti complimenti.

Un’allegoria, una metafora di ciò che è diventato il mondo di oggi? Forse: in fondo se è vero che ancora oggi al mondo c’è chi per uno ‘sgarro’ è più che disposto ad accoppare il prossimo, è altrettanto vero che il ‘mors tua, vita mea’ è un principio attorno a cui continua a girare il mondo: basta pensare alla finanza che divora i risparmi delle persone, alle industrie cancerogene, ai politici che si fanno gli affari loro alle spalle dei cittadini che gli danno il voto.

Il cast: come al solito, eccezionale: una schiera di vecchie conoscenze tarantiniane, a cominciare da Tim Roth, Michael Madsen e Kurt Russell (cui si aggiungono James Parks e Zoe Bell); un carismatico Bruce Dern; un Walton Goggins in continua crescita; un Channing Tatum che (per quanto in un ruolo limitato), aggiunge al proprio curriculum una pellicola tarantiniana, rafforzando ulteriormente la sua carriera di attore… ma, su tutti, una Jennifer Jason Leigh  (attrice dalle enormi potenzielità, troppo spesso sopravvalutata) in stato di grazia e che l’Oscar per il quale è candidata lo meriterebbe tutto, e soprattutto un Samuel L. Jackson che giganteggia nel suo ruolo più cattivo di sempre (e menzione d’onore per Luca Ward che gli ha dato il marchio di fabbrica vocale a casa nostra, un carattere distintivo senza il quale l’attore sui nostri schermi non sarebbe lo stesso) e che forse una nomination all’Oscar l’avrebbe pure meritata.

Eccezionale la fotografia, nelle riprese dei grandi spazi aperti, e poi… la colonna sonora di Morricone, con la lunga suite iniziale che da sola dà corpo e ‘significato’ alla lunga sequenza che apre il film.

Tarantino stavolta è stato completamente ignorato dall’Academy per gli Oscar, anche se regia e sceneggiatura avrebbero ampiamente meritato la nomination: forse perché stavolta, oltre a tutti i ‘soliti’ pregi dei suoi film, il regista più di altre volte sgombrando il campo da ogni ipocrita buonismo, mette di fronte lo spettatore a una verità scomoda: che l’uomo in fondo altro non è che una bestia e che quando si viene al dunque è più che mai disposto a sopprimere il proprio simile; e questo i ‘guardiani’ del cinema buonista che premia solo gli eroi positivi, meglio se suscitano la facile lacrima questo proprio non potevano permetterlo.

DJANGO UNCHAINED

… che poi alla fine questa rischia di essere una recensione completamente inutile: a poco più di una settimana dall’uscita, riuscire a dire qualcosa di originale su Django Unchained è esercizio arduo e anche un tantino presuntuoso: il film è stato già ampiamente sviscerato e sezionato…
La storia è più o meno nota: un cacciatore di taglie tedesco (Christoph Waltz), libera per i suoi scopi personali lo schiavo Django (Jamie Foxx); trai due in seguito nasce un forte legame di amicizia che li porterà a muoversi alla ricerca della moglie dello stesso Django (Kerry Washington), schiava di un terribile proprietario terriero (Leonardo DiCaprio), fino all’inevitabile carneficina finale.
Dopo i gangster, la black exploitation, le arti marziali, i maniaci autostradali, i film di guerra, Tarantino si butta sul western, omaggiando ancora una volta il cinema italiano ‘di genere’ e ispirandosi ai cari, vecchi, ‘spaghetti western’.
Tarantino, lo hanno già scritto altri, fa film non tanto per ‘riflettere sui massimi sistemi’: il suo scopo alla fine è quello di intrattenere lo spettatore, regalandogli qualche ora di svago, coinvolgendolo e prendendolo per mano, per poi improvvisamente condurlo davanti a una finestra spalancata e scaraventarlo di sotto, precipitandolo nel solito baratro di ‘esagerazioni senza freni’ che giunge puntuale in ogni suo film: anche stavolta sotto forma di una bella carneficina finale, ricca di spunti che non possono fare a meno di far sorridere.
Si ride, in parte ci si indigna di fronte alla violenza della schiavitù: Tarantino non ci risparmia (quasi) nulla, in virtù di quella che un’illustrazione di quanto avveniva ai tempi, crudeltà assortite incluse, che non può certo essere accusata di intenti di ‘spettacolarizzazione’: visto il film, la polemica imbastita da Spike Lee sembra abbastanza tendenziosa e immotivata.
Un film western corroborato di trovare ironiche, che non si risparmia accenti ‘slasher’, che come al solito in Tarantino trova i suoi punti di forza nella perfezione formale e nella regia ai massimi livelli, che stavolta usa in modo impeccabile le scenografie mozzafiato delle montagne americane.<br>
Non mancano certe ‘fisse’ stilistiche di Tarantino: anche qui alcune delle ‘scene madri’ si svolgono in contesti conviviali, mentre  il regista ci fa ancora una volta assaporare un dolce, ma ingolosire è soprattutto quella che resterà negli annali come una delle birre più succulente della storia del cinema…
Il tutto affidato a un cast come al solito di livello eccelso, sul quale svettano Waltz e Di Caprio, accompagnati da un Samuel L. Jackson formidabile nel ruolo del capo della servitù talmente succube e fedele del ‘padrone’ dal non esitare a mettersi dalla sua parte contro la sua stessa gente: un trio che finisce quasi per mettere in ombra il protagonista Foxx, comunque efficace nel dare vita al personaggio, in un cast completato da una Kerry Washington che svolge egregiamente l’incarico affidatole, e arricchito dal solito ‘nugolo’ di ‘comparsate’, tra cui spiccano Don Johnson, Bruce Dern, l’immancabile Michael Parks, fino al genio degli effetti speciali Tom Savini e allo stesso Tarantino che si ‘regala’ una delle morti più spassose dell’intero film.<br>
Immancabile nota di merito per la colonna sonora, che va dalle colonne sonore di Morricone, Micalizzi, Ortolani e Bacalov, fino al tema di Trinità, al folk americano di ieri (Johnny Cash, Jim Croce) e oggi (John Legend).
Tarantino è tornato e, come al solito, W Tarantino!!!

AVENGERS

Quando Loki – dio nordico della menzogna e dell’inganno e fratellastro di Thor – si impadronisce di un artefatto cosmico che gli permette di aprire un portale spaziale invadendo la Terra con un esercito di alieni, è il momento in cui ‘gli eroi più potenti della Terra’ devono unire le forze per contrastare la minaccia. Nick Fury, capo della superagenzia di spionaggio SHIELD raccoglie così Iron Man, Thor, Hulk, Capitan America, la Vedova Nera e, in seguito, Occhio di Falco per far fronte al pericolo. Un tale gruppo di ‘forti personalità’ avrà prevedibilmente molte difficoltà ad operare assieme, tra sfiducia e sospetti reciproci, ma alla fine, appianate le divergenze  e messe da parte le differenze caratteriali, riusciranno a fare fronte comune contro il pericolo incombente…
Un film atteso, attesissimo dagli appassionati: sognato dagli iinizi degli anni 2000, quando  l’Uomo Ragnò sbarco finalmente sul grande schermo; ambito da quando, col primo film dedicato da Iron Man, si capì che la Marvel aveva tutta l’intenzione di portare progressivamente sullo schermo i vari ‘pesi massimi’, prima singolarmente e poi tutti insieme.
Come in ogni occasione del genere, l’attesa spasmodica poteva generare un filo di delusione: così, fortunatamente non è stato.
Avengers è un film pieno, dalla spettacolarità mastodontica e fantasmagorica. Chi andando al cinema si aspetta, anche da un film supereroistico, un minimo di ‘riflessione’, può tranquillamente rimanere a casa, risparmiando tempo e soldi: qui non c’è la riflessione sulla ‘diversità’ degli X-Men, non si ragiona sui problemi dell’adolescenza come nell’Uomo Ragno, non si riflette sul labile confine tra bene e male come in Batman o sul ‘lato oscuro’ come in Hulk.
Avengers è una baraonda, una corsa a perdifiato: o meglio, parte a passo di maratona, prosegue marciando spedita e si conclude con gli ultimi quaranta a ritmo da cento metri piani; proprio questo finale, roboante e maestoso, vale probabilmente tutto il prezzo del biglietto, regalando un  film memorabile non solo per gli appassionati di fumetti, ma anche per coloro che vanno al cinema per divertirsi, meravigliarsi, venire rapiti dalla ‘grandeur’ immaginifica delle scene di combattimento di questi eroi, ‘super’ per retaggio divino, esperimenti scientifici o semplicemente per essere uomini e donne normali con intelligenza o abilità fuori dal comune.
A dirigere l’orchestra è Joss Whedon, uno che ha cominciato coi telefilm di Buffy e ha proseguito scrivendo proprio fumetti di supereroi per la Marvel (in quel caso, gli X-Men). I solisti, che vanno a comporre questa ‘band ultrapotenziata’ sono Robert Downey Jr., ormai ‘consumato’ interprete di Iron Man (che gigioneggia un filo, specie nella parte iniziale-centrale del film forse un pò troppo infarcita di battutine); Mark Ruffalo, che intepretando Bruce Banner (il suo alterego Hulk affidato alle magie della CGI) riesce nell’impresa di non far rimpiangere Edward Norton, che aveva interpretato alla perfezione il personaggio nel precedente film a lui dedicato; Chris Evans, non strabiliante, ma comunque efficace nel suo intepretare un Capitan America che, risvegliatosi dopo 70 anni di ibernazione, è un uomo degli anni ’40 che deve scendere a patti con l’oggi; Chris Hemsworth, più sciolto, espressivo e meno legnoso rispetto al lungometraggio dedicato a Thor; Scarlett Johansson, un’algida superspia russa con delle fragilità nascoste; Jeremy Renner, dignitoso interprete dell’infallibile arciere Occhio di Falco e last but not least, Thom Hiddleston nel ruolo del cattivissimo Loki, ancora una volta perfetto nella caratterizzazione di un supercattivo che sistematicamente diviene vittima delle sue insicurezze.
Tra scontri trai supereroi prima e tra loro e gli invasori dopo, con almeno un paio di scene memorabili pronte a strappare l’applauso, Avengers è un ‘giocattolone’ i cui meccanismi funzionano alla perfezione, pronto ad avvolgere e affascinare tutti coloro che siano un minimo disposti a farsi ammaliare dalla ‘sospensione dell’incredulità’. Un film da non perdere per gli amanti dei fumetti e del cinema ‘di genere’… tutti gli altri, beh… forse un’occhiata gliela potrebbero comunque riservare.

RADIOROCK.TO

ARRIVANO I VENDICATORI!!!

Come tutti credo sappiate, mercoledì prossimo gli Avengers sbarcheranno al cinema. Per chi vuole,

L’ANTEPRIMA

e la

RECENSIONE (che specifico, non contiene spoiler sulla trama)