Posts Tagged ‘Ru Catania’

AFRICA UNITE, “IL PUNTO DI PARTENZA” (AUTOPRODOTTO)

Intitolare un disco “Il punto di partenza” quando si è in circolazione da trent’anni e passa.

Pensi agli Africa Unite e in effetti ti rendi conto del tempo da cui sono in circolazione.

Pensi agli Africa Unite e, anche se il reggae non è mai stato la tua ‘passione’, anche se non sei mai stato ad un loro concerto, alla fine volente o nolente li hai incrociati, più di una volta, magari ascoltandoli per radio e fermandoti lì, perché insomma, gli Africa Unite ‘ci sanno fare’ – non sarebbero durati così tanto, altrimenti – e in fondo la loro musica al di là dei gusti di ognuno finisce per coinvolgere… Per dirne una, quando ho scritto questo post, qualche giorno fa,  a Roma era una giornata più che mai uggiosa, fuori diluviava e (anche forse un po’ banalmente, ammetto), il ritmo rilassato e le sonorità solari degli Africa ci stanno bene…

Quando gli AfricaUnite sono nati, andava di moda il post – punk… i loro primi dieci anni li hanno compiuti quando si girava in camice a quadrettoni e si ascoltavano i Nirvana… e il discorso potrebbe continuare… mentre si sono succeduti svariati revival punk, il trip – hop, la jungle e l’elettronica ‘sparata’, e il brit pop, gli Africa Unite stavano sempre lì, decisamente non sotto ai riflettori, eppure vivi e con un loro seguito, il classico ‘zoccolo duro’…

Viene da pensare come alla luce di tutto questo, gli Africa Unite siano quasi un caso isolato negli ultimi trent’anni di storia della musica italiana: sempre lì, a sfornare nuovi dischi, ‘fedeli alla linea’ si potrebbe dire citando i quasi coetanei (ma molto, molto, molto meno longevi CCCP), all’insegna di un’attitudine e di una coerenza non certo frequenti…

Anno Domini 2015, e gli Africa Unite sono ancora qui, a sfornare un nuovo disco… prodotto e ‘pubblicato’ all’insegna di quell’attitudine ‘do it youtself’ molto diffusa proprio agli inizi degli anni ’80, quando magari la musica girava su cassettine ‘artigianali’ duplicate… oggi, la tecnologia a trasformato tutto quello in un semplice ‘clic’: “Il punto di partenza” lo potete scaricare gratis e senza limiti, sul sito della band, che ha scelto di puntare tutto sulle esibizioni live: un disco lo si può pure scaricare, ma il ‘live’ è un esperienza unica, ogni volta nuova, irripetibile.

“Il punto di partenza” è un disco in cui spesso e volentieri il reggae filtra con l’elettronica, con episodi dalle suggestioni dub e parentesi dall’appeal industriale, quasi cyber…

Un lavoro impreziosito dalle collaborazioni con Raphael e More No Limiz, ma soprattutto quella con gli Architorti, che dà vita ad un paio di pezzi in cui il reggae si contamina – efficacemente – con la musica classica .

Bunna, Madaski, Ru Catani, ‘Benz’ Gentile, Alex Soresini, ‘Piri’ Colosimo, Paolo Parpaglione e Mr.T Bone danno vita ad undici brani in cui si rivendica la propria attitudine, dichiarazioni d’amore per il reggae e la lingua italiana, frecciate contro l’ossessione per la notorietà ai tempi dei social network… con episodi – ‘Il volo’, ‘La Teoria’ – in cui il reggae si sposa con la migliore tradizione italiana del cantautorato pop più elegante, e ti viene da pensare che in un mondo alternativo sarebbero entrati direttamente nelle heavy rotation di ogni radio…

Ascoltando “Il punto di partenza” si ha più che mai l’impressione che gli Africa Unite siano entrati di diritto nel ‘patrimonio artistico’ della canzone italiana: non uno di quei monumenti che tutti vanno a visitare, magari uno di quei ‘borghi’ poco conosciuti che si ‘aprono’ solo ai più curiosi e a coloro che magari hanno la curiosità di deviare dagli itinerari più battuti…

GALAPAGHOST, “DANDELION” (LADY LOVELY /AUDIOGLOBE)

In tempi di globalizzazione ormai radicata anche in campo musicale, che un cantautore americano esca per un’etichetta italiana non dovrebbe sembrare poi tanto insolito, anche se forse a dire il vero ci si aspetterebbe piuttosto il contrario.

Nonostante questo, l’idea di un cantautore nato a Woodstock e trasferitosi poi in Texas che finisce per pubblicare i propri dischi per una piccola casa discografica torinese ha un suo fascino: è il caso di Casey Chandler alias Galapghost, in cui un paio d’anni fa si è imbattuto Ru Catania (Africa Unite), decidendo di produrre il suo esordio, accompagnandolo poi nel tour successivo; ai due nell’occasione si aggiunge Federico Puttilli (Nadàr Solo).

La collaborazione a tre si rivela proficua e si decide di darle un seguito in questo Dandelion: undici brani, due dei quali scritti a quattro mani da Chandler assieme allo stesso Puttilli, all’insegna di un cantautorato decisamente folk, come si conviene in questi casi, sospeso tra il rispetto per la tradizione e uno sguardo decisamente rivolto al presente, con le tipiche sfumature ‘alternative’ che hanno caratterizzato il genere negli ultimi anni.

Un lavoro sospeso tra pezzi più ‘canonici’ e momenti in cui ci si affaccia volentieri in altri a cominciare dall’incipit Rosie, in cui ritroviamo echi dub; climi a cavallo tra un tiepido sole e momenti più volti al crepuscolo, spazio a qualche ardore elettrico e parentesi quasi pop, in un disco che vive i suoi momenti migliori allorché la voce di Chandler è accompagnata da quella femminile di Giovanna Rostagno, in riusciti episodi che ricordano, con tutti i dovuti distinguo, certi collettivi ‘indie’ di origine soprattutto canadese.

Chandler si occupa di gran parte degli strumenti, accompagnato, oltre che da Catania e Puttilli, da Mattia Barbieri alla batteria.  La chitarra, nelle sue varie ‘vesti’ (elettrica, acustica, steel, fino all’ukulele) la fa da padrone, accompagnata, oltre che dalla sezione ritmica, da piano, synth assortiti, glockenspiel, armonica, a offrire in alcuni capitoli un effetto di ariosa e coinvolgente orchestralità, per un disco con testi per lo più volti al sentimentale. Breve (durata di poco superiore alla mezz’ora), ma intenso.

PELLICANS, “DANCING BOY” (LADY LOVELY / AUDIOGLOBE)

Secondo lavoro sulla lunga distanza per i Pellicans, formazione proveniente dalla zona di Pinerolo (provincia di Torino), autrice di un formula da loro stessi definita: ‘reggae queer’: sonorità giamaicane, accompagnate ad un’attitudine gay / bisex, da loro posta come contraltare rispetto al maschilismo che non di rado appare caratterizzare il genere.

Sotto il profilo sonoro, il sestetto piemontese, più che  a riscoprire le ‘origini’, o a seguire i più recenti sviluppi del genre, appare interessato a recuperare certe contaminazioni britanniche a cavallo trai ’70 e gli ’80, colorando le sonorità di partenza con suggestioni che di volta in volta fanno respirare atmosfere quasi indie, flirtano col dub, strizzano l’occhio alla dance e non si tirano indietro dal confezionare brani che potrebbero essere tranquillamente definiti ‘pop’. Un pop (ovviamente) solare, fresco e leggero, che non si nega spazi di riflessione, in pezzi interpretati dalla voce di Roberto Pretto, spesso nell’efficace mix creato  dall’accompagnamento ai cori di Giovanna Rostagno. Produce Ru Catania (Africe Unite, il disco esce per la sua etichetta Lady Lovely), che con la band aveva già collaborato in occasione del precedente “Lunapark Underground”.

La tentazione di tirare in ballo gli UB 40 (alfieri della via britannica al reggae dalla fine degli anni ’70 in poi), non tanto per i suoni, quanto per l’attitudine degli undici brani presenti, volta a cercare di contaminare il genere, rispettando la tradizione, ma senza farsene incardinare, senza curarsi troppo delle conseguenze. L’esito è piacevole, a tratti ammiccante, con pezzi la cui solarità si colora di vaghe tinte malinconiche, come al tramonto di certe interminabili giornate estive. Un lavoro che piacerà agli amanti del genere (pur probabilmente facendo un pò storcere il naso ai puristi eccessivi) e che si apre volentieri anche all’ascolto di chi non lo frequenta abitualmente.

NICOLAS J. RONCEA, “OLD TOYS” (I DISCHI DEL MINOLLO)

Più conosciuto – forse – come leader di Fuh e La Monade Stanca, Nicolas J. Roncea da qualche anno ha affiancato ai suoi progetti di gruppo anche una carriera solista: tuttavia, dopo un esordio (“News form Belgium”) interamente consacrato ad un’intima dimensione acustica, in “Old Toys” sembra piuttosto voler ritrovare lo ‘spirito di gruppo’, sebbene declinato in modo diverso rispetto a quanto accade nelle band con cui abitualmente lavora.

Affiancato da un manipolo di ospiti (tra gli altri, spiccano Luca Ferrari dei Verdena, Carmelo Pipitone e Mattia Boschi dei Marta sui Tubi, Gigi Giancursi dei Perturbazione e Ru Catania degli Africa Unite), Roncea confeziona dodici brani, all’insegna di atmosfere che in larga parte restano raccolte, riflessive (pur non disdegnando schegge rumorose e abrasioni varie), ma che sotto il profilo sonoro si arricchiscono sovente di effetti col risultato di una decisa profondità.

Un lavoro che così risulta sospeso tra indie e folk, improntato a una vena cantautorale, espressa attraverso una scrittura (in inglese) mai banale, spesso sospesa, all’insegna di pensieri talvolta quasi affastellate, riflessioni, soliloqui, dialoghi immaginati rivolti di volta in volta al proprio amore, agli amici, anche ai famigliari, in cui si aprono spazi ellittici, senza che mai tutto venga espresso fino in fondo, lasciando spazio all’allusione, al non detto.

Un lavoro che insomma rivela un autore maturo nelle idee e nella scrittura, che appare avere tanto da dire, anche al di fuori delle proprie band di riferimento.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY