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FOREST FIELD, “PIONEERS OF THE FUTURE” (ROCK COMPANY)

Forest Field è il nuovo progetto del polistrumentista Peter Cox, secondo le intenzioni dichiarate, il tentativo di coniugare tessiture strumentali di derivazione ambient / new age con la forma  – canzone declinata su territori progressive.

Definizione intrigante e affascinante, pur non offrendo l’idea di una formula originalissima, senonché… senonché, l’ascolto di “Pioneers of The Future” appare offrire ben altro… O meglio, se per a sentire parlare di ambient e new age vi immaginate evanescenti architetture sonore, giocate magari sulla dilatazioni, beh, questo non è decisamente il caso.

Le tredici tracce presenti, giocate sulla costante e regolare alternanza tra brani cantati (durata sempre superiore ai cinque minuti, sforando anche i sette) e più brevi intermezzi musicali, appaiono piuttosto consegnarci una band che (a questo punto non si sa quanto volutamente, viste le intenzioni), appare sconfinare spesso e volentieri in territori ‘metallici’, magari quelli facenti più capo al caro vecchio hard rock di fine anni ’70 – inizio ’80, con piacevoli inclinazioni verso quello che venne definito ‘AOR’ (adult oriented rock): leggasi un rock attento magari al lato melodico della faccenda, e parimenti accorto nel voler rifuggire certe tentazioni ‘esibizionistiche’ tipiche del genere.

Quanto al prog, certo, qualche suggestione ogni tanto fa capolino, ma non aspettatevi gli interminabili assoli, o le ardite strutture sonore tipiche del genere; tipicamente ‘progressiva’, invece l’impostazione ‘ideale’ del disco: un ‘concept’ dedicato al tempo (ciascuno dei titoli dei sette intermezzi fa riferimento a un giorno della settimana)  e per quanto riguarda l’ambient e la new age, pare di intravedere qualcosa negli intermezzi strumentali, ma si tratta più che altro di echi lontani.

Nonostante i Forest Field sembrino offrire qualcosa di diverso da quanto inizialmente promesso, “Pioneers of the future” è comunque un lavoro apprezzabile, caratterizzato da un buon dinamismo, un insieme di brani tutto sommato riusciti (forse con un paio di passaggi a vuoto), un’ottima componente strumentale e un’efficace interpretazione vocale, caratterizzata dalla partecipazione di più voci tra le quali, non ce ne vogliano i maschi, la più convincente appare quella di Aukje Peeters, che forse nell’insieme del disco avrebbe meritato più spazio.

Una riuscita alternanza emozionale, tra brani arrembanti, episodi più accorati, fino ad uno stralcio di minuetto mozartiano, per un disco che si lascia ascoltare con piacere.