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“THE APPRENTICE”, OVVERO: LA SUBLIMAZIONE DEL NULLA

Ultimamente mi è capitato di vedere un paio di puntate di “The Apprentice”, il ‘talent show’ per aspiranti uomini d’affari ideato e coordinato da Briatore, che decide le prove, elimina i candidati e alla fine sceglierà il vincitore il cui premio sarà lavorare con lui (minchia, che c**o!!!).  Ero a conoscenza dell’esistenza del programma, ma fino ad ora non me l’ero filato di pezza, soprattutto perché Briatore è un personaggio che mi sta antipatico a pelle, oltre a rappresentare un mondo, una ‘filosofia di vita’ e se vogliamo un’ideologia che non mi piacciono per nulla… parlo di ‘personaggio’, perché sono convinto che Briatore almeno in parte di persona sia diverso da come si presenta… credo che nel corso della sua ‘carriera’ abbia anche giocato sul costruirsi questo personaggio, al fine di suscitare volutamente reazioni contrapposte, dall’adulazione sfrenata all’odio viscerale…

Sono capitato su una puntata del programma per caso, guardandone più o meno volutamente una seconda, in parte per rendermi conto di cosa si trattasse, in parte per pura curiosità…  la trasmissione in effetti ha anche una sua ‘logica’, offre se vogliamo al pubblico meno ‘addetto ai lavori’ un’infarinatura di cosa voglia dire condurre una trattativa commerciale o ‘costruire’ un prodotto… tuttavia viene da pensare che se, ad esempio, dopo aver guardato “Masterchef”, più o meno chiunque può andare in cucina e provare  a replicare ciò che ha visto, è molto meno probabile che chi guarda “The Apprentice” abbia mai la possibilità di metterne in pratica gli ‘insegnamenti’.

Normalmente, quando intercetto programmi del genere, a incuriosirmi, come credo avvenga un po’ per tutti, sono i concorrenti: ora, in genere  di fronte ai partecipanti ai reality o ai talent si riesce sempre ad avere un qualche tipo di  reazione: se non trovi che ti sta simpatico, è quasi sicuro che ci sarà almeno qualcuno che ti starà veemente sulle scatole… ebbene, con “The Apprentice” non è successo: queste persone mi sembrano talmente lontane, che non mi suscitano alcun tipo di reazione… non le capisco. Non capisco come si possa partecipare ad una gara il cui scopo è ‘ringraziarsi’ Briatore… soprattutto non capisco da cosa queste persone siano mosse, quale sia il loro obbiettivo: fare soldi, avere successo, fama, finire sulle riviste di gossip o partecipare a party esclusivi? Non so, in tutto questo ci vedo un ‘vuoto di senso’ abissale. Uno dei concorrenti, parlando del suo ‘mestiere’, ha affermato di fare l’avvocato, occupandosi di transazioni di grandi pacchetti azionari… insomma, una carriera – probabilmente anche strapagata – basata sul nulla, su quell’economia ‘immateriale’ che ci ha portato dove siamo ora. Li vedo, questi concorrenti, tutti intenti a indossare costantemente delle maschere, stamparsi un sorriso da paresi sulla faccia per poter concludere un accordo o vendere un prodotto… mi ha fatto simpatia, alla fine, un concorrente che ha mandato palesemente affan***o una possibile cliente che, sapendo di avere in mano il pallino della trattativa,  insisteva a sottolinearne la scarsa puntualità….

E mi chiedo se davvero queste persone abbiano scelto di impostare la loro esistenza in questo modo, costringendosi ad indossare maschere e ad esporre sorrisi ed atteggiamenti compiacenti dalla mattina alla sera, solo per portare a casa il ‘deal’ (come lo chiama Briatore); mi chiedo se si rendano conto che non è una bella vita, o meglio: una vita del genere la puoi condurre per cinque – dieci anni, accumulando i soldi necessari a vivere in seguito di rendita, ma una vita così… insomma, i maschi sono destinati ad arrivare a 60 anni con un paio di matrimoni falliti alle spalle, accompagnati da giovincelle più giovani dei loro figli, probabilmente col fegato spappolato, l’apparato digerente sballato e forse pure con gravi problemi cardiaci…  Le  donne? Sessantenni ultraliftate per sembrare di trent’anni più giovani, accompagnate da prestanti gigolò che le cornificano puntualmente… e tutto questo, per cosa? Per i soldi, il successo, le riviste, i party esclusivi.

Guardo quel programma e mi rendo conto di quanto io sia alieno da quel contesto, sarà che io sono una persona fin troppo da ‘sono così, prendere o lasciare’, completamente rigida nel mio carattere e per niente disponibile alle mascherate a dover recitare una parte… normalmente ci troverei anche da ridere in quei personaggi che si prendono tutti tremendamente sul serio, che fanno battute solo per compiacere il probabile cliente, rigidi come stoccafissi, insaccati nei loro abiti firmati… ma alla fine non trovo nemmeno da riderci sopra, non mi ispirano nemmeno inquietudine od orrore, ma mi chiedo se davvero il ‘modello’ oggi sia questo,  mi domando se davvero si possa offrire alle persone l’obbiettivo di ‘diventare come Briatore’, anziché, boh, quello di diventare come l’astronauta Parmitano o come i tanti sconosciuti che fanno ricerca in scantinati male attrezzati, mentre c’è gente che fa soldi a palate con ‘le transazioni di grandi pacchetti azionari’: è evidente e banale affermare che in tutto questo ci sia qualcosa di storto e sbagliato, ma il punto non è nemmeno quello, che poi si rischia di scadere nella demagogia…

Il punto, forse – a rischio di debordare fin troppo nei massimi sistemi’ – è domandarsi se davvero che di fronte alla domanda ultima sul senso dell’esistenza, la risposta sia ‘diventare come  Briatore’.

THE CHANFRUGHEN, “MUSICHE DA INSEGUIMENTO” (HIVE / GOODFELLAS)

Esordio sulla lunga distanza per questo trio di Savona, dedito ad una sana miscela di garage – rock, psichedelia, funky e blues, conditi con vaghi accenni metallici e sottili allusioni ‘prog’; nulla di nuovo – si dirà – e in effetti è improbabile che i Chanfrughen (il nome, tra il dialettale e l’onomatopeico gli è stato ‘assegnato’ da una di quelle classiche figure che animano la vita di paese) passino alla storia per aver svelato chissà quali percorsi nei territori ormai battutissimi del rock.

Il discorso (valido alla fine per il 99 per cento delle band in circolazione), si sposta allora dal ‘cosa’ al ‘come’, e qui le cose cambiano: il trio ligure confeziona dieci brani viscerali, a tratti privi di grazia, che si muovono, incuranti delle conseguenze, tra chitarre a tratti lancinanti e una vocalità sbraitata, spesso esagitata (il termine l’ha usato mia madre passando di qua, mentre scrivevo questa recensione), con la batteria a fare il classico ‘lavoro sporco’ (l’essenzialità della sezione ritmica costituisce il miglior esempio del desiderio della band di andare al sodo), con le tastiere a fare capolino qua e là, nei momenti più ‘lisergici’ del disco.

Un ensemble strumentale al calor bianco che si accompagna a una scrittura frammentaria che va a dipingere una sorta di ‘riassunto’ socio-politico degli ultimi vent’anni, tra ispirazioni andreottiane (Il dromedario), omaggi a Gorbaciov che diviene il simbolo di certe ‘magnifiche sorti progressive’ puntualmente andate deluse, personaggi da reality, ridicoli se non inquadrassero tragicamente certi modelli ‘di successo’ della società (Osvaldo Paniccia) pseudo-citazioni dei poliziotteschi anni ’70 (La gladio spia e il commissario Rizzo scopre l’inghippo) e una dedica, riuscita, al Dalla degli inizi (Lucio).

Un disco che scorre ardente senza cali di tensione, per una band alla quale si augura di far presto parlare di sé.

Chi volesse farsi un’idea più chiara,  può ascoltare alcuni pezzi QUI

PECHINO EXPRESS: DA DIVERTENTE NOVITA’ A OCCASIONE PERSA

Sta giungendo alle battute conclusive la seconda edizione di “Pechino Express”, il programma a cavallo tra reality e diario di viaggio che, sbarcato su RaiDue l’estate 2012, alla fine aveva rappresentato una delle novità più divertenti del palinsesto della tv di Stato. Purtroppo, bisogna notare come l’edizione 2013 non abbia portato avanti quel discorso, appiattendosi e cadendo in una serie di errori che ne hanno in gran parte disinnescato le potenzialità.

La scelta del cast ha più o meno ricalcato i principi della scorsa edizione: coppie accomunate da legami affettivi o di parentela, ambito di lavoro, etc.. Gli sportivi, le due immancabili bonazze, padre e figlio, la coppia di ‘non famosi’ di turno etc… Unico ‘lampo di genio’, la scelta della contessa e del suo maggiordomo, che quanto meno hanno garantito qualche gustoso siparietto… ma forse si sarebbe potuta usare un pò di fantasia in più.

La ‘trama’, anche in questo caso, si è rivelata troppo scontata e ripetitiva: le tappe con la meta finale da raggiungere cercando passaggi e sistemazioni per la notte verso la popolazione locale, le prove da sostenere, immancabile elemento da reality, così come l’eliminazione di turno decisa con una sorta di nomination: venuto meno l’effetto – novità dello scorso anno, anche qui sarebbe stato il caso di esercitarsi un pò di più: si è invece preferito offrire al pubblico tutto quanto già visto, il che se può apparire da un lato ‘rassicurante’, negli spettatori più esigenti ha finito per generare un bel pò di noia… va comunque dato atto della scelta di proseguire sulla strada dell’ironia e della leggerezza, evitando del tutto qualsiasi situazione estrema che solletichi il sadismo dello spettatore  e limitando al minimo isterismi e ‘scene madri’ certo, i panorami sono stati sempre suggestivi, ma purtroppo bisogna constatare come gli spazi ‘informativi’ riguardo le realtà locali siano stati sempre un pò angusti, risolvendosi spesso in una sostanziale superficialità.

La conduzione: io ancora oggi mi chiedo se la scelta di Emanuele Filiberto lo scorso anno sia stata ‘voluta’, o si sia rivelata un autogol dalle conseguenze paradossali: il vero valore aggiunto lo scorso anno lo dava lui, imbalsamato e sostanzialmente negato per la conduzione, finiva per dare luogo a momenti di assoluta comicità, ribadisco non so se volontaria o meno. Quest’ anno si  è scelto Costantino della Gherardesca che, insomma, ‘ci credeva’: la sua è stata una conduzione molto più calcolata, che ricercava in modo troppo forzato l’ironia in alcuni momenti e mirava troppo al ruolo da ‘bravo presentatore’ in altri, esibendo in continuazione il registro ‘snob’ che lo caratterizza da sempre… col risultato di rendersi fondamentalmente antipatico, perché dai e dai finisci per pensare che lui snob lo sia davvero e davvero pensi di avere un avvenire come presentatore… La sua presenza è stata, a parte alcune parentesi obbiettivamente divertenti, per lo più molesta.

Si deve poi notare come sia stato un errore spostare il programma dalla piena estate all’avvio della stagione autunnale: “Pechino Express” lo scorso anno si rivelò una scelta vincente, proprio perché inserito nel solistamente asfittico palinsesto estivo RAI: quest’anno si è invece scelto di dargli una connotazione più ‘ambiziosa’, ma il risultato è stato di renderlo il classico ‘vaso di coccio tra vasi di ferro; non hanno inoltre giovato i continui cambiamenti del giorno di trasmissione, segno che questo programma col tempo è più che altro diventato un impiccio che non si sapeva dove mettere.

Concludendo, quindi, una grande occasione persa: non si può fare a meno di notare che è difficile avere buone idee ed è ugualmente facile rovinarle: con “Pechino Express” è successo questo: si è preferito seguire pedissequamente lo schema dello scorso anno, senza apportare quelle minime variazione necessarie a mantenere fresco il programma; si è sbagliato conduttore e si è scelto il periodo di trasmissione sbagliato, affossando quella che lo scorso anno era sembra una bella idea, che aveva ancora ottime potenzialità da sviluppare.

 

CHE POI IN FONDO PECHINO EXPRESS NON E’ COSI’ MALE…

E adesso, liberissimi di esibirvi in contumelie e lancio di serci (romano per sassi). Insomma, rispetto a quello che la RAI (e sottolineo, la RAI) ci ha proposto negli ultimi anni in fatto di reality ambientati in luoghi esotici, “Pechino Express” rappresenta un bel passo in avanti. Un amico l’altro giorno mi faceva notare che ricorda “Turisti per caso”; diciamo che mentre i buoni Roversi e Blady proponevano un tipico “programma da Rai3”, con qualche pretesa ‘educativa’ e la classica aria generale da ‘w la mondializzazione e la multiculturalità’, tipica di una certa ‘intellighenzia di sinistra’, intendiamoci non che in questo vi sia nulla di male.  “Pechino Express”, toglie ‘riflessione’ e aggiunge caciara, la butta tutta su questa ‘gara  a chi arriva primo’, che ricorda tanto “La corsa più pazza d’America”, ci mette in mezzo tanta ironia, qualche scontro frizione, ma sempre una conclusione alla ‘tarallucci e vino’; e intanto ti fa pure vedere qualche scorcio esotico che non guasta. Certo il ‘conduttore’ Emanuele Filiberto non è il massimo della vita, e suscita spesso e volentieri il riso involontario, nel suo provare a fare ‘il bravo conduttore televisivo’,  riuscendoci poco, ma almeno fa ridere. Più che ‘ciò che c’è’, sottolineerei ‘quello che manca’: nessuno studio con gente intenta a chiacchierare, nessuna scenata isterica, nessuna ‘piazzata’ pilotata, nessuna inutile ‘situazione estrema’ (più o meno veritiera) in cui mettere i concorrenti stuzzicando il sadismo dello spettatore. Un programma leggero, privo di pretese, che sicuramente non resterà nella storia della televisione, ma che – incrociando le dita – segna il definitivo tramonto dei reality urlati, violenti, incentrati sul deperimento fisico dei concorrenti, piuttosto che a mettere in mostra ampie porzioni di carne dei partecipanti. Certo non è un programma da dotti acculturati, ma tutto sommato si lascia vedere, regala un paio d’ore di svago senza impegno e insomma, detto in parole povere, almeno non abbrutisce chi lo guarda, e questo, pensando ai reality targati RAI, specie quelli condotti da Simona Ventura, è già tanto.