Posts Tagged ‘post punk’

MENTIVO, “IO SONO LA VERITA” (LIBELLULA DISCHI / AUDIGLOBE)

Rock, pop ed elettronica: una sostanziosa dote di new wave / post punk, qualche vago accenno a sonorità più dilatate… et voilà, il piatto è pronto.
Una pietanza assaggiata tante altre volte, che non regala alcun sapore nuovo, ma insomma, gli chef sono in gamba, privi di ansie da ‘reinterpretazione’del piatto, umili quanto basta per non voler fare gli esibizionisti con ‘effetti speciali’ e alla fine il piatto risulta, tutto sommato, gradevole, specie considerando che sono all’esordio e allora gli si può anche riservare il ‘beneficio del dubbio’, in attesa dei prossimi sviluppi.

I Mentivo sono in tre, di stanza a Perugia (anche se provengono qua e là da tutta l’Umbria), apparentemente cresciuti a pane-e-musica d’oltremanica, da quella di inizio anni ’80 (tra il pop elettronico e lo sonorità un po’ più scabre del post punk), a quella del decennio successivo (vedi alla voce: Blur), il tutto riprodotto in salsa italica, a cominciare dal cantato; per certi versi ricordano i primi Velvet, anche se con meno molta piacioneria…

Si chiamano Mentivo e il primo disco che danno alla luce è intitolato “Io sono la verità”: discrepanza voluta e che in fondo riassume un po’ il leit-motiv del disco, che in fondo è quella di una verità che cercata, proposta o imposta, nei tempi moderni è più che mai sfuggente. I temi ricorrenti sono un pò quelli consueti a tanti dischi contemporanei, a cominciare dallo sguardo lanciato su una società nevrotica, in cui ‘La gente comune’ riesce a trovare punti di contatto solo nel definirsi come ‘ex-qualcosa’, in un mondo in cui domina la precarietà, nel lavoro come nelle relazioni sentimentali e in cui anche il tradizionale ‘scendere in piazza’ per chiedere il cambiamento sembra aver perso gran parte della sua forza propulsiva.

Dieci canzoni, racchiuse tra due strumentali, per una band che, pur ancora acerba sotto certi aspetti, sembrerebbe avere buone potenzialità di crescita.

Il disco, se volete, potete ascoltarlo qui.

AUT IN VERTIGO, “IN BILICO” (AUTOPRODOTTO)

Disco d’esordio per gli Aut In Vertigo, band attiva fin dal 2004, proveniente dalla provincia Torinese.

Gli undici brani di “In bilico” disegnano un disco all’insegna di un ‘hard rock dei nostri tempi’, affidato alla potenza delle chitarre (sempre in primo piano, ma senza troppe velleità solistiche), nelle quali è spesso avvertibile qualche ascendenza new /wave / post punk e alla vérve interpretativa del cantante.

Qualche vaga contaminazione (blues, o reggae) completa una gamma di riferimenti sonori essenziale ma efficace, in u disco molto ‘tirato’, ma che si concede anche qualche momento di tranquillità.

Gli Aut In Vertigo assemblano un lavoro tutto sommato riuscito, per quanto non dotato certo dei crismi dell’originalità: con una certa capacità di imbastire riff e ritornelli che restano in testa anche dopo aver concluso l’ascolto, danno una forma sonora riuscita a testi (in italiano) che, fin dal titolo, trovano una sorta di filo conduttore nelle incertezze e nella precarietà dell’oggi, tra critica all’esistente e rivoluzioni forse solo immaginate, mentre la salvezza dai dubbi e dalle incognite che circondano il futuro risiede, prevedibilmente, nei buoni sentimenti.

La prova dell’esordio può dirsi superata, adesso forse resta da trovare un’impronta stilistica più marcata.

YUMMA RE, “SING SING” (MONOCHROME RECORS, / TIPPIN THE VELVET / AUDIOGLOBE)

Nati nel 1996, tra alterne vicende, la classica gavetta dal vivo e varie collaborazioni, anche cinematografiche, gli Yumma Re giungono oggi a dare un seguito anche alla loro discografia, ferma finora all’esordio, “Eden”, targato 2008.

Dieci brani all’insegna di un connubio tra elettricità ed elettronica: tema non nuovo, ma svolto con una certa personalità; si va da suggestioni che – specie nei momenti più calmi – evocano i Depeche Mode (magari quelli a cavallo tra anni ’90 e 2000), anche per merito del cantato di Luigi Nobile (con un occasionale accompagnamento femminile) a momenti all’insegna di rarefazione che riconducono alla felice stagione del trip – hop; per altro verso, dal lato più ruvido della faccenda, il quintetto si mostra capace di rievocare le sferzate urticanti del post punk. Un terzo filone del disco è quello di brani più intimi e dal tono crepuscolare, caratterizzati da sonorità più scarne. Dominano chitarre elettriche, tastiere, piano synth, con la classica sezione ritmica di complemento, qualche fiato a fare capolino.

Un insieme di soluzioni sonore messo al servizio di testi che, prendendo le mosse dal semplice dato autobiografico (il titolo del disco proviene dal nome del palazzo in cui i tre fratelli nobile, nucleo storico della band, sono cresciuti), getta lo sguardo sul mondo che gira intorno, quello più vicino, prendendo di mira la classe politica, lo stato della cultura e della società in genere, e quello più lontano, con una dedica speciale al Sudamerica.

In mezzo, ampio spazio è comunque lasciato al proprio mondo interiore, con omaggi a Billie Holiday e citazioni della Norma di Bellini.

Nonostante i riferimenti sonori espliciti, la formula non originalissima e momenti in cui il ‘già sentito’ fa più volte capolino, gli Yumma Re, riescono comunque ad evitare che lungo l’ascolto di “Sing Sing” si faccia largo la noia, supplendo a questi punti deboli con un’adeguata dose di personalità e capacità esecutiva.

NEKO AT STELLA (DISCHI SOVIET STUDIO / AUDIGLOBE)

Sono in due, fanno casino per quattro: i Neko At Stella vengono da Firenze e, attivi dal 2009, sembrano aver trovato finalmente una stabilità di formazione nell’accoppiata tra Glauco Boato, originario di Cittadella – PD – e Jacopo Massangioli, cresciuto nella provincia toscana.
I dieci brani che vanno a comporre questo omonimo esordio sono una staffilata destinata a farsi ricordare, raccolta tra l’incipit ‘marziale’ di As loud as hell (singolo di lancio, con tanto di video) e la chiusura di Come back blues che finiscono per essere, oltre che gli estremi del disco, anche la una fedele rappresentazione dei ‘poli sonori’ attraverso i quali l’ascoltatore viene fatto viaggiare… ‘viaggio’ peraltro risulta un termine più che azzeccato per un disco che, nel suo snodarsi, finisce per avere un andamento ondeggiante, altalenante, vagamente psichedelico.
Il duo veneto – toscano (cui a dire il vero si aggiungono un paio di occasionali partecipazioni esterne) appare muoversi in un immaginario sonoro che mescola le suggestioni del glorioso post punk degli ’80 (Joy) gli anni ’90 dei caracollanti Pavement, gli arrembaggi pseudo-garage di primi anni 2000 (vedi alla voce Black Rebel Motorcycle Club), senza disdegnare di buttarsi anima e corpo in territori southern o riproporre, a proprio modo, la mai superflua lezione del blues, fino ad un’escursione in territori seventies, con la cavalcata da ‘stoner ante litteram’ di Psycho Blues.
Un catalogo sonoro che accompagna testi in inglese (fa eccezione lo strumentale e ‘tautologico’ Intermission) incanalati sui classici filoni della riflessione interiore, dei rapporti umani (Now I Know, Small Place) e dell’osservazione del mondo che gira intorno (The Flow) tra Disillusione (come recita il titolo di uno dei brani) e critica corrosiva (Drop The Bomb, Exterminate Them All, in una citazione da Apocalypse Now), fino a momenti che rasentano un lirismo immaginifico e vagamente lisergico (Like Flowers, Psycho Blues).
Un disco, insomma, da far ricadere sotto la classica categoria degli ‘esordi convincenti’, forse per ceriti versi più grazie alla mole sonora sviluppata che per l’originalità, mancando forse ancora un’impronta stilistica pienamente delineata.

LOSBURLA, “I MASOCHISTI” (LIBELLULA MUSIC / AUDIOGLOBE)

Losburla, ovvero: Roberto Sburlati che, dopo la consueta gavetta e una collaborazione di lungo corso con Marco Notari, giunge con “I Masochisti” alla prima prova solista.

Il giovane (ma non troppo: classe 1981) cantautore originario dell’astigiano ma torinese d’adozione appare essere un nuovo (ed ormai cominciano ad essere parecchi) esponente di quella nuova generazione che, tenendo conto degli illustri predecessori, declina la tradizione attraverso sonorità vicine all’indie rock, attente al lato melodico della questione, ma senza negarsi ogni tanto qualche abrasione, qualche stridio, tra allusioni post  punk, accenni stoner e qualche suggestione psichedelica, spinta fino al tentativo vagamente sperimentale della title track conclusiva, che sfora gli otto minuti di durata.

Le tematiche trattate sono quelle consuete: sprazzi di quotidianità tra riflessioni sul sè e sui rapporti interpersonali al tempo dei blog, dei social network e dell’immancabile brusio di sottofondo proveniente da televisori perennemente accesi. Uno sguardo volto al disincanto, tra malinconia e un pizzico di cinismo, tradotto attraverso un cantato dai toni spesso dimessi, ma pronto ad assumere note di derisione da un lato, o colorarsi di rabbia (comunque mai sopra le righe)dall’altro.

Tessiture chitarristiche tenui ed avvolgenti, che come detto non si negano qualche frustata elettrica, dominando l’ensemble strumentale, arricchito dalla profondità sonora conferita da piano e tastiere: ne sono ‘responsabili’ Luca Cognetti per le prime e Andrea Bergesio per i secondi, ad accompagnare la voe e i bassi di Losburla, collaborazione che si è estesa alla fase di produzione, registrazione e mixaggio.

Per Losburla / Sburlati un esordio convincente, che si lascia ascoltare in modo abbastanza piacevole, anche se per certi versi sembra ancora mancare di un’impronta stilistica maggiormente marcata, che lo differenzi in maniera più decisa dagli altri lavori del filone del cantautorato – indie di ultima generazione.

R.I.P. MARGARETH THATCHER (1925 – 2013)

Non ho intenzione di dilungarmi in troppe disamine, mi limiterò a tre notazioni sparse:  la ‘grandezza’ della Thatcher: a ben vedere, è in gran parte dovuta alla sua proverbiale ‘fermezza’… che qualcuno potrebbe altrimenti definire come ‘ottusità’: questo suo non piegarsi di fronte a niente  e a nessuno, dagli attivisti dell’IRA in sciopero della fame (leggetevi il Diario di Bobby Sands per comprendere meglio la questione), ai minatori anch’essi in sciopero; un atteggiamento fermo e appunto autoritario: la ‘Lady di Ferro’ che non si piegò davanti a nulla… resta da vedere se ‘fu vera gloria’… Gli obbiettivi della sua azione furono anche lodevoli, gli strumenti spesso molto discutibili (per certi versi lei e Reagan diedero inizio a un’onda lunga liberista che poi ha continuato a diffondersi – a volte autoalimentandosi – finendo per portare a non pochi dei disastri cui ci troviamo di fronte); i metodi, possono essere definiti con poco timore di smentita come semplicemente sbagliati.

La seconda considerazione è che, paradossalmente, alla Thatcher in molti devono dire ‘Grazie’, ricordando il titolo di un film di qualche anno fa: il suo avvento e i suoi metodi autoritari portarono a una reazione del mondo culturale che in quegli anni visse per certi versi un periodo di grande rinascita  e fermento creativo: basta ricordare che proprio dall’Inghilterra di quegli anni arrivo la prima grande ondata dell’heavy metal (pilotata da Iron Maiden & Co.); nello stesso periodo gruppi come i Killing Joke, Siouxsie and the Banshees e Cocteau Twins (ma l’elenco potrebbe continuare), cercavano ognuno a modo loro di proseguire il discorso cominciato dal punk; negli stessi anni, Alan Moore, affiancato da Dave Gibson e David Lloyd dava vita a capolavori come Watchmen o V For Vendetta, che tra le loro pagine contenevano degli attacchi – nemmeno tanto nascosti, ai metodi autoritari del Primo Ministro; e Moore è solo il più importante di tanti autori inglesi che, formatisi proprio in quegli anni, avrebbero poi rivoluzionato il fumetto supereroistico.

Per finire, una nota amara: Margareth Thatcher è morta quando già da tempo era affetta da demenza senile; con tutta probabilità si ricordava poco o nulla di tutto ciò su cui tanti discutono in queste ora; certe manifestazioni di giubilo lette sui social network appaiono fuori luogo e di cattivo gusto; per molti versi la Thatcher non era manco più quella che ha lasciato morire di fame Bobby Sands o ha mandato in rovina le famiglie di centinaia di minatori… viene da dire solo un ‘riposi’ in pace, l’acredine sembra ormai fuori tempo massimo. La storia giudicherà il suo operato come leader politico, lo sta già giudicando, in effetti per la persona, forse, più che in altri casi, è più dignitoso il silenzio.

PENAUTS 78, “QUESTIONE DI GUSTO” (TAMTAM PRODUCTION)

Nati sull’onda del revival post punk  a metà dello scorso decennio cantando in inglese, i torinesi Penauts 78 hanno in seguito mutato pelle, abbracciando il cantato in italiano ed inserendo nella loro miscela musicale ampie dosi di pop ed elettronica; una scelta che finora appare aver pagato, portandoli nel 2012 a vincere uno dei preim collaterali dell’ultima edizione di Rock Targato Italia.

Dopo tre Ep (l’ultimo dei quali risalente alla scorsa primavera) la band ha compiuto il ‘grande passo’: undici i brani che vanno a formare “Questione di gusto” (nove a cui si aggiungono un breve reprise della traccia di apertura e un remix di Non è possibile), all’insegna di un synth pop che potrebbe definirsi fresco e accattivante, pur risentendo fatalmente della giovane età della band, i cui tre componenti sono tutti poco più che ventenni.

Testi all’insegna dell’introspezione e dei sentimenti che fanno ad accompagnamento ad una proposta musicale che impasta pop ed elettronica (fino a sfiorare territori dance) all’insegna di un’attitudine molto radio – friendly, pur non eccedendo negli ammiccamenti.

Qua e là si avverte anche qualche buona idea a livello intuitivo, specie quando il gruppo decide di lasciare i rassicuranti lidi del pop per cercare qualche soluzione diversa: sia nei momenti in cui chitarre sferraglianti fanno riemergere le proprie radici, sia quando si cerca di far prendere alle sonorità elettroniche la strada della rarefazione e della dilatazioni con esiti vagamente ispirati al trip-hop piuttosto che all’ambient.

L’impressione insomma, è che ci voglia un pò di coraggio, rischiando magari di prendere strade meno ‘facili’, ma dando alla propria formula una più marcata impronta stilistica. Dopo tutto, sono giovani: il tempo sicuramente è dalla loro parte…

INVERS, “DAL PEGGIORE DEI TUOI FIGLI” (VINA RECORDS)

Disco d’esordio per gli Invers, quartetto proveniente da Biella; la formula, in parte, è quella ascrivibile a band di maggiore successo come Il Teatro degli Orrori: liriche incendiarie declamate – più che cantate – che si stagliano su una componente sonora che attualizza certe sonorità eighties, punk e post: c’è già chi l’ha battezzato ‘revival post-punk’, ma si sa che le etichette lasciano il tempo che trovano…

Più interessante soffermarsi sugli esiti del disco che, fin dal titolo, “Dal peggiore dei tuoi figli”, lascia intravedere il filo conduttore dello sguardo corrosivo gettato sulla società circostante: la dedica è diretta all’Italia, della quale la ‘voce narrante’ esalta il solito campionario di nequizie e piccinerie…

Il tutto accompagnato da una buona dose di ‘pompa’, all’insegna di chitarre dal sapore wave, talvolta dotate di un’attitudine leggermente più sferragliante, a veleggiare sul solido terreno costruito da una classica sezione ritmica ‘quadrata’.

Undici tracce  che in fondo appaiono funzionare (meno la cover di Mio fratello è figlio unico di Gateano, che lascia il tempo che trova) per quanto i suoi elementi costitutivi – sonori e testuali – non siano dotati di tutti i crismi dell’originalità: lo si può insomma considerare un buon inizio, in attesa che la band trovi un’impronta stilistica più marcatamente autonoma.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY

POST, “FAKE FROM ANOTHER PLACE” (NEW MODEL LABEL)

Il secondo lavoro sulla lunga distanza dei torinesi Post arriva a cinque anni di distanza del precedente, all’indomani del quale la band decideva di compiere un brusco cambio di rotta ‘linguistica’ abbandonando l’italiano e optando per l’inglese, alla ricerca di un ampliamento dei propri orizzonti. Dopo varie vicissitudini eccoli quindi tornare con quello che appare in definitiva essere il primo capitolo di una nuova storia.
L’esperienza però resta, e in questi dodici brani il quartetto appare cogliere pienamente il bersaglio, offrendo all’ascoltatore una riuscita lettura di certi stilemi new wave / post punk, adeguatamente irrobustiti con un ampia dose di ‘proteine rock’, dei giorni nostri. Volendo fare dei paragoni (con le dovute proporzioni), si potrebbe pensare ai Foo Fighters che si mettano a coverizzare Killing Joke e soci.
L’esito è apprezzabile, il disco scorre via veloce, regalando più di un momento in cui, pur sfoderando un elevato appeal (volendo anche radiofonico), la band non varca mai il limite del facile ammiccamento.
Tra chitarre arrembanti, e una sezione ritmica che tiene saldamente le redini del ritmo, trovano spazio anche qualche effetto elettronico ed episodicamente un piano, ad accrescere lo spessore sonoro della situazione, accompagnando una vocalità sempre all’altezza.
Un lavoro riuscito, per una band che mostra di avere più di una freccia da scoccare.

IN COLLABORAZIONE CON: LOSINGTODAY

DEVOCKA, “LA MORTE DEL SOLE” (I DISCHI DEL MINOLLO)

I ferraresi Devocka, forti del discreto riscontro ottenuto coi primi due lavori, tornano con questo terzo full length, a tre anni di distanza dal precedente “Perché sorridere?”.

Formazione invariata; meno la proposta musicale, che lascia almeno in parte le marcatamente  noise percorse nei primi due dischi, salpando verso territori post-punk / new wave.

Intendiamoci, il gruppo non ha perso un grammo della propria spinta, nè della capacità di sviluppare un’adeguata mole sonora, che però negli undici brani che vanno a comporre “La morte del sole” viene messa al servizio di urticanti sferragliamenti che sembrano usciti direttamente da metà anni ’80.

Saturazioni sonore che costituiscono l’efficace accompagnamento a testi, programmaticamente annunciati dall’apertura di Morte annunciata dell’io ed emblematicamente conclusi da Ultimo istante, in cui tematiche abbastanza consuete, come il rapportarsi con situazioni o rapporti di coppia o la semplice osservazione della realtà circostante, assumono contorni da incubo, distorti attraverso la lente di una follia forse fin troppo lucida. Un insieme completato dalla prestazione canora, all’insegna di una vocalità spesso rabbiosa, scaraventata senza tanti complimenti nei timpani dell’ascoltatore.

un disco compatto (quaranta minuti circa la durata), che poco spazio concede alla calma e che, pur non dimenticando la componente melodica, riserva una generosa dose di potenza sonora, in quella che appare un’ulteriore prova della raggiunta maturità della band.

 LOSINGTODAY