Posts Tagged ‘post punk’

INVERS, “DELL’AMORE, DELLA MORTE, DELLA VITA” (VINA RECORDS)

Secondo lavoro sulla lunga distanza per i biellesi Invers; “Dell’amore, della morte, della vita”: ci vanno giù leggeri, si potrebbe dire, con un titolo che più ‘universale’ non si può… un disco oscuro, a tratti dolente, in altri frangenti infuocato, come del resto lo sono i suoni, che proseguono il percorso avviato col precedente “Dal peggiore dei tuoi figli”, memori della grande lezione del post punk, all’insegna di un’elettricità tagliente, di chitarre lancinanti accompagnate da ritmi a tratti trascinanti.

Suoni che accompagnano testi che dipingono scene di quotidiana amarezza: è un lavoro in cui, anche nei momenti più arrabbiati, sembra scorrere un fiume di rimpianti, per le occasioni perdute, di vita ( ‘Nessun altro’), di amori ( ‘Sopra le luci della città’, ‘Nessun altro’) di sentimenti anche famigliari , espressi con un cantato anch’esso in equilibrio tra ira e malinconia.

Un lavoro che non lesina di gettare uno sguardo ‘al di fuori’, verso una generazione disorientata (‘Oggi s’è perso’), od una società in cui domina, imperante, il ‘sentito dire’ globale diffuso dagli onnipresenti mezzi di comunicazione; ma è un lavoro in cui lo sguardo viene gettato per lo più verso l’interno, alla ricerca di una propria definizione, facendo il punto su ciò che si è (‘Io sono’) su tutto ciò verso il quale ci si sente estranei (‘Montagne’)

La title track posta in chiusura del disco, pur essendo un pensiero rivolto a chi non c’è più, si conclude con un verso che recita: “e col tuo sorriso ti prenderai cura di me”: quasi come se alla fine, il clima plumbeo ed oppressivo, come quello di certe giornate estive, grigie ed afose, che domina il lavoro, fosse improvvisamente rischiarato da una vampata di luce.

Un lavoro che convince, per suoni e scrittura.

KOZMINSKI, “IL PRIMO GIORNO SULLA TERRA” (NEW MODEL LABEL)

Di stanza a Milano (ma di varia provenienza), i Kozminski giungono alla seconda prova sulla lunga distanza dopo i buoni riscontri dell’esordio di ormai quasi cinque anni fa, forti di una collaborazione ormai consolidata con Amerigo Verardi (Afterhours, Baustelle, Virginiana Miller), per un lavoro alla cui gestazione ha partecipato, tra gli altri, anche Giuliano Dottori (Amor Fou).

Credenziali che sembrano offrire già in partenza una marcia in più alla band, che in effetti apre il lavoro all’insegna di un tirato pezzo di matrice post-punk… premessa di un disco che, nel suo scorrere, si muove all’insegna di una certa varietà di coordinate: restano, costanti, certe reminiscenze eighties, ma si sentono anche l’influenza del rock ‘alternativo’ (o indipendente, o chiamatelo voi come volete) e in parte del cantautorato italiano, in aggiunta, se si vuole, a quelle che sembrerebbero apparire lievi influenze dei Coldplay (negli episodi più accorati) o dei Muse (in certi frangenti in cui la band sembra essere sul punto di addentrarsi in territori siderali). Testi (cantati in italiano) in cui il quotidiano, i sentimenti, la riflessione su se  sono filtrati attraverso lenti talvolta oniriche o lievemente immaginifiche, procedendo per immagini, frammenti di pensiero, stralci di flusso di coscienza, come se l’osservazione della realtà avvenisse sempre con un leggero  ‘scarto’, di lato o in controluce, a rivelarne aspetti non immediatamente evidenti.

Gli undici brani presenti ci mostrano innanzitutto un quintetto che ha già raggiunto una certa perizia, capace di impostare brani che riescono ad ‘attirare’, pur senza volersi far piacere a tutti i costi; tuttavia, nel procedere del disco, si ha l’impressione che non tutto funzioni fino in fondo: è come se, singolarmente presti, i pezzi avessero comunque una loro efficacia, ma nell’insieme mancasse qualcosa.

Si sente, forse, l’assenza di un’impronta stilistica più marcata: nel succedersi delle tracce,  la band rimanesse sempre in bilico tra le proprie influenze, senza abbracciarne direttamente nessuna… che se vogliamo sarebbe anche un pregio, ma che stavolta porta ad esiti che non convincono fino alla fine.

PARTY IN A FOREST, “ASHES” (NEW MODEL LABEL)

Disco d’esordio per i Party In A Forest, trio romano che nei dieci brani che compongono Ashes mostra di aver imparato bene la lezione del rock d’oltremanica, quello che con le radici ben piantate negli anni ’80.

Suoni wave – post punk, naturalmente riportati ai giorni nostri, con l’aggiunta di qualche spezia ‘indie’, e corroborati di un’ampia dose di pop nell’accezione positiva del termine: il terzetto capitolino assembla dieci brani all’insegna di riff che ‘acchiappano l’ascolto’, sornioni quanto basta, ammiccanti ma mai troppo smaccatamente ‘piacioni’.

L’elettricità chitarristica, un filo abrasa, la fa da padrone, anche se non mancano spazi dedicati ai climi più rilassati e accorati; la sezione ritmica compie il suo onesto e regolare lavoro nelle retrovie;  la voce,  a cavallo tra rabbia e malinconia  interpreta testi (cantanti in inglese) il cui filo conduttore appare essere quello del ‘trovarsi fuori posto’ nel mondo attuale, scegliendo magari scappatoie oniriche od immaginifiche come vie di fuga.

A impressionare positivamente in “Ashes” è soprattutto l’equilibrio complessivo del disco: pur non mancando qualche passaggio a vuoto (prevedibile e comprensibile come in ogni esordio), il lavoro non soffre di evidenti cali di ritmo, mantenendo viva l’attenzione dell’ascoltatore. Uno di quei dischi che certo ricorda tanto altro, ma il suo essere ‘derivativo’ non disturba granché (anche se talvolta sul cantato aleggia con fin troppa insistenza l’ombra di Robert Smith) e che alla fine si lascia apprezzare, mostrando una band che ci sa fare, alla quale forse resta solo da raggiungere uno stile definitivamente compiuto.

MENTIVO, “IO SONO LA VERITA” (LIBELLULA DISCHI / AUDIGLOBE)

Rock, pop ed elettronica: una sostanziosa dote di new wave / post punk, qualche vago accenno a sonorità più dilatate… et voilà, il piatto è pronto.
Una pietanza assaggiata tante altre volte, che non regala alcun sapore nuovo, ma insomma, gli chef sono in gamba, privi di ansie da ‘reinterpretazione’del piatto, umili quanto basta per non voler fare gli esibizionisti con ‘effetti speciali’ e alla fine il piatto risulta, tutto sommato, gradevole, specie considerando che sono all’esordio e allora gli si può anche riservare il ‘beneficio del dubbio’, in attesa dei prossimi sviluppi.

I Mentivo sono in tre, di stanza a Perugia (anche se provengono qua e là da tutta l’Umbria), apparentemente cresciuti a pane-e-musica d’oltremanica, da quella di inizio anni ’80 (tra il pop elettronico e lo sonorità un po’ più scabre del post punk), a quella del decennio successivo (vedi alla voce: Blur), il tutto riprodotto in salsa italica, a cominciare dal cantato; per certi versi ricordano i primi Velvet, anche se con meno molta piacioneria…

Si chiamano Mentivo e il primo disco che danno alla luce è intitolato “Io sono la verità”: discrepanza voluta e che in fondo riassume un po’ il leit-motiv del disco, che in fondo è quella di una verità che cercata, proposta o imposta, nei tempi moderni è più che mai sfuggente. I temi ricorrenti sono un pò quelli consueti a tanti dischi contemporanei, a cominciare dallo sguardo lanciato su una società nevrotica, in cui ‘La gente comune’ riesce a trovare punti di contatto solo nel definirsi come ‘ex-qualcosa’, in un mondo in cui domina la precarietà, nel lavoro come nelle relazioni sentimentali e in cui anche il tradizionale ‘scendere in piazza’ per chiedere il cambiamento sembra aver perso gran parte della sua forza propulsiva.

Dieci canzoni, racchiuse tra due strumentali, per una band che, pur ancora acerba sotto certi aspetti, sembrerebbe avere buone potenzialità di crescita.

Il disco, se volete, potete ascoltarlo qui.

AUT IN VERTIGO, “IN BILICO” (AUTOPRODOTTO)

Disco d’esordio per gli Aut In Vertigo, band attiva fin dal 2004, proveniente dalla provincia Torinese.

Gli undici brani di “In bilico” disegnano un disco all’insegna di un ‘hard rock dei nostri tempi’, affidato alla potenza delle chitarre (sempre in primo piano, ma senza troppe velleità solistiche), nelle quali è spesso avvertibile qualche ascendenza new /wave / post punk e alla vérve interpretativa del cantante.

Qualche vaga contaminazione (blues, o reggae) completa una gamma di riferimenti sonori essenziale ma efficace, in u disco molto ‘tirato’, ma che si concede anche qualche momento di tranquillità.

Gli Aut In Vertigo assemblano un lavoro tutto sommato riuscito, per quanto non dotato certo dei crismi dell’originalità: con una certa capacità di imbastire riff e ritornelli che restano in testa anche dopo aver concluso l’ascolto, danno una forma sonora riuscita a testi (in italiano) che, fin dal titolo, trovano una sorta di filo conduttore nelle incertezze e nella precarietà dell’oggi, tra critica all’esistente e rivoluzioni forse solo immaginate, mentre la salvezza dai dubbi e dalle incognite che circondano il futuro risiede, prevedibilmente, nei buoni sentimenti.

La prova dell’esordio può dirsi superata, adesso forse resta da trovare un’impronta stilistica più marcata.

YUMMA RE, “SING SING” (MONOCHROME RECORS, / TIPPIN THE VELVET / AUDIOGLOBE)

Nati nel 1996, tra alterne vicende, la classica gavetta dal vivo e varie collaborazioni, anche cinematografiche, gli Yumma Re giungono oggi a dare un seguito anche alla loro discografia, ferma finora all’esordio, “Eden”, targato 2008.

Dieci brani all’insegna di un connubio tra elettricità ed elettronica: tema non nuovo, ma svolto con una certa personalità; si va da suggestioni che – specie nei momenti più calmi – evocano i Depeche Mode (magari quelli a cavallo tra anni ’90 e 2000), anche per merito del cantato di Luigi Nobile (con un occasionale accompagnamento femminile) a momenti all’insegna di rarefazione che riconducono alla felice stagione del trip – hop; per altro verso, dal lato più ruvido della faccenda, il quintetto si mostra capace di rievocare le sferzate urticanti del post punk. Un terzo filone del disco è quello di brani più intimi e dal tono crepuscolare, caratterizzati da sonorità più scarne. Dominano chitarre elettriche, tastiere, piano synth, con la classica sezione ritmica di complemento, qualche fiato a fare capolino.

Un insieme di soluzioni sonore messo al servizio di testi che, prendendo le mosse dal semplice dato autobiografico (il titolo del disco proviene dal nome del palazzo in cui i tre fratelli nobile, nucleo storico della band, sono cresciuti), getta lo sguardo sul mondo che gira intorno, quello più vicino, prendendo di mira la classe politica, lo stato della cultura e della società in genere, e quello più lontano, con una dedica speciale al Sudamerica.

In mezzo, ampio spazio è comunque lasciato al proprio mondo interiore, con omaggi a Billie Holiday e citazioni della Norma di Bellini.

Nonostante i riferimenti sonori espliciti, la formula non originalissima e momenti in cui il ‘già sentito’ fa più volte capolino, gli Yumma Re, riescono comunque ad evitare che lungo l’ascolto di “Sing Sing” si faccia largo la noia, supplendo a questi punti deboli con un’adeguata dose di personalità e capacità esecutiva.

NEKO AT STELLA (DISCHI SOVIET STUDIO / AUDIGLOBE)

Sono in due, fanno casino per quattro: i Neko At Stella vengono da Firenze e, attivi dal 2009, sembrano aver trovato finalmente una stabilità di formazione nell’accoppiata tra Glauco Boato, originario di Cittadella – PD – e Jacopo Massangioli, cresciuto nella provincia toscana.
I dieci brani che vanno a comporre questo omonimo esordio sono una staffilata destinata a farsi ricordare, raccolta tra l’incipit ‘marziale’ di As loud as hell (singolo di lancio, con tanto di video) e la chiusura di Come back blues che finiscono per essere, oltre che gli estremi del disco, anche la una fedele rappresentazione dei ‘poli sonori’ attraverso i quali l’ascoltatore viene fatto viaggiare… ‘viaggio’ peraltro risulta un termine più che azzeccato per un disco che, nel suo snodarsi, finisce per avere un andamento ondeggiante, altalenante, vagamente psichedelico.
Il duo veneto – toscano (cui a dire il vero si aggiungono un paio di occasionali partecipazioni esterne) appare muoversi in un immaginario sonoro che mescola le suggestioni del glorioso post punk degli ’80 (Joy) gli anni ’90 dei caracollanti Pavement, gli arrembaggi pseudo-garage di primi anni 2000 (vedi alla voce Black Rebel Motorcycle Club), senza disdegnare di buttarsi anima e corpo in territori southern o riproporre, a proprio modo, la mai superflua lezione del blues, fino ad un’escursione in territori seventies, con la cavalcata da ‘stoner ante litteram’ di Psycho Blues.
Un catalogo sonoro che accompagna testi in inglese (fa eccezione lo strumentale e ‘tautologico’ Intermission) incanalati sui classici filoni della riflessione interiore, dei rapporti umani (Now I Know, Small Place) e dell’osservazione del mondo che gira intorno (The Flow) tra Disillusione (come recita il titolo di uno dei brani) e critica corrosiva (Drop The Bomb, Exterminate Them All, in una citazione da Apocalypse Now), fino a momenti che rasentano un lirismo immaginifico e vagamente lisergico (Like Flowers, Psycho Blues).
Un disco, insomma, da far ricadere sotto la classica categoria degli ‘esordi convincenti’, forse per ceriti versi più grazie alla mole sonora sviluppata che per l’originalità, mancando forse ancora un’impronta stilistica pienamente delineata.