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4-0

Un risultato che non ammette repliche e, per quello che si è visto ieri sera, del tutto giustificato; umiliante, certo: raramente un risultato di questa portata si è visto nella finale di un grande torneo (l’Italia si ricorda il 4-1 subito dal Brasile nel 1970, anche in quel caso dopo una semifinale vinta con la Germania, in tempi meno datati, lo stesso Brasile perse 3-0 la finale del Mondiale francese del 1998), ma purtroppo bisogna starci. Un pò ci avevo creduto: naturalmente, come tanti, sull’onda dell’entusiasmo per la vittoria contro la Germania, ma anche perché negli ultimi anni l’Italia è stata tra le poche squadre a dare del filo da torcere agli spagnoli. Invece adesso siamo qui, arrivati ieri alle 20.45 con la convinzione di poter dire la nostra, finiti alle 22.30 circa a pensare: “ma dove volevamo andare?”. Non eravamo fuoriclasse prima, non siamo brocchi adesso: semplicemente siamo una squadra che non è infarcita di campioni come la Spagna, che affianca a un manipolo di giocatori di ottimo livello (Buffon, Pirlo, De Rossi, in parte Balotelli, che però deve ancora crescere, e molto) una serie di buoni ‘gregari’: se però manca il fiato, e dopo un quarto d’ora arriva la ‘mazzata’ del gol spagnolo che ti priva pure dell’adrenalina necessaria ad arrivare laddove le gambe da sole non ti spingerebbero, allora c’è ben poco da fare.
Aggiungiamoci che Prandelli stavolta ha fatto qualche errore di troppo: la scelta di un Chiellini a mezzo servizio, che si è dovuto arrendere dopo venti minuti, costringendo già ad una sostituzione; l’ultima sostituzione fatta dopo pochi minuti del secondo tempo, col giocatore in questione, Motta, che si infortuna subito e lascia la squadra in dieci: segno di un evidente nervosismo da parte dell’allenatore, che ha provato rimedi un filo troppo estemporanei… Probabilmente con scelte più oculate il primo tempo lo si chiudeva sotto di un gol e il passivo finale sarebbe stato meno avvilente. Vabbè, è andata così.
L’importante, dato per scontato che Prandelli debba rimanere, perché cambiare dopo due anni sarebbe stupido e controproducente, è che si eviti di cadere nella depressione: in fondo ben pochi credevano in una Nazionale che è andata molto meglio di altre e che alla fine fatti i confronti sulle previsioni del pre-campionato, può essere tutto sommato soddisfatta; per contro, eviterei di assecondare certi toni trionfalistici, specie quelli del Presidente della FIGC Abete, sempre pronto a mettersi a favore di telecamera e a sottolineare quanto stia messo bene il calcio italiano, ovvero a evidenziare quant’è bravo lui, e infatti è anni che sta attaccato a quella poltrona come una cozza allo scoglio; o quelli altrettanto ‘buonisti’ di Monti (ma che c’è andato a fare? Era chiaro che da uno che del mondo del calcio recentemente ha detto peste e corna non potevano arrivare vibrazioni positive… meglio sarebbe stato Napolitano): la realtà è che abbiamo perso, di brutto, evitiamo di comportarci come se nulla fosse, e di parlare di ‘impresa’; ‘impresa’ sarebbe stata se avessimo vinto: ‘impresa’ invece non è stata, ma semplicemente una prestazione al di sopra delle aspettative che si è conclusa, purtroppo, con un crollo, sia fisico che psicologico. Accontentarsi? Manco per sogno: essere coscienti di quanto di buono è stato fatto e tenere presente gli errori commessi in finale per affrontare meglio il futuro, nell’attesa che il campionato e i vivai italiani producano almeno altri due – tre giocatori sopra la media.

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