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PIVIRAMA, “SENZA RETE” (NEW MODEL LABEL)

17 anni di attività e una biografia sonora che con “Senza Rete” giunge al quarto capitolo: per la cantautrice siciliana Raffaella Daino un punto di svolta importante, con la decisione di esprimersi per la prima volta in italiano.

Dieci pezzi, all’insegna di un rock / pop ora più sinuoso e suadente, ora dalla consistenza più ruvida e tagliente: Daino canta e talvolta imbraccia la chitarra un nutrito gruppo di compagni di strada si occupa del resto, a partire dal frequente utilizzo di tastiere e drum machine all’insegna di una componente elettronica che appare conferire un deciso e maggiore appeal ai pezzi.

Raffaella Daino racconta di sé, ma non solo: all’introspezione si affiancano ritratti di individui che hanno compiuto scelte determinanti o che hanno ‘scelto di non scegliere’, lasciandosi più o meno trasportare dalla casualità o all’opposto rimanendo bloccati nella loro incapacità di decidere.

Non solo un ‘guardarsi dentro’, o magari qualche evasione immaginifica, ma anche il marchio, spesso violento della realtà: la fuga di una donna da un compagno violento, ma soprattutto il tema delle migrazioni, la fuga verso un domani migliore che si interrompe in un campo profughi o bloccata – letteralmente – da nuovi muri.

Un disco che colpisce forse soprattutto per questo affiancare sonorità spesso e volentieri ‘leggère’, e un’interpretazione spesso all’insegna della dolcezza (senza essere sdolcinata) alla frequente serietà dei temi trattati: insomma, a prima vista quasi un disco pop / rock come tanti, magari con qualche ascendenza ‘rilevante’ (floydiano l’incipit di ‘Sassi di vetro’ in apertura del disco), ma poi quando ci si ferma ad ascoltare l’esito improvvisamente cambia.

Raffaella Daino vince insomma la sfida del passaggio all’italiano scelta che, ci si può augurare, le consentirà di raggiungere un pubblico più ampio.

RELATIVITY

Uno spettacolo teatrale dedicato alla Teoria della Relatività è un’idea originale e anche discretamente stuzzicante, dato che a dirla tutta fare incontrare scienza e letteratura è impresa discretamente ardua (per quanto già tentata in precedenza, a cominciare dalla Vita di Galileo di Brecht), perché a dirla tutta in genere i due mondi tendono a guardarsi discretamente in cagnesco…

In questo a caso a cimentarsi nell’impresa, portando in scena lo spettacolo scritto e diretto da Lorenzo Cognatti, sono i ragazzi del Teatro della Bottega, realtà che dà qualche anno cerca di offrire un luogo di aggregazione culturale a una zona di Roma – quella del Portuense – che soffre da anni di una cronina mancanza di strutture di questo tipo: per intenderci, l’unico cinema che avevamo a disposizione è chiuso e in stato di abbandono da anni.

Il tema non è facilissimo, anzi: a dirla tutta piuttosto complicato, poiché richiede all’uomo ‘comune’ un discreto sforzo di ‘astrazione’ e, come viene più volte sottolineato nel corso dello spettacolo, di fantasia e immaginazione; ,on si tratta certo di uno spettacolo con intenti pedagocici ed educativi: per quello basta recarsi nella più vicina libreria, se si è mossi da un’adeguata curiosità: il tentativo appare in realtà proprio quello di incuriosire lo spettatore, magari spingendo coloro frequentano meno certi temi ad approfondirli.

Così, un’esile traccia narrativa ci porta da Galileo ad Einstein passando per Newton, raccontandoci di uomini che, non accontendandosi delle verità imposte dall’Accademia (o dalla religione), scorgono delle falle in ciò che viene considerato come un dato acquisito, usando la propria immaginazione per escogitare nuove soluzioni.
I cambi di scena, il mostrare avvenimenti che si svolgono in contemporanea, induce lo spettatore a familiarizzare col concetto di “Relatività”, il cambio di prospettiva sui fatti in base all’osservatore.
Ampio ricorso a situazioni comiche, ma a farla veramente da padrone sono le musiche, da Rimskij Korsakov ai Pink Floyd, all’immancabile omaggio al Bowie di Space Oddity, passando per una manciata di brani storici della canzone italiana, coi testi rivisitati per l’occasione in chiave filosofico / scientifica; il tutto condito con alcuni momenti di danza e con una parentesi ‘metateatrale’, con i quattro attori (tre ragazzi e una ragazza) in scena che spesso e volentieri cercano, trovandolo, il contatto e il dialogo diretto col pubblico.

Durante l’ora e un quarto di durata si ride spesso e volentieri, ci si lascia trasportare dalle musiche e suggestionare dai momenti di danza, senza dimenticare che in fondo al di là dei gusti, è importante sostenere iniziative come questa, che cercano di tenere vivo un quartiere che, per quanto lontano dal degrado di certe periferie estreme, sotto il profilo culturale rischia spesso il letargo totale.

 

Relativity va in scena fino all’8 maggio nei fine settimana: il sabato alle 21.00, la domenica alle 18.30.

Il Teatro della Bottega è in via Leopoldo Ruspoli 87, al Portuense.

MANGARAMA, “ALIENO” (LIBELLULA DISCHI /AUDIOGLOBE)

Ogni disco di esordio, in fondo, ancora prima che un punto di partenza è un punto di arrivo, l’esito di un processo di formazione, di una gavetta, di una prima parte di percorso; il momento in cui tutto forse finisce di essere solo un divertimento e in cui, si capisce di aver fatto sul serio.

“Alieno”, per i quattro ragazzi provenienti dalla provincia di Asti che si sono dati il nome di Mangarama, rappresenta tutto questo: il culmine di una vicenda cominciata nei primi anni 2000, cominciata come per tanti con i brani altrui (in questo caso quelli di Radiohead e Pink Floyd su tutti), passata attraverso un demo, un singolo e finalmente giunta a compimento con il primo full length, autoprodotto.

Come il titolo suggerisce, il file rouge dei nove pezzi presenti è il senso di ‘alterità’, la sensazione di sentirsi ‘fuori posto’: c’è l’ingenuo, pronto a subire le conseguenze del suo essere meno cinico degli altri e la rassegnazione di chi accetta il mondo così com’è, destinato al caos; c’è il pesce rosso che osserva il nostro mondo al di là del vetro, nella sua bolla, che trova una corrispondenza in coloro che vivono come sotto una campana di vetro, calata dall’esterno o autoimposta; c’è la frustrazione  di chi si sente ‘diverso’ quando si ritrova  sconfitto o fallisce nel raggiungimento di un obbiettivo.
In mezzo, c’è spazio per uno sguardo inquieto e disincantato della realtà, tra la caccia improbabili cacce all’uomo e ritratti di venditori di sogni per i quali il prezzo da pagare può essere molto alto…

La band piemontese dà forma sonora a questi concetti con un pop-rock impastato di elettronica, nel quale i riferimenti della band risultano alla fine abbastanza scoperti: evidente soprattutto l’influenza dei Radiohead, quelli magari meno sperimentali, sia in certe parentesi dilatate che nella grana del cantato, spesso all’insegna di una certa malinconia; per il resto, i Mangarama sembrano far riferimento alla classica scena indie-italiana, confezionando un classico disco che cerca l’equilibrio tra brani dall’attitudine più radio-friendly ed episodi all’insegna di qualche tentativo di sperimentazione in più.

Un punto di arrivo o un punto di partenza, che ci mostra una band a tratti ancora troppo legata ai propri punti di riferimento, ma che appare avere ancora margini di miglioramento.

Per chi vuole,  il disco è ascoltabile qui.

FIORI DI CADILLAC, “CARTOLINE” (FOREARS RECORDS)

Ennesimo caso di matrimonio – riuscito – tra sonorità sintetiche ed elettricità: i partenopei Fiori di Cadillac sono all’esordio discografico ma, come dimostrano le loro biografie, sono musicisti già rodati, e “Cartoline” ne è la riprova.

Dodici tracce (incluso un breve strumentale), in cui il quintetto percorre in lungo e in largo itinerari già ampiamente battuti da altri, pur cercando una propria strada: lungo il percorso non stupisce trovare tracce del sofisticato synth-pop dei Delta V piuttosto delle contaminazioni dei conterranei Planet Funk (seppure quelli dei momenti più riflessivi) o isolati accenni all’elettro-rock dei Subsonica, sebbene con esiti meno ammiccanti.

Ampliando lo sguardo, si scorgono segni dello sperimetalismo dei Radiohead (specie in alcuni passaggi in cui la dilatazione cede improvvisamente il passo a dissonanti sfuriate elettriche) e della lezione psichedelica dei Pink Floyd; loro stessi aggiungono  al loro pantheon di riferimento i Mercury Rev.

Chitarre dalle tenui consistenze, ma pronte a rilasciare la propria indole aggressiva in parentesi urticanti e synth che disegnano tappeti sonori spesso all’insegna della rarefazione costituiscono i due pilastri sonori del disco, spesso accompagnati dalle coloriture emotive del piano, con l’occasionale inserimento di fiati, a conferire un indole vagamente obliqua in un paio di episodi.

Luigi Salvo è l’interprete vocale, con personalità (pur se per lo più in toni sfumatamente dimessi) di testi dall’atmosfera spesso onirica, tra rapporti sentimentali, disagi esistenziali, fughe immaginate, ma mai in modo troppo diretto, riccorrendo magari all’allusione, a frammenti di discorso, soliloqui, momenti ellittici.

Un disco che si fa apprezzare, mostrandoci un gruppo che, pur se all’esordio, appare avere già le idee sufficientemente chiare e sulla buona strada per inquadrare in maniera più definita il proprio stile.