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R.I.P. PHILIP SEYMOUR HOFFMAN (1967 – 2014)

La notizia, mi ha lasciato basito, un po’ come – credo – gran parte degli appassionati di cinema… mi rendo conto che è banale sottolinearlo, ma Philip Seymour Hoffman decisamente non dava l’idea di un ‘tossico’, grazie all’aspetto corpulento e a quel sorriso sempre un pò beffardo sulla faccia… Della sua passata – a questo punto, non superata – tossicodipendenza, non sapevo nulla… al cinema, l’ho visto solo in “The Master”, l’anno scorso: mi sembrarono sopravvalutati il film e la sua interpretazione, troppo ‘calligrafica’ e ‘gigionesca’. Ne ho un ricordo decisamente migliore in “Onora il padre e la madre”…

Eppure, eppure in questi casi c’è qualcosa che stona, che stride, che mi porta in un certo senso a prendere le distanze… non è il solo dato ‘biografico’, non è il fatto che ‘lui era un tossicodipendente e io no’; non è nemmeno quel pensiero che viene quasi sempre in questi casi, che porta a chiederti come si possano ridurre così persone che vivono vite che la maggior parte dei comuni mortali si sogna, soldi e successo, un mestiere gratificante e danaroso… Te lo chiedi sempre: ma possibile che alzarti la mattina con l’incertezza del futuro sia meglio che svegliarti in una bella casa, con la serenità finanziaria e la prospettiva di andare sul set? Non è solo questo, è altro: sto parlando di responsabilità. Ora, io posso capire se hai 40 anni e sei solo, la vita è la tua, se non ne sopporti il peso, può dipendere da tanti fattori, compi scelte che alla fine toccano solo te; il problema per quanto mi riguarda è che Philip Seymour Hoffman aveva tre figli, tutti piccoli tra l’altro, ed è qui che entra in gioco la ‘responsabilità’; perché finché sei da solo, puoi anche autodistruggerti: la tua scomparsa farà probabilmente soffrire parenti e amici, ma se ne faranno una ragione; coi figli, specie se piccoli, no. Se hai dei figli non sei solo: hai delle responsabilità nei confronti di altri, non puoi più permetterti il lusso di pensare e agire come se la vita fosse solo la tua e non ci fosse nessun altro… è una responsabilità ancora maggiore di quella che hai nei confronti del tuo partner, perché lui ti ha scelto, i tuoi figli, no.  Hai deciso di avere dei figli, ma quei figli non hanno scelto di ‘arrivare da te’, la differenza sta tutta qui, e tu hai la sacrosanta responsabilità, almeno per i primi 18 – 20 anni della loro vita, di campare tenendo conto della loro esistenza. Non si può fare finta di niente, si deve agire sempre ‘tenendo conto che’; sei tossico? Ti disintossichi. Ci ricaschi? Cerchi d ri-uscirne; altrimenti il discorso è semplice: se sai di essere un debole, incapace di uscire definitivamente dalle tue dipendenze, molto semplici: figli non ne fai; resti solo, o con chi ti ha scelto, con tutti i tuoi pregi e difetti, forze e debolezze, ma non metti al mondo delle creature che dipendono in tutto e per tutto da te, rispetto alle quali, ripeto, tu hai delle sacrosante responsabilità.

Non capisco Hoffman come non capisco i militari con prole che vanno volontari nelle ‘missioni di pace’ o di guerra all’estero, o i reporter ‘d’assalto’ che partono per i luoghi pericolosi, sapendo di lasciare dei figli a casa: non c’è un ideale che uno, per quanto alto e ‘nobile’ che possa essere anteposto alle responsabilità che si hanno nei confronti dei propri figli. Perché lo ripeto: si sceglie di avere dei figli, ma loro non ti scelgono.

Non capisco Hoffman, così come ai tempi faticai a capire Cobain, per cui avevo molta più ammirazione. Poi per carità, noi non conosciamo le situazioni, né cosa girasse nella testa di quelle persone, ma in fondo, io non riesco a capire.

THE MASTER

Stati Uniti, secondo dopoguerra. Freddie (Joaquin Phoenix) è un reduce, uscito dall’esperienza bellica fiaccato nel corpo e, sopratutto, nella mente. Tenta, senza successo, di costruirsi una ‘vita normale’, finendo per diventare schiavo dell’alcol per poi incontrare, fortuitamente, Lancaster Dodd (Philip Seymur Hoffman), uno strano personaggio, mezzo scienziato e mezzo santone, un imbonitore che grazie al suo carisma ha messo su un’organizzazione pseudoreligiosa.
Inizialmente un semplice simpatizzante, in seguito Freddie intraprenderà il ‘cammino’ per diventare un vero e proprio adepto, ma il rapporto trai due ha ormai assunto dei connotati diversi, legando i protagonisti in una sorta di dipendenza reciproca…
Ammetto che conclusa la visione di The Master mi sono sentito stupido, come ogni volta in cui uno va a vedere un film pluripremiato, osannato dalla critica, lanciato dagli spot con espressioni magniloquenti, e poi, durante la visione, si chiede dove sia tutto ciò che gli era stato promesso.
Riflettendoci sopra, si possono anche arrivare a comprendere i motivi per cui questo film e le interpretazioni dei protagonisti hanno fatto urlare in tanti al miracolo; le si può comprendere ma (almeno per qunto mi riguarda) per nulla condividere.
In effetti, il film propone il classico ‘catalogo’ di elementi che in genere portano la critica a gridare al capolavoro: i tempi ‘dilatati’; il lasciare spazio al ‘non detto’; le interpretazioni memorabili degli attori… il problema è che se la dilatazione diventa lentezza esasperante, se il ‘gioco’ del ‘detto / non detto’ diventa manieristico e si risolve sostanzialmente in una poca comprensibilità del messaggio di fondo, se le interpretazioni degli attori assumono ben presto un che di ‘calligrafico’, corredato dalla fastidiosa impressione di un certo autocompiacimento, beh, allora… altro che capolavoro e anzi ci si pongono le solite domande sull’affidabilità delle giurie, dei Premi, delle critiche.
Visivamente, certo, non si può dire sia un brutto film: luci e colori sono ineccepibili, ma tutto questo non basta a salvare una storia che parte da un personaggio più che mai stereotipato (il soldato traumatizzato) e prosegue nel raccontare una vicenda i cui contorni non sono esattamente ‘nuovi’ (un rapporto tra due persone che prende una piega inaspettata); sul messaggio di fondo, si resta dubbiosi: da una parte Freddie che, forse perché già dipendente dall’alcol, fatica a entrare nei meccanismi della setta, poi provando effettivamente a diventarne adepto; dall’altra Lancaster, che finisce per essere ‘attaccato’ realmente alla sola ‘causa persa’ della sua vita professionale: un concetto anche in questo caso non proprio originale, la cui novità è forse l’applicazione al contesto delle ‘sette’. A questo proposito, va ricordato come il film sia stato in parte visto come un atto di accusa contro Scientology e le varie religioni ‘faidate’, ma anche in questo caso, pur mostrando alcuni retroscena della ‘vita’ di queste organizzazioni (inclusa un’inutile sequenza dominata da nudi femminili messi lì anche abbastanza ‘gratuitamente’), l’essere un ‘atto di accusa’ non è certo l’obbiettivo principale del film… anzi, a un certo punto uno pensa pure: purché finisca presto, m’iscrivo a Scientology… Battute a parte, i dubbi sul ‘cosa il regista abbia voluto dire’ restano per questo suo poco riuscito giostrare tra l’esplicito e l’ellissi, che finisce per indebolire il tutto.
Le interpretazioni di Joaquin Phoenix e Philip Seymour Hoffman hanno conquistato lodi sperticate ma, specie pensando ai trascorsi dei due, si ha l’impressione di trovarsi quasi di fronte ad esercizi di stile: il deperito e nevrotico Phoenix contro il placido e ‘sovrabbondante’ Seymour Hoffman, entrambi all’insegna di gesti ed espressioni fin troppo marcate: ben altro era stato il livello raggiunto da Phoenix nella sua intepretazioni di Johnny Cash o da Seymour Hoffman in Onora il padre e la madre, per citarne solo due. Accanto a loro due, merita se non altro una citazione Amy Adams, che cerca di ritagliarsi faticosamente uno spazio nel ruolo della moglie di Dodd , avendo peraltro a che fare con un personaggio la cui definizione non va molto oltre l’abbozzo di una donna che ormai col consorte non condivide altro se non la ‘dedizione alla causa’ e che cerca disperatamente di stabilire  un contatto umano con lui nella memorabile e trashissima sequenza di una masturbazione.
L’impressione insomma è di trovarsi davanti a un film in una certa misura ‘predestinato’ , del quale fin dall’inizio, visti anche i nomi coinvolti, non si potesse fare altro che parlar bene, al di là dei meriti reali del dell’opera, che alla luce degli esiti, appaiono essere stati in gran parte sopravvalutati; probabilmente la messe di premi raccolti proseguirà con Oscar e Golden Globe; chi scrive, non ne è stato per nulla coinvolto. A ogni buon conto, se voleste provarne la visione, portatevi appresso un cuscino e magari un plaid.