Posts Tagged ‘Perturbazione’

SOMEDAY, “UNA GIORNATA BREVE” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Secondo lavoro per i torinesi Someday, una via di mezzo tra un EP e un lavoro più lungo, che vede proseguire la collaborazione con Cristiano Lo Mele dei Perturbazione in qualità di produttore e la scelta importante di passare dall’inglese all’italiano.

“Una giornata breve”, una tra le tante di chi assistere allo scorrere del tempo e al trascorrere della propria esistenza senza averne il controllo, facendosela sfuggire tra le mani, osservandola come uno spettatore esterno, nella proverbiale impressione di stare vivendo la vita di qualcun altro.

I sei brani ruotano attorno a questo concetto di fondo, tra immaginazione e momenti onirici, impressioni frammentarie e ‘non detti’, che il più delle volte toccano la sfera sentimentale, con una costante aura di rimpianto, per il ‘ciò che sarebbe potuto essere e non è stato’.

Il quartetto torinese si esprime con sonorità radicate in tutto uno scenario ‘indie’ che mescola suggestioni vagamente post punk, aperture dreampop, momenti più volti a un certo ‘rock alternativo’ degli anni ’90, pur senza eccessi rumoristici, conservando anzi il gusto della melodia, nel segno di un appeal fondato sul pulsare del basso e sull’uso accorto dei synth.

Il brano conclusivo è una cover tradotta di ‘Feel’ dei norvegesi Motorpsycho, da quasi trent’anni band di culto della scena rock alternativa.

Un lavoro quasi ineccepibile nella forma, ma al quale forse, manca qualche abrasione, qualche momento di ‘rilascio’ in più, restituendo alla fine un’impressione di ‘energia trattenuta’.

AA.VV., “SOTTO IL CIELO DI FRED – UN TRIBUTO A FRED BUSCAGLIONE” (PREMIO BUSCAGLIONE /LIBELLULA MUSIC / AUDIOGLOBE)

Nato nel 2010, il Premio Buscaglione, “Sotto il cielo di Fred” punta a valorizzare le band emergenti, omaggiando allo stesso tempo il cantautore torinese.

La pubblicazione di un cd – tributo era uno degli obbiettivi degli organizzatori fin dalle prime edizioni: meta finalmente raggiunta, grazie al contributo di dodici rappresentanti del cantautorato dei giorni nostri.

L’interesse di questa compilation risiede nell’essere una fotografia di buona parte di ciò che meglio ha da offrire la scena musicale italiana degli anni ’10 del ventunesimo secolo, dai Perturbazione a Paolo Benvegnù, da Dente a Lo Stato Sociale, da Brunori Sas, a Il Pan del Diavolo, e l’elenco potrebbe proseguire… certo, forse non ci sono proprio tutti – tutti (personalmente, sarei stato curioso di vedere alle prese col caro vecchio Fred gente come Il Teatro degli Orrori, per dirne uno), ma comunque il piatto, come si dice in questi casi, è ottimo e abbondante.

I partecipanti hanno rispettato il materiale di partenza, mettendoci del loro: senza dilungarsi troppo ad elencare i caratteri di ognuno, sarebbe sufficiente citare la versione quasi anni’40 di ‘Juke Box’ presentata dai Sweet Life Society, i ritmi quasi reggaeggianti con cui Lo Stato Sociale ha tradotto ‘Teresa’, gli accenti mariachi con cui gli Etruski from Lakota hanno costellato ‘Porfirio’; si fanno ricordare la lettura carica di nostalgia che Paolo Benvegnù ha dato di ‘Love in Portofino’ e soprattutto il brano più famoso dell’intera discografia di Buscaglione, ‘Eri piccola così’, qui eseguita da Bugo con la sua solita attitudine all’insegna di un disincanto quasi annoiato.

Quando il materiale di partenza è di livello e gli esecutori sono di valore, il risultato non può essere che soddisfacente… al di là degli esiti, l’importanza di “Sotto il cielo di Fred” sta proprio nell’omaggiare un artista fin troppo spesso dimenticato, almeno quando si tratta di elencare i grandi della canzone italiana: forse per il suo essere stato un ‘irregolare’ (sorte condivisa con altri ‘non allineati’, si pensi ad esempio a Ivan Graziani, o Enzo Jannacci) una sorta di ‘unicum’, per il suo costante ricorso all’ironia, talvolta allo sberleffo, per quanto amari, che lo ha distanziato dalla ‘norma’ del cantautore italiano tutto volto ad un’introspezione, spesso cupa.

“Sotto il cielo di Fred” per certi versi finisce quindi per fare in un certo senso ‘giustizia’: e per questo lo si può quasi definire un disco ‘Necessario’.

AA.VV., “VOCI PER LA LIBERTÀ 2014”

Voci per la Libertà – Una canzone per Amnesty” si avvia quest’anno a raggiungere la maggiore età, con la sua 18esima edizione. La rassegna – concorso organizzata da Amnesty International e dedicata ai temi della lotta contro le vecchie – nuove segregazioni e limitazioni della libertà vivrà il suo apice l’estate prossima, con l’esibizione dal vivo di vincitori e finalisti del concorso.

Altro evento – chiave della manifestazione è l’uscita della compilation che testimonia l’edizione dell’anno precedente: consuetudine puntualmente rispettata anche quest’anno.

La formula è quella ormai classica per la compilation di “Voci per la Libertà”, che vede mescolarsi artisti più affermati o comunque non proprio alle ‘prime armi’ ad esordienti, questi ultimi con due brani a testa.

Apre le danze ‘Atto di forza’, brano vincitore dell’edizione 2014, firmato da Max e Francesco Gazzé; assieme a loro, il nome più conosciuto è sicuramente quello dei Perturbazione, presenti con ‘Mia figlia infinita’. Come avvenuto già nei precedenti capitoli, la selezione si snoda all’insegna di una certa varietà di umori e stili: dal classico cantautorato di Fabio Cinti a quello vagamente ludico dei Mud a quello dai riflessi indie di Giorgio Barbarotta ; dalle suggestioni etnico-caraibico-dialettali dei Vilazuk al rock –blues soleggiato e dalle tinte southern dei Marmaja, passando per le voci femminili di Levante, Nadia & The Rabbits, Anna Luppi; apprezzabile ancora una volta la scelta di dare spazio anche a sonorità un po’ più pesanti: stavolta è il turno dei Les Fleures des Maladives.

La violenza sulle donne, la guerra, la repressione in Tibet, il razzismo, la fuga alla ricerca della libertà e di una vita migliore, l’infibulazione… “Voci per la Libertà” è certo, una compilation musicale, ma in questo caso più che mai il fatto sonoro dovrebbe – forse – finire in secondo piano, per lasciare al ribalta alla forza delle idee.

SANREMO VA BENE COSÌ

In fondo, Sanremo è sempre stato questo: il Festival della Canzone(tta) italiana. Nonostante tentativi, alquanto modesti, di ampliare il contesto, Sanremo non è mai stata, nelle intenzioni, una rassegna dello ‘stato dell’arte’ della musica italiana, ampliamente intesa. Lo scopo di Sanremo è sempre stato quello di produrre pezzi facili, da vendere, da mandare per radio, da essere fischiettati per strada, sotto la doccia per tre mesi e poi essere presto dimenticati. Ogni tentativo di rendere Sanremo ‘altro’ è miseramente fallito e penso soprattutto alla pretenziosità delle edizioni curate da Fazio, che animato dalla sua solita spocchia, aspetto di più deleterio di un certo pseudo-intellettualismo sinistroide, voleva ammantare Sanremo di chissà quale ‘missione’.

La storia dice che Sanremo è la ‘canzonetta’ e che con la qualità e la profondità nulla ha a che fare; basta solo pensare che quando a Sanremo si è presentato Tenco, che probabilmente sarebbe stato destinato a diventare il più grande, più grande di De André, di Conte, di Battiato, è andata a finire come sappiamo tutti: Sanremo respinge da sempre la qualità, non gli interessa e non gli serve: la rabbia, la tristezza ed all’opposto il ‘cazzeggio intelligente’ lo repellono; Sanremo deve essere sentimentalismo a buon mercato e frasi fatte; Elio e Le Storie Tese non hanno vinto Sanremo (ovvero: l’avevano vinto, ma poi non gli fu permesso nei fatti). Sanremo respinge perfino le ‘interpretazioni’: Mia Martini partecipò varie volte, sempre con esibizioni molto intense, troppo intense: venne pure lei buttata nelle retrovie.

Insomma, Sanremo è il disimpegno e la facilità: tutto il resto, fuori, please; negli anni si è cercato di dare spazio alla musica ‘altra’, a Sanremo si sono presentati Subsonica, Marlene Kuntz, Afterhours, Marta sui tubi, Perturbazione: tutti con pochi o nessun risultato, in fondo. Inutile continuare a pensare, a pretendere, che Sanremo possa o debba, essere qualcosa di diverso dalla canzonetta di sottofondo da bar, parrucchiere, o supermercato. Sanremo è sempre stato solo quello: per alcuni ‘la bella canzone italiana’, per altri, il pattume sonoro che sovrasta tutto, riducendo chi vuole fare ‘altro’ nelle riserve. Poche le eccezioni: senza scomodare il ‘solito’ Modugno (che poi oltre alle consuete lodi fu anche una prova della ‘vocazione commerciale’ della musica sanremese), ricordo la discreta ‘Uomini soli’ dei Pooh, uno dei loro punti più alti in quanto a scrittura, le vittorie degli Avion Travel e di Elisa, più recentemente quella di Vecchioni, ma poi nulla o poco altro: di pezzi veramente di peso, di valore, a Sanremo ne sono certo stati presentati, in media è forse possibile reperirne uno o due ad edizione, ma guarda caso, hanno sempre goduto di gloria postuma, non certo nell’ambito del Festival in sè, che della profondità e della qualità, se n’è sempre ampiamente fregato, dando puntualmente la precedenza alla leggerezza, alla superficialità, all’orecchiabilità fine a sé stessa.

E allora, ben venga la fine di ogni ipocrisia Faziosa, ben venga la conduzione popolare di Conti, che si tira appresso il solito codazzo di amici fiorentini, ben vengano Tiziano Ferro, Al Bano e Romina e perfino Biagio Antonacci ‘elevato’ al ruolo di ‘superospite’. Bentornato al Sanremo puro, vero, originale, fatto di paccottiglia sonora da due soldi da dare in pasto ad un pubblico di analfabeti musicali, per i quali il concetto di ‘buona musica’ viene definito dal numero di copie vendute, scaricate o di passaggi in radio. Sanremo è Sanremo: nient’altro che questo.

FRATELLI DI SOLEDAD, “SALVIAMO IL SALVABILE – ATTO II” (FRANK FAMILY RECORDS / GOODFELLAS)

A vent’anni di distanza dal primo capitolo, i Fratelli di Soledad danno un seguito a Salviamo il salvabile, ancora una volta omaggiando la storia della canzone italiana, con il contributo di un nutrito gruppo di amici, trai quali alcuni degli autori o interpreti dei brani originali.

Undici portate per un pasto ottimo e abbondante, in cui i Fratelli rileggono alla loro maniera, un repertorio più che mai variegato: da una ‘Svalutation’  più che mai ‘combattente’, impreziosita dalla voce di Gino Santercole (autore dell’originale assieme a Celentano), ad una ‘Stasera l’aria è fresca’ dai profumi psychobilly e i paesaggi western cantata dalla voce originale di Goran Kuzminac; da ‘A me mi piace vivere alla grande’, del compianto Franco Fanigliulo (interpretata da Riccardo Borghetti, uno degli autori originali) a ‘Versante Est’, presa direttamente dal repertorio dei primi Litfiba, qui riproposta in versione Ska, a ‘Cimici e Bromuro’ di Sergio Caputo, trasfigurata attraverso un punk trascinante; Max Casacci contribuisce a rileggere ‘Il mio funerale’ dei Gufi e Bunna degli Africa Unite offre la sua voce per ‘Il Tuffatore” di  Flavio Giurato.

Deliziosa la versione ska del ‘O Rugido do Leao’ di Piccioni (uno dei pezzi-simbolo di Alberto Sordi), mentre Tommaso Cerasuolo dei Perturbazione è tra gli ‘aiutanti di campo’ nella rielaborazione acustica dell’unico brano orignale degli FdS presente in scaletta, ‘Je vous salue Ninì’. Completano la lista ‘Stranamore’ di Vecchioni e ‘Ho le tasche sfondate’ di Piero Ciampi.

Solare, divertente, a tratti trascinante: i Fratelli di Soledad colpiscono nel segno con un disco di cover che riesce nell’intento di rivisitare in modo originale ma rispettoso il materiale di partenza, che mostra così tanto solido da resistere al passare del tempo, quanto efficace anche quando vestito di nuovi abiti sonori.

THE BRAIN OLOTESTER, “WASH YOUR BLUES AWAY” (I DISCHI DEL MINOLLO)

Secondo capitolo del progetto Brain Olotester, dietro cui si cela Giuseppe Calignano: ad accompagnare il cantante e chitarrista un nugolo di collaboratori, tra cui spiccano Tommaso Cerasuolo dei Perturbazione e Paolo Bergese (Airportman). Ampio il cast, ampi i suoni: negli undici brani presenti (cantati in inglese, con l’eccezione di due strumentali), Calignano guida una formazione a ‘geometria variabile'(anche nell’elemento vocale, coi frequenti interventi di voci femminili), per un disco che nel suo procedere cambia più volte forma, pur conservando un’impronta stilistica ben definita: si parte da un ‘campo base’ indie – folk, per prendere sentieri che di volta in volta si aprono su panorami psichedelici, si inoltrano in docili declivi dreampop, si addentrano in ombrosi territori crepuscolari, fino ad aprirsi, come nella title track conclusiva, su luminose aperture orchestrali.

Riportando suggestioni riconducibili a certi collettivi canadesi che negli ultimi anni hanno conquistato la passione degli amanti delle sonorità ‘indie’, il progetto The Brain Olotester avvolge l’ascoltatore, offrendogli il gusto del particolare precedentemente sfuggito ad ogni nuovo ascolto. Archi, fiati, tastiere, elettronica, oltre al consueto ‘nucleo’ chitarra – basso e batteria, con l’aggiunta di un cantato che alterna solarità e accenti più melanconici, costruiscono un lavoro all’insegna della pienezza e densità sonora: un disco da assaporare a poco a poco, che nel procedere degli ascolti riesce a mantenere intatto il proprio appeal.

BIANCO, “STORIA DEL FUTURO” (INRI)

“Nostalgina”, esordio risalente allo scorso, aveva fatto guadagnare ad Alberto Bianco i favori di critica e pubblico. Il cantautore torinese (di Moncalieri) torna ora con un secondo lavoro, in occasione del quale chiama ha chiamato a collaborare con lui un nutrito gruppo di ospiti, capitanati da Tommaso Cerasuolo (Perturbazione) e Gionata Mirai (Teatro degli Orrori).

Il risultato sono questi undici pezzi (più una ghost track, posta in coda), nei quali Bianco (come più semplicemente ha deciso di farsi chiamare nel corso della sua avventura artistica), si dedica a un indie pop venato di folk (con qualche parentesi più orientata al rock) dall’impronta fortemente cantautorale.

Sospeso tra raccoglimento, ritmi lenti, quasi dilatati, dalle tinte vagamente crepuscolari o all’apposto pronto ad aprirsi in momenti di brillante luminosità dall’appeal quasi radiofonico, “Storia del futuro” trova una parallela molteplicità di sensazione sotto il profilo strettamente sonoro, grazie all’ampia gamma della strumentazione: banjo, contrabbasso, archi e fiati si affiancano alle immancabili chitarre e sezione ritmica, con pianto e synth ad accrescere ulteriormente lo spessore sonoro.

Testi che ondeggiano tra l’amore, con le sue tenerezze e le sue complicazioni e l’introspezione, con uno sguardo sul se ora amaro, ora disincantato, ma sempre sul filo di una vaga ironia. Fulminato, Quasi vivo e Morto costituiscono una tripletta che probabilmente non è stata messa in sequenza per non dare l’idea di una progressione voluta, tuttavia metterle in correlazione l’una con l’altra, risulta quasi immediato, mentre La strada tra la Terra e il Sole, pur riportando al repertorio di Moltheni, è comunque dotata di una sua potente personalità, che la rende forse il miglior brando del disco.

Bianco ha battezzato il suo secondo disco “Storia del futuro” (come una delle tracce che lo compongono): nell’ascoltarlo tuttavia, l’impressione è che di futuro davanti ne abbia parecchio e che di storia da scrivere ce ne sia ancora parecchia.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY