Posts Tagged ‘Paolo Conte’

SANREMO VA BENE COSÌ

In fondo, Sanremo è sempre stato questo: il Festival della Canzone(tta) italiana. Nonostante tentativi, alquanto modesti, di ampliare il contesto, Sanremo non è mai stata, nelle intenzioni, una rassegna dello ‘stato dell’arte’ della musica italiana, ampliamente intesa. Lo scopo di Sanremo è sempre stato quello di produrre pezzi facili, da vendere, da mandare per radio, da essere fischiettati per strada, sotto la doccia per tre mesi e poi essere presto dimenticati. Ogni tentativo di rendere Sanremo ‘altro’ è miseramente fallito e penso soprattutto alla pretenziosità delle edizioni curate da Fazio, che animato dalla sua solita spocchia, aspetto di più deleterio di un certo pseudo-intellettualismo sinistroide, voleva ammantare Sanremo di chissà quale ‘missione’.

La storia dice che Sanremo è la ‘canzonetta’ e che con la qualità e la profondità nulla ha a che fare; basta solo pensare che quando a Sanremo si è presentato Tenco, che probabilmente sarebbe stato destinato a diventare il più grande, più grande di De André, di Conte, di Battiato, è andata a finire come sappiamo tutti: Sanremo respinge da sempre la qualità, non gli interessa e non gli serve: la rabbia, la tristezza ed all’opposto il ‘cazzeggio intelligente’ lo repellono; Sanremo deve essere sentimentalismo a buon mercato e frasi fatte; Elio e Le Storie Tese non hanno vinto Sanremo (ovvero: l’avevano vinto, ma poi non gli fu permesso nei fatti). Sanremo respinge perfino le ‘interpretazioni’: Mia Martini partecipò varie volte, sempre con esibizioni molto intense, troppo intense: venne pure lei buttata nelle retrovie.

Insomma, Sanremo è il disimpegno e la facilità: tutto il resto, fuori, please; negli anni si è cercato di dare spazio alla musica ‘altra’, a Sanremo si sono presentati Subsonica, Marlene Kuntz, Afterhours, Marta sui tubi, Perturbazione: tutti con pochi o nessun risultato, in fondo. Inutile continuare a pensare, a pretendere, che Sanremo possa o debba, essere qualcosa di diverso dalla canzonetta di sottofondo da bar, parrucchiere, o supermercato. Sanremo è sempre stato solo quello: per alcuni ‘la bella canzone italiana’, per altri, il pattume sonoro che sovrasta tutto, riducendo chi vuole fare ‘altro’ nelle riserve. Poche le eccezioni: senza scomodare il ‘solito’ Modugno (che poi oltre alle consuete lodi fu anche una prova della ‘vocazione commerciale’ della musica sanremese), ricordo la discreta ‘Uomini soli’ dei Pooh, uno dei loro punti più alti in quanto a scrittura, le vittorie degli Avion Travel e di Elisa, più recentemente quella di Vecchioni, ma poi nulla o poco altro: di pezzi veramente di peso, di valore, a Sanremo ne sono certo stati presentati, in media è forse possibile reperirne uno o due ad edizione, ma guarda caso, hanno sempre goduto di gloria postuma, non certo nell’ambito del Festival in sè, che della profondità e della qualità, se n’è sempre ampiamente fregato, dando puntualmente la precedenza alla leggerezza, alla superficialità, all’orecchiabilità fine a sé stessa.

E allora, ben venga la fine di ogni ipocrisia Faziosa, ben venga la conduzione popolare di Conti, che si tira appresso il solito codazzo di amici fiorentini, ben vengano Tiziano Ferro, Al Bano e Romina e perfino Biagio Antonacci ‘elevato’ al ruolo di ‘superospite’. Bentornato al Sanremo puro, vero, originale, fatto di paccottiglia sonora da due soldi da dare in pasto ad un pubblico di analfabeti musicali, per i quali il concetto di ‘buona musica’ viene definito dal numero di copie vendute, scaricate o di passaggi in radio. Sanremo è Sanremo: nient’altro che questo.

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INCONTRI…

…fin da quando sono ragazzino, ho assistito un pò divertito a questo luogo comune secondo cui a Roma incontri ‘gente famosa’ ad ogni angolo di strada. Non che non sia vero, intendiamoci, ovviamente la statistica ti dice che incontrare ‘uno famoso’ è più probabile nel centro di Roma che non in quello di Bitonto, Sassuolo o Nocera Umbra, per dire… ma insomma, la casualità gioca il suo bel ruolo, a meno che tu non ti chiami Paolini e abbia come principale occupazione quella di inseguire i politici dalla mattina alla sera per apparire in tv… Ovviamente, nella mia ormai quasi quarantennale esistenza, anche a me è capitato di incrociare politici, attori e cantanti… l’incontro più emozionante fu quello con Paolo Conte, che se ne girava in un’affollata via del Corso (per i non romani, la principale arteria del centro di Roma) di sabato pomeriggio, senza che nessuno lo notasse minimamente. Ecco, quello con Paolo Conte fu un incontro eccezionale, anche perché Conte non abita a Roma, era qui per dei concerti, poi vai a pensare che uno come lui se ne vada a passeggio per il centro di sabato pomeriggio… un incontro ‘simpatico’ fu quello con uno dei Fichi d’India (quello che purtroppo è stato male ultimamente): eravamo nell’allora ‘Messaggerie Musicali’, nel settore jazz-rock e scambiammo due parole sui Perigeo: lì scoprii che dietro al ‘personaggio’ c’era una persona dall’ottima cultura musicale. Surreale fu incrociare Berlusconi, sempre di sabato pomeriggio, sempre in via del Corso, quando ancora si poteva permettere ‘bagni di folla’ senza troppi timori… Tutto questo preambolo per raccontarvi cosa è successo ieri: l’ho avvistato dal tram, che se ne girava tranquillo, in direzione della manifestazione di Sel: l’ho notato, e come sempre in queste situazioni si crea quel ‘cortocircuito’: una persona vista così tanto, citata innumerevoli volte nelle ultime settimane, quando la vedi ‘dal vivo’ c’è sempre una sensazione strana. Scendo dal tram – che nel frattempo lo ha superato’ – e tergiverso un pò… poi gli vado incontro, e col solito fare un pò goffo di queste occasioni, smozzico a mezza voce: “scusi, lei è il professor Rodotà?”. Lui: ‘si’. Gli allungo la mano e gliela stringo, bofonchio un ‘grazie’, la prima parola che mi viene in mente – in queste occasioni non sai mai che cavolo dire (a Paolo Conte, dissi ‘lei è un grande’) – non ricordo esattamente cos’altro gli ho detto, lui mi ha risposto: “adesso continuiamo a lavorare” e ha proseguito per la sua strada io l’ho salutato con un ‘auguri’ (ma che ca**o, ma gli potevo dire: ‘buon lavoro?’) e me ne sono tornato sui miei passi, con la classica sensazione tipica mia di queste situazioni (e non solo), di non aver avuto la battuta pronta: appena finito il ‘momento’, ti vengono in mente decine di cose che avresti potuto dire, ma che per soggezione ed emozione non sei riuscito: già è stato tanto prendere il coraggio ed andargli incontro… Però, accidenti!! Insomma, RO-DO-TA’!!! l’ho scandito anche io, davanti alla Camera… che poi quella parola a forza di pronunciarla, smette di essere collegata ad una cosa, o come in questo caso ad una persona, e vive di vita propria… e invece ieri la parola si è riconnessa improvvisamente al suo ‘proprietario’, un uomo il cui sguardo potrei definire ‘dolce’, la stratta di mano non vigorosa, ma calorosa… a pensarci, ho stretto la mano al Professor Rodotà, uno che a quest’ora poteva essere il Presidente della Repubblica…

DAINOCOVA, “FUGA DA SCUOLA” (NEW MODEL LABEL)

Dopo aver viaggiato in lungo e in largo per il globo, soggiornando per lunghi periodi in Australia e ad Atene, Nicola Porceddu ritorna sul suolo italico per dare vita al suo primo progetto solista. Coadiuvato da una band di tre elementi, il cantautore e polistrumentista di origine cagliaritana assembla nove tracce (poco più di mezz’ora la durata), improntate a sonorità per lo più acustiche, di matrice folk, pronte qua e là a concedersi qualche escursione all’insegna di più sferzanti fustigate elettriche. Una formula, quella dell’autore sardo, che pur non avendo i crismi dell’originalità riesce a convincere, specialmente negli episodi più scarni ed essenziali, talvolta pronti a declinare verso territori vagamente obliqui. ‘Obliqua’ del resto, appare l’aggettivo più calzante da abbinare alla scrittura dell’autore, che costituisce il lato più interessante del lavoro: un procedere per associazione di idee, frammenti di pensieri, immagini, metafore, allegorie, spesso sfilacciate, che producono testi talvolta ellittici, in cui anche il ‘non detto’ appare acquistare forza.

“Fuga da scuola” è un titolo che fa presagire i non rari riferimenti al passato, post-infantile e adolescente, utilizzato nelle frequenti riflessioni sul sè, che nel corso del disco si allargano alla rilettura di rapporti sentimentali, o all’osservazione del mondo circostante, in maniera mai diretta, ma sempre filtrata attraverso la lente del ‘parlar d’altro’, tra evocazioni belliche (Inverno contro tutti), ambientazioni agresti (Perso in campagna), minimi fatti quotidiani (Proprio Strani, Il tempo di un toast), sprazzi di lirismo (Sulla luna).

Il lavoro di Dainocova appare così essere uno dei più interessanti ascoltati nel 2012 nella categoria della nuova generazione cantautorale, apparendo una sorta di sintesi tra la tradizione e novità, come se le ellissi di un Conte (o certi episodi di Dalla), incontrassero lo sguardo disincantato (con un velo di sarcastica ironia) di Bugo e un pizzico del ‘male di vivere’, di autori come The Niro o Le Luci della Centrale Elettrica.

Un autore che lascia intravvedere ottime potenzialità, una volta trovata una più personale cifra stilistica sonora, adeguata ad una scrittura che appare già ben avviata.

IN COLLABORAZIONE CON: LOSINGTODAY

GIANLUCA DE RUBERTIS, “AUTORITRATTI CON OGGETTI” (NIEGAZOWNANA / VENUS)

Dopo l’esperienza con Studio Davoli e dopo il successo commerciale de Il Genio, Gianluca De Rubertis dà vita al suo primo disco solista, dall’attitudine marcatamente cantautorale. Si sia trattato di una ‘necessità fisiologica’, quella di ricercare delle atmosfere più ‘raccolte’, dopo il periodo movimentato trascorso grazie al precedente progetto, o di un naturale sviluppo nella propria carriera, “Autoritratti con oggetti”  permette di scoprire un autore di livello, come da tempo non succedeva. I tredici ‘autoritratti’ sembrano piuttosto dei ritratti del femminile, non a caso nelle foto che corredano il booklet, De Rubertis si fa affiancare, nella maggior parte dei casi, da donne.

Personaggi che in alcuni casi hanno un nome (Lilì, Mariangela), incontrati di sfuggita, guardati dall’esterno, raccontati attraverso i sentimenti dell’autore, magari in occasioni quotidiane ‘minime’, come la cena a un ristorante. Occasionalmente ci si separa dal tema dominante, per abbracciare scenari onirici, surreali (Hotel da Fine).

Una scrittura stimolante, intensa, che a tratti appare ‘automatica’, vagamente surreale, all’insegna del flusso di coscienza e ai confini del nonsense, o spesso orientata al ricerca di connessioni non scontate (specie quando ricorre alla rima baciata, memore della lezione di De Andrè) all’affiancamento di immagini non troppo contigue. Aleggiano spesso il sottinteso, il non detto, gli accenni, le allusioni (Paolo Conte dietro l’angolo)  in atmosfere ora all’insegna dell’ironia, o del leggero disincanto, in altri frangenti più orientate a ombre crepuscolari, ma senza mai sforare nella malinconia: piuttosto si potrebbe parlare di melancolia, quella strana sensazione di tristezza dolciastra: “non è gioia né amarezza, cos’è?”: un verso di Valzer della Sera appare sintetizzare alla perfezione il tenore ‘umorale’ del disco.

Oltre che stare dietro al microfono (in alcuni episodi affiancato da voci femminili come quella di Lucia Manca, fresca di esordio discografico) De Rubertis si occupa del piano, spesso del basso, occasionalmente di altri strumenti; lo accompagna un manipolo di ospiti – tra gli altri, Roberto dell’Era e Rodrigo D’Erasmo degli Afterhours – ad erigere panorami sonori che appaiono ispirati ora al cantautorato classico italiano, ora al pop sofisticato francese à là Gainsbourg, ora a riprendere vagamente certe atmosfere circensi ‘caposelliane’, o a citare occasionalmente il giocoso cantautorato ‘jazzato’ di Jannacci e, prima di lui, Buscaglione. Non mancano episodi di ispirazione classica, attraverso l’utilizzo di dense orchestrazioni, o all’insegna di più essenziali strumentazioni da notturno.

Il bagaglio di esperienze accumulate nel corso degli anni non fa certamente di De Rubertis un novellino: “Autoritratti con oggetti” riesce a trasmettere con efficacia tutto il ‘mestiere’ affinato da un autore che appare dotato di un’impronta stilistica già quasi completamente compiuta: un lavoro con cui l’artista impone la propria ‘penna’ come una delle più interessanti dell’ultima generazione del cantautorato tricolore.

LOSINGTODAY