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FABRICA, “BAR SAYONARA” (OCTOPUS RECORDS / LIBELLULA MUSIC)

Secondo disco per i campani Fabrica. Il “Bar Sayonara” del titolo esiste davvero, ed è un luogo dove la band si è spesso ritrovata nel corso della gestazione del disco, tanto da diventarne il simbolo e venire citato all’interno dello stesso lavoro.

I ‘bar’ alla fine sono quei luoghi in cui si ‘annusa l’aria’, crocevia sociali in cui diventa evidente che piega stiano prendendo le cose; e probabilmente usato nel titolo il ‘Sayonara’ non è solo un omaggio alle consuetudini del gruppo, ma una metafora dei tempi attuali.

I dodici brani che compongono il disco vanno a disegnare un quadro del ‘mondo che gira intorno’, oltre che dentro alla band (anche i testi sono risultato di un lavoro collettivo, di tre dei quattro membri); si parla certo della propria interiorità, ma si allarga lo sguardo, alle “rovine di una generazione”, a uomini disposti a scelte difficili, a una provincia – nel caso dei Fabrica, quella di Caserta -amata e odiata.

C’è, immancabile, l’amore, ma lontano dai classici stilemi dell’innamoramento, del prendersi e del lasciarsi, ma vissuto in maniera più matura, all’insegna di una reale necessita di condivisione e comprensione reciproca.

I Fabrica ricorrono a un pop – rock dalla vena cantautorale, elettricità e momenti acustici, in cui si sente la mano, in fase di produzione, di Giuseppe Fontanella dei 24 Grana, alfieri del rock campano dai ’90 in poi. Un disco che mostra la vitalità e validità del rock italiano, anche lontano dai riflettori e dai soliti nomi in circolazione.

LOW-FI, “WHAT WE ARE IS SECRET” (OCTOPUS RECORDS)

Si chiamano Low-Fi, ma di ‘bassa fedeltà’ questo trio napoletano ha ben poco,  caratterizzando il proprio primo lavoro sulla lunga distanza con un’efficace commistione tra le taglienti sonorità del rock e beat elettronici. Formula certo non nuova, ma che i tre partenopei hanno il merito di riproporre in maniera stilisticamente convincente, senza dare l’idea di essere l’ennesima formazione a incamminarsi sulle strade già battute da innumerevoli altri.

Di prammatica, anche se tutto sommato superfluo, il paragone coi Subsonica, alfieri italiani del genere negli ultimi anni: rispetto ai colleghi torinesi, oltre ad un’ovvia ‘dimensione produttiva’ più ridotta (per quanto il disco sia stato prodotto dalle sapienti mani di Giuseppe Fontanella (24 Grana)e masterizzato in quel di Londra, presso quello Swift Studio che ha ospitato, tra gli altri, i My Vitriol), i Low-Fi appaiono un filo meno interessati alla ‘compostezza estetica’ dei pezzi, qua e là lasciandosi trasportare da una maggiore urgenza comunicativa.

Il risultato è che nell’agevole scorrere del disco trovano posto pezzi che strizzano l’occhio a territori ‘industriali’ più scoscesi o, sul fronte opposto, ad aprirsi volentieri sul panorami garage – punk.

Dieci tracce nelle un manipolo di ospiti trai quali spicca Alessandra Gismondi, che i più attenti ricorderanno nei (P)itch accompagna il trio partenopeo, per un esordio convincente.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY