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LITHIO, “LITHIOLAND” (RAW LINES / AUDIOGLOBE)

Un decennio e passa di carriera e due dischi all’attivo, i toscani Lithio ritornano con un disco che nelle intenzione vuole segnare la riscoperta delle proprie radici metal, all’insegna di una totale libertà espressiva, facendo allo stesso tempo tesoro del bagaglio di esperienze tecnico / produttive fin qui accumulate.

La band toscana assembla undici tracce all’insegna di un metal di stampo ‘moderno’, in cui la lezione dei classici degli anni ’80 e ’90 viene filtrata attraverso le esperienze successive, con accenni nu-metal, qualche spezia ‘sintetica’ (vedi alla voce Fear Factory) e momenti di compattezza granitica (vengono in mente, alla lontana, certi Machine Head degli ultimi tempi), ma senza mai perdere di vista il lato melodico della faccenda e impedendo che la componente sonora debordi ‘sotterrando’ voce e testi.

L’esito è un efficace esempio di metal tricolore, in cui la forse il maggiore ostacolo era quello di cantare in italiano; il discorso è vecchio: la lingua italiana in genere si adatta poco al metal, e spesso i risultati appaiono anche un filo ridicoli (per quanto poi, andando a tradurre i testi di certe band inglesi o americane, non è che ci si trovi a tutta questa ‘profondità’)… sia come sia, nel caso dei Lithio l’italiano sembra funzionare discretamente.

Una vocalità dai toni costantemente accesi e arrabbiati, intona testi che si scagliano contro certe derive della società, la costruzione di falsi miti, i rapporti interpersonali all’insegna del compromesso o peggio dallo scambio ‘commerciale’, che si contrappongono al proprio personale rifiuto, rivendicazione della propria diversità, anche se con momenti di difficoltà, o di autentica depressione, mentre il mondo continua la sua folle corsa verso l’autodistruzione… temi non nuovi, che la band esprime forse senza troppa originalità, ma che in questo contesto appaiono funzionare.

Il pregio maggiore del lavoro è, alla fine, proprio la sua compattezza, il suo funzionare nell’insieme, privo di sostanziali cali di tono, ma all’opposto, anche privo di un vero e proprio ‘pezzo killer’ che si faccia ricordare sopra agli altri.

Resta comunque il fatto che “Lithioland” è un disco che in fondo  funziona, specie se, più che un traguardo, lo si consideri come un punto di partenza,  dal quale la band prenda le mosse per poter ulteriormente affinare stile e idee nei capitoli successivi.

LINEA 77, “OH!” (INRI)

I Linea 77 sono tornati: a cinque anni di distanza dall’ultimo disco, passati attraverso un periodo complicato, all’insegna di cambi di formazione, progetti discografici saltati, un paio di Ep, quasi testimonianze isolate della propria ‘esistenza ’.

Di acqua sotto i ponti ne è passata, anche musicalmente, ma i Linea 77, che nei primi anni 2000 irruppero quali alfieri della via italiana al nu-metal, nonostante tutto restano fedeli a loro stessi, in quello che dichiaratamente è un ritorno alle origini.

La via migliore per ricominciare è insomma quella più semplice: fare ciò che si sa fare meglio, senza tanti pensieri e complicazioni: un’essenzialità che parte dallo stesso titolo, “Oh!”, semplice quanto incisiva esclamazione, sorta di dichiarazioni d’intenti e allo stesso tempo di timbro messo in calce ai dieci brani che compongono il disco, susseguirsi inesausto di ritmiche martellanti, chitarre strabordanti e il consueto ‘parlar ritmato’ (con il frequente accompagnamento di alcune ‘voci ospiti’) il più delle volte gridato, sbraitato dietro al microfono.

Un disco dall’incedere marziale e nevrotico, che parla dell’oggi e delle sue nevrosi, una società portata sull’orlo – ed oltre – la crisi di nervi, dal conflitto irrisolto tra l’identità del singolo e l’omologazione imposta dall’alto. Un malessere che trova valvole di sfogo nel ricorso agli psicofarmaci (‘Presentat-Arm!’) o nel riappropriarsi della propria singolarità (‘Io sapere poco leggere’) e nello sguardo corrosivo verso ciò che gira intorno (‘L’involuzione della specie’).

Un lavoro verace, diretto, del tutto incurante rispetto a qualsiasi pretesa di originalità, intento solo a picchiare duro sugli strumenti e sui timpani e lo stomaco dell’ascoltatore. I Linea 77 sono tornati.

VIA THE SUN, “THEATRICS” (AUTOPRODOTTO)

Disco d’esordio – si suppone – per questa band  di Cleveland capitanata da tale Chris Dowling, già autore in un recente passato di un suo primo disco solista.

Il quintentto dell’Ohio è autore di un onesto lavoro all’insegna di un ‘hard rock dei nostri tempi’, che risente dei molteplici influssi degli ultimi 15 – 20 anni: tra ascendenze post-grunge (vedi Staind o Nickelback) e qualche vaghissima reminiscenza nu metal, si fa strada qualche suggestione del metal americano dei primi anni ’90 (leggi, soprattutto, alla voce Helmet, seppur con esiti meno ‘potenti’).

Undici tracce che scorrono via agevolmente (anche troppo), all’insegna di una più che discreta produzione, suoni corposi, una tecnica nel complesso non disprezzabile e uno spiccato senso della melodia che rende più di uno dei brani presenti più che mai radio-friendly; all’opposto però si avverte in alcuni frangenti una tendenza un pò troppo marcata a smussare gli angoli, al fine di rendere il disco ‘non troppo ostile’.

Il risultato complessivo alla fine si fa piacere: la band mostra discrete potenzialità, anche se appare necessario marcare maggiormente la propria personalità per staccarsi da uno ‘sfondo di riferimento’ cui la band appare ancora troppo ancorata.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY