Posts Tagged ‘New Model Label’

ANDREA LORENZONI, “SENZA FIORI” (DIMORA RECORDS / NEW MODEL LABEL)

Secondo disco per il bolognese Andrea Lorenzoni, poeta oltre che cantante con un paio di pubblicazioni all’attivo.

A colpire, stupire per certi versi, è la varietà di un disco capace di cambiare ‘pelle’ in ognuno dei dieci pezzi: tra cantautorato, parentesi elettroniche che riecheggiano certo pop anni ’80, o all’insegna di maggiori dilatazioni, fino a sventagliate apertamente rock, con accenni grunge e qualche vaga allusione metal.

Il rischio di cadere nella ‘trappola’ di una serie di esercizi di stile finire a sé stessi è abilmente evitato, anche grazie a una sequenza che non rende troppo drastico il salto tra un’atmosfera e un’altra.

Testi spesso vagamente ermetici, giustapposizioni di pensieri, soliloqui, riflessioni su di sé, gli immancabili ‘sentimenti’ che però per una volta non sono dominanti.

“Senza fiori” è un disco di cantautorato atipico, in cui la musica è tutt’altro che secondaria rispetto alle parole, un lavoro che si stacca per suoni e temi dall’andazzo generale di troppa musica corrente italiana, ‘indie’ o meno.

DANIELE BOGON,”17 ENCORES” (NEW MODEL LABEL)

Riedizione ampliata dell’esordio da solista del compositore padovano, dopo precedenti esperienze post-rock, uscito lo scorso anno solo in digitale, a nome Alley.

Stavolta Bogon si presenta col suo nome e arricchisce la versione ‘fisica’ del lavoro con cinque pezzi, quindici il totale.

Siamo dalle parti della musica d’ambiente, delle rarefazioni, dei tappeti sonori e delle suggestioni cinematografiche, costruzione di scenari, immersioni oniriche, melodie spesso appena accennate o comunque evanescenti affidate al pianoforte, o all’intervento di qualche arco, il resto tutto affidato alla costruzione di sfondi e sottofondi attraverso l’ampio uso di synth e il ricorso, non esagerato, all’elettronica.

Il risultato è, come spesso avviene in questi casi, suggestivo: certo è difficile offrire qualcosa di originale a un genere che, con i dovuti distinguo, può farsi risalire a Satie e Debussy, e che forse più di altri vive sull’incontro con la ‘disposizione d’animo’ dell’ascoltatore: musica d’ambiente, ma non di sottofondo, che richiede la disponibilità a farsene avvolgere…

 

 

 

 

 

 

CABOOSE, “HINTERLAND BLUES” (NEW MODEL LABEL)

Esordio sulla lunga distanza (dopo un precedente EP) per gli italo-berlinesi Caboose.

Il titolo dice tutto, o almeno gran parte: il blues al centro, con la sua varietà di umori, ruotati attorno certo a quella tipica malinconia ricorrente, ma sviluppati di volta in volta in modo dolente, o più energico, col passo pesante e il fiato corto con cui si procede nei terreni paludosi o il ritmo incalzante di un treno in corsa.

Non sono più i tempi degli schiavi nelle piantagioni, ma sono tempi di diverse schiavitù e costrizioni, non fisiche (almeno non nel senso originario), ma spesso sociali, a volte ‘morali’; alla tirannia dei campi si sostituisce quella della disoccupazione che costringe spesso le persone a partire; a pratiche di sfruttamento se ne sostituiscono altre, i guadagni volti alla soddisfazione di bisogni ‘indotti’, l’onnipresenza dei social fa sentire fuori posto chi appartiene ad un’altra epoca…

La fuga, allora: reale o solo immaginata, temporanea o senza ritorno (fino all’autodistruzione), forse e soprattutto per conoscere meglio sé stessi…

I Caboose esprimono tutto questo con un disco che, pur fermamente radicato nei suoni di riferimento, cerca continuamente delle variazioni, tra ballate oscure, parentesi country, episodi più ‘virulenti’, l’armonica spesso e volentieri a prendersi la scena, lasciando alle chitarre il compito di dare corpo e solidità.

Non solo per gli amanti del genere.

ALESSANDRA FONTANA, “SEMPLICEMENTE” (TIKKA MUSIC / NEW MODEL LABEL)

“Semplicemente”… la manciata di pezzi – dieci – di un’artista che nella musica è immersa da sempre: la danza nell’infanzia, poi il canto ‘di gruppo’ nei cori, l’insegnamento, i palchi calcati ‘in proprio’, cantando cover…

La scrittura, nel frattempo: i pezzi scritti per sé stessa, indagando le proprie emozioni, talvolta forse per darsi coraggio… l’opportunità, infine, di renderne in qualche modo partecipi anche ‘gli altri’.

“Semplicemente” Alessandra Fontana, appunto: che con discrezione, timidezza quasi, anche negli episodi più ‘vivaci’ (parentesi pop / rock, un accenno funk) offre al pubblico le proprie forze e fragilità (con episodi dedicati alla potenza della musica e dell’amore) accompagnandosi con piano e tastiere, un paio di ‘ospiti’ a rinforzare i suoni con chitarra, basso e batteria.

L’impronta resta comunque – e non poteva probabilmente essere altrimenti – marcatamente cantautorale, i suoni spesso essenziali a sottolineare e rafforzare il colore emotivo delle parole.

“Semplicemente”, appunto: un disco diretto e senza filtri, tutto giocato sulla necessità di comunicare.

LO-FI POETRY, “LA MIA BAND” (NEW MODEL LABEL)

Secondo lavoro per i veneti Lo-Fi Poetry: dopo il primo omonimo EP, un nuovo pugno di brani – cinque – all’insegna di un’ampia gamma di riferimenti: da certo rock alternativo (potrebbero venire in mente i Placebo) a una furiosa ruvidità grunge / punk, da sonorità più genericamente ‘indie’ a loop elettronici.

Il gioco delle ascendenze e delle definizioni è facile ed è lo stesso quartetto a scherzarci su, fin dal titolo e dalla title track di apertura, mentre gli altri pezzi vanno a comporre il classico ‘ritratto generazionale’ a base di ‘rivendicazioni’ (“Meglio soli che in mezzo ai ricchi”, è il grido ripetuto del brano di chiusura), momenti ‘sentimentali’ e una parentesi vagamente delirante.

Il risultato, abbastanza eterogeneo, alla fine soddisfa; l’inserimento episodico di piano e contrabbasso offre qualche arricchimento sonoro, il cantato che tende al parlato rimanda inevitabilmente a Massimo Volume od Offlaga Disco Pax, ma mantiene comunque una certa originalità; la presenza di un’ospite femminile – Rozalda – al microfono di ‘Gli umori di te’, il brano più ‘aggressivo’ del disco, è un’efficace variazione,

Un lavoro che si lascia ascoltare, lasciando a un eventuale più ‘corposo’ seguito un’idea più compiuta.

 

TORIA, “NAKED IN A DRESS” (NEW MODEL LABEL)

Lettura fin troppo immediata, quella del titolo del disco d’esordio solista di Toria (alias Marco Torriani), una solida esperienza accumulata collaborando con altri (Bugo, ad esempio), che qui appare volersi mettere a nudo, svelare, almeno in parte, la propria interiorità.
Dieci brani, che evocano una dimensione raccolta, silenzi e notti serene, confronti col sé e viaggi (o fughe?) siderali…
I suoni ugualmente spogli: disco per lo più per chitarra e voce (un’armonica, archi e tastiere qua e là), per un cantautorato indie in cui prevale il semi acustico, con effetti che calano come una nebbia sottile, come se restasse un tanto di indistinto, di non detto.
L’interpretazione è sul filo della malinconia, una tristezza trattenuta sul filo del disincanto, forse della disillusione).
Emotivamente coinvolgente.

 

 

 

CRANCHI, “L’IMPRESA DELLA SALAMANDRA” (NEW MODEL LABEL)

“Quod huic deest me torquet”: “Ciò che manca a costei mi tormenta”: è il motto che accompagna la figura della salamandra su una delle pareti di Palazzo Tè, dimora di Federico II Gonzaga, Signore di Mantova, fece la ‘costei’ è la ‘salamandra’.

L”Impresa’ del titolo ai tempi indicava questo insieme di simboli e motti: in questo caso, ciò che manca alla salamandra, è il ‘sangue caldo’, la passione amorosa che ‘tormenta’ Federico nei confronti della sua amata Isabella.

Non che il quinto disco del mantovano Cranchi sia un disco di ‘amore’, né dedicato esclusivamente alla storia della sua terra, per quanto il pezzo dedicato a Mantova sia messo al centro della lista degli otto pezzi presenti.

L’omaggio rappresenta forse l’idea delle origini, del radicamento a una terra e a una città, nel classico rapporto amore / odio.

Radici importanti soprattutto per chi la propria terra abbandona: torna il viaggio, filo conduttore non solo di questo lavoro: verso l’altra parte del mondo, tra il deserto di Atacama e Ushuaia, le migrazioni e la faticosa conquista di nuovi spazi; ci sono i ‘viaggi’ compiuti dai fiumi, La Boje e L’Eridano, simboli di una Natura che scorre ignara o incurante dei propri effetti sulla vita degli uomini; ci sono i viaggi intrapresi per andare in guerra, per obbligo o ideale, sull’Ortigara o in Russia.

Ci sono, infine, i viaggi mancati, i treni persi che, paradossalmente, possono diventare l’inizio di altri viaggi, ‘sentimentali’…

Quello che ‘resta’, in questo lavoro, è soprattutto la scrittura, intesa proprio come ‘quantità di parole’: Cranchi prende tutto lo spazio per dire ciò che vuole, i testi sono lunghi (Eridano si articola addirittura in quattro parti, seguendo le stagioni); è un particolare che salta all’orecchio, specie pensando che siamo appena usciti da tempi post sanremesi in cui vincono la pochezza di vocabolario, le quattro o cinque frasi buttate là quasi a casaccio, spesso senza una logica, in quelli che magari vorrebbero essere ‘flussi di coscienza ‘, ma che alla fine non sono altro che il frutto di una scarsa frequentazione coi libri, di scuola e non. Fine della polemica.

Assieme alle parole, i suoni, con panorami che cambiano, partendo da accenti quasi southern, attraversando scenari più scarni, dominati dalla dimensione acustica, prendendo svolte all’insegna di maggiore ruvidità, tornando poi su toni accesi: chitarre e pianoforte si passano spesso il testimone, la sezione ritmica, essenziale, a restare sullo sfondo.

Al quinto lavoro, Cranchi è ormai sulla strada della maturità artistica: sotto traccia, in disparte, un autore lontano dai riflettori e da scoprire.