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THE GIANT UNDERTOW, “THE WEAK” (IN THE BOTTLE RECORDS)

E si torna ancora una volta a parlare della Pianura Padana come una sorta di contraltare italico alle grandi distese americane… spazi aperti, strade lunghe e dritte che sembrano non portare da nessuna parte, a tratti un paesaggio monotono che spinge la mente a ‘viaggiare’… fino a quando le lagune di Comacchio finiscono per non essere così distanti dalle paludi della Lousiana…Un ambiente che Lorenzo Mazzilli, alias The Giant Undertow, conosce bene, lui padovano di nascita e bolognese di adozione.

Il gioco delle ‘corrispondenze’ finisce laddove si incontra il vissuto: perché a leggerne la biografia, poi si scopre che Mazzilli ha iniziato, come tanti, con le cover di Neil Young, americano fino al midollo e nel frattempo lavorava in una più che mai italica cantina sociale…

Dopo la consueta gavetta, fatta di partecipazioni a vari e progetti ed esperienze dal vivo in Italia e fuori, arriva il grande passo del progetto personale: otto i pezzi che compongono “The Weak”, esordio di The Giant Undertow: folk, alt.country e quant’altro si può trovare nelle sonorità che nei tempi attuali continuano a omaggiare la tradizione d’oltreoceano; sonorità per lo più acustiche, cui si aggiunge qualche effetto elettrico qua e là; Mazzilli a curare gran parte della strumentazione, con un manipolo di collaboratori arrivati a dargli una mano. Chitarre e banjo, percussioni ridotte all’osso, ma anche tromba e fisarmonica, a contornare un cantato che può ricordare Mark Lanegan, ma anche Giorgio Canali.

Disco che guarda oltreoceano, ma che non poteva non riflettere le influenze di casa: e tra una ballata country, una deriva dal sapore desertico e una marcia vagamente funebre, si fanno strada echi lontani delle balere di casa nostra: ‘The Captivity Waltz’ è forse il brano che più di ogni altro chiude il cerchio della doppia anima del disco, col suo mescolarsi di sapori americani e di un ritmo di valzer che finisce per riportare le atmosfere da locale di liscio.

Un disco di esordio, ma anche il lavoro di un cantautore già sufficientemente rodato, in cui domina una costante atmosfera di sospensione, di ‘vago non detto’, che lascia forse all’ascoltatore il compito di dare il proprio senso compiuto.

SUPER DISTORTION, “UTOPIA INTERNATIONAL” (Pointy Bird Records)

Tanto per mettere subito in chiaro le cose: se vi piacciono le band che amano suonare retrò, omaggiando l’età dell’oro degli anni 70, con esiti tutto sommato piacevoli sotto il profilo della ‘forma’, ma con poco o nulla di originale in quanto a ‘sostanza’, allora il disco dei Super Distortion.

L’inglese Pete Bradley è l’artefice del progetto, solo l’ultima in ordine cronologica tra le varie esperienze portate avanti nel corso della sua carriera, tanto duratura quanto lontana dai riflettori. Ampi, e un tantino esagerati, i riferimenti citati, all’insegna di un mix in cui troviamo i Caravan e i Tame Impala, Astrud Gilberto e i Brian Jonestown Massacre, Frank Zappa, Jesus And Mary Chain e Mike Oldfield, in un elenco fino troppo abbondante e tutto sommato anche fuorviante.

Messa in maniera più semplice, le dieci tracce presenti rappresentano un omaggio ai seventies, in alcune delle loro principali sfaccettature: dal folk à la Neil Young ai ronzii di Blue Cheer e Black Sabbath, dalle tirate ‘lisergiche’ degli Hawkwind alla psichedelia più orientata al pop.

Un lavoro che si lascia ascoltare e che scorre via rapido, ma che sulla lunga distanza non riesce ad evitare la sensazione di ‘già sentito’ e ai Super Distortion dell’originalità importa probabilmente poco.

Si sforano in qualche parentesi i cinque minuti di durata, episodicamente i sei e i sette (sui complessivi quaranta minuti circa), ma a tratti questo ricorso alle digressioni strumentali e alle dilatazioni appare un pò fine a sé stesso, a voler a tutti i costi rincorrere certe abitudini dell’epoca; indubbiamente più efficaci i brani dove la sintesi (anche con qualche suggestione pop) prende il sopravvento.

L’esito, potrebbe dirsi, è più che mai ambivalente: efficace se si guarda alla semplice riproposizoni di suoni e atmosfere, molto meno se, anche da un lavoro molto derivativo, si cerca comunque un minimo di originalità.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY