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LUCA DELL’OLIO, “QUASARIDIOMA” (LIBELLULA MUSIC)

Sonorità ‘Made in USA’, passate e presenti, nell’esordio del cantautore, comasco di nascita, torinese d’adozione.

Luca dell’Olio si con presenta otto brani in cui forti sono le influenze – sonore e non solo – di tutto un’immaginario che dal folk psichedelico di Crosby, Stills, Nash e Young, arriva fino a noi, con Wilco e simili.

Voce e chitarra per lo più, ma lo stesso dell’Olio è un po’ un ‘factotum’, con un pugno di collaboratori che arricchisce la sostanza sonora del tutto.

Rivoluzioni sognate ma mai realmente realizzate, riflessioni esistenziali, errori di percorso, le immancabili traversie sentimentali.

La California che si trasfigura nella più vicina Sardegna, al sole estivo della quale il disco è stato concepito: colori vividi e un cantato per lo più vivace, con episodi in cui le atmosfere si fanno più rilassate, rarefatte, con accenni quasi ‘spaziali’.

SHIVA BAKTA, “THIRD” (GENTE BELLA)

Lidio Chericoni, col suo progetto Shiva Bakta, è giunto al terzo disco: poco importa se il primo è stato pubblicato nella forma di una serie di demo proposti per il download gratuito e il secondo è rimasto alla fine sulla carta e se quindi alla fine è il primo lavoro concepito per la pubblicazione tradizionale…

Shiva Bakta per sua stessa ammissione era sul punto di mollare tutto e fare altro nella vita, quando assieme a Daniele Lanzara (già al lavoro con Elio e Le Storie Tese) si è dato un’ultima possibilità e, riunito un manipolo di vecchi compagni di strada, si è gettato capofitto nella gestazione di questo lavoro, e a questo punto poco importa che, a seconda dei punti di vista, questo sia il primo (pubblicato fisicamente) il secondo (se si contano i brani precedentemente editi su Internet) o il terzo (per l’autore).

Poco importa perché “Third” è un disco di quelli che ‘restano’, che nel mare magnum di musica che ormai ci sommerge è già un punto a suo favore: resta perché è un disco efficace, pur nel suo ripercorrere territori già ampiamente battuti, ma facendolo con una vèrve, con un’attitudine ed uno stile che colpiscono: un pop essenziale, dalla propensione acustica ma che non si nega un’adeguata dose di elettricità, pronto a giocare sulle sonorità barcollanti di un banjo o sulla ricchezza di sfumature del piano.

Brani dipinti dalle tinte vagamente psichedeliche dei seventies (vedi alla voce Byrds, Crosby, Stills, Nash &  Young o Beach Boys) o ripercorrono i sentieri sognanti dei ’90 (con qualche riminiscenza dei Belle and Sebastien); un disco che si apre con un brano quasi magniloquente, trova lo spazio per un episodio più tirato, che si adagia volentieri su più di una parentesi malinconica o che è pronto ad aprire la finestra su ampie digressioni strumentali, accompagnato da un’interpretazione vocale discreta ma mai esplicitamente dimessa, accompagnandosi occasionalmente da una voce femminile.

Una quarantina di minuti o poco meno, che scorrono via veloci facendo venire voglia, appena concluso l’ascolto, di ricominciare da capo.