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SOMEDAY, “UNA GIORNATA BREVE” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Secondo lavoro per i torinesi Someday, una via di mezzo tra un EP e un lavoro più lungo, che vede proseguire la collaborazione con Cristiano Lo Mele dei Perturbazione in qualità di produttore e la scelta importante di passare dall’inglese all’italiano.

“Una giornata breve”, una tra le tante di chi assistere allo scorrere del tempo e al trascorrere della propria esistenza senza averne il controllo, facendosela sfuggire tra le mani, osservandola come uno spettatore esterno, nella proverbiale impressione di stare vivendo la vita di qualcun altro.

I sei brani ruotano attorno a questo concetto di fondo, tra immaginazione e momenti onirici, impressioni frammentarie e ‘non detti’, che il più delle volte toccano la sfera sentimentale, con una costante aura di rimpianto, per il ‘ciò che sarebbe potuto essere e non è stato’.

Il quartetto torinese si esprime con sonorità radicate in tutto uno scenario ‘indie’ che mescola suggestioni vagamente post punk, aperture dreampop, momenti più volti a un certo ‘rock alternativo’ degli anni ’90, pur senza eccessi rumoristici, conservando anzi il gusto della melodia, nel segno di un appeal fondato sul pulsare del basso e sull’uso accorto dei synth.

Il brano conclusivo è una cover tradotta di ‘Feel’ dei norvegesi Motorpsycho, da quasi trent’anni band di culto della scena rock alternativa.

Un lavoro quasi ineccepibile nella forma, ma al quale forse, manca qualche abrasione, qualche momento di ‘rilascio’ in più, restituendo alla fine un’impressione di ‘energia trattenuta’.

THE GREAT NOTHERN X, “COVEN” (IN THE BOTTLE RECORDS / AUDIOGLOBE)

Era il 2012 quando i Great Nothern X, si presentavano sulla scena col loro primo, omonimo lavoro… a due anni di distanza, il gruppo guidato da Marco degli Esposti, voce e chitarra e autore dei testi – in inglese – dei sette brani che compongono “Coven”, snodandosi su una mezz’oretta circa di durata.

Di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia, a detta dello stesso Degli Esposti, affiancato dai (si suppone) fratelli Arzenton a chitarre e basso e da Federico Maio a batteria e percussioni assortite; “Coven” si configura allora come un ‘riassunto’ degli ultimi due anni, come uno sguardo abbastanza disilluso e amaro (per certi versi anche un filo rancoroso) sul presente e sul recente passato: dal mito per la ricchezza accresciuto dalla crisi, all’atteggiamento dell’Occidente nei confronti delle rivoluzioni arabe, fino allo svilimento della donna.

I Great Nothern X traducono questo in uno stile sonoro dalle coordinate chiare, ma allo stesso tempo dall’identità sfuggente: l’ascolto, pur breve, appare non instradarsi mai su un percorso definito, mescolando componenti del nuovo folk (o alt.country che dir si voglia) americano, con accenni a certe sonorità ‘oblique’ à la Bright Eyes e momenti più invasivi e debordanti (vagamente riconducibili a certi Motorpsycho d’annata), fino a momenti rutilanti, caratterizzati da avvolgenti sabbiosità stoner e parentesi dilatate, a sfiorare territori psichedelici.

Un lavoro continuamente sospeso tra un intimo raccoglimento cantautorale e più estroverse aperture da indie rock band, che mostra un gruppo in crescita, che conferma le potenzialità dell’esordio, dando l’idea di avere ancora ampi margini di sviluppo.