Posts Tagged ‘Megasound’

CARLO CONTI TRIO, “LA GRANDE BEFFA” (MEGASOUND / ZEBRALUTION / WARNER)

Secondo lavoro per la formazione guidata dal sassofonista Carlo Conti (a scanso di improbabili equivoci: si, è un omonimo), accompagnato da Vincenzo Fiorio al contrabbasso e Armando Sciommeri alla batteria, ospiti il sax di George Garzone e il piano di Pietro Lussu.

Cinque composizioni (chi acquista il vinile potrà accedere ad ulteriori due, via Internet) interamente strumentali, all’insegna di un jazz sinuoso, spesso suadente, dall’afflato prevalentemente luminoso e solare, pur non negandosi parentesi riflessive, un filo malinconiche.

La lunga title track, tredici minuti e passa la durata, fa da fulcro a un pugno di pezzi di lunga media – trai cinque gli otto minuti – e a un più episodio più corto.

Un disco, si potrebbe dire, di stampo ‘classico’, che favorisce la compostezza formale, all’insegna di una certa eleganza, ma che qua e là è pronto a derive meno rassicuranti, come se tra le pieghe del mood fascinoso dei suoni si tentassero di farsi largo ramificazioni free, tentazioni all’insegna di sonorità più sperimentali, mai comunque lanciate a briglia sciolta.

I più assidui frequentatori di territori jazz potranno maggiormente cogliere i rimandi, le suggestioni, le influenze; tutti gli altri potranno comunque lasciarsi gradevolmente coinvolgere dai toni brillanti e dallo scorrere fluido del lavoro.

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TUBAX, “GOVERNO LASER” (MEGASOUND / GOODFELLAS)

Poliziotteschi anni ’70, inseguimenti da cartoni animati giapponesi, sci-fi di serie B, pionieri del downolad, escursioni in terra sarda, e… galline.

I Tubax fanno parte di quel gruppo di band che negli ultimi anni ha ripreso, attualizzandola e attestandone la resistenza al passare del tempo, la nobile tradizione delle sonorizzazioni cinematografiche degli anni’70, altri esempi i già discretamente affermati romani Calibro 35 o, con esiti più estremi, Nicola Manzan col suo progetto Bologna Violenta o ancora, più recentemente La Batteria.

Giunti al terzo disco, il secondo da studio dopo l’uscita di un Live nel 2013, i Tubax aggiungono stavolta all’impianto di base di basso (Giacomo Schirru) , batteria (Alberto Fogli) e synth e campionamenti ( Davide Stampini) le chitarre, curate in due delle otto composizioni da Francesco Giovanetti, divenuto ormai il quarto componente fisso della band con l’aggiunta in un episodio del dubstep curato da Comakid.

La band bolognese assembla un disco frenetico, senza requie: come un inseguimento, scegliete voi se preso di peso da un film con Maurizio Merli o da un episodio di Lupin III (il fatto che uno dei brani sia intitolato ‘Zenigata’, farebbe comunque propendere per la seconda ipotesi), gettando l’ascoltatore in una corsa a per di fiato su e giù per ideali highways dall’aspetto futuristico, facendolo talvolta a partire a razzo verso il cosmo, o magari gettandolo in territori evanescenti, dalla consistenza liquida, fino a sfiorare territori che evocano paesaggi post industriali e apocalissi zombie, fondate su sonorità che nel loro tremendo fascino vintage sfoderano tutta la loro attualità.

La dinamica senza pace e vagamente ossessiva della sezione ritmica, si affianca alle soluzioni dei synth, sempre sul crinale dell’incubo o dell’intento ludico, corroborate da qualche suggestione prog, per un lavoro dove la voce fa capolino solo episodicamente, filtrata dal computer, in maniera delirante, come nell’ultima traccia, debordante coi suoi undici minuti di durata.

E le galline? Vi chiederete. Tranquilli, ci sono anche quelle…

WORLDSERVICE PROJECT, “FIRE IN A PET SHOP” (MEGASOUND / GOODFELLAS)

Nato nel 2011, il progetto WorldService Project, si è fatto apprezzare da pubblico e critica attraverso un’intensa attività dal vivo, culminata con la pubblicazione dell’esordio sulla lunga distanza.

Ritroviamo ora il quintetto inglese  guidato da Dave Morecroft in questo nuovo lavoro, che si addentra ancora una volta negli sfumati territori a cavallo tra jazz ed avanguardia, all’insegna della sperimentazione; nove composizioni, durata media sui quattro / cinque minuti, ad eccezione della straripante traccia conclusiva che sfora il muro dei nove.

Lo snodarsi del disco (pubblicato dall’etichetta italiana Megasound) rivela un mix di ascendenze e suggestioni abbastanza ‘classico’ per progetti del genere: dalla felice stagione del jazz elettrico degli anni ’70 alle debordanti derive zorniane, passando per la lezione trasversale di Frank Zappa, riprendendone a tratti anche gli accenti ludici, fino ad addentrarsi totalmente in territori avanguardistici nella magmatica traccia finale.

Tra fiati ‘ululanti’ una sezione ritmica che disegna ritmi frastagliati, tastiere che spesso rivestono i brani di una sottile patina ‘vintage’, a volte con qualche impressione filmica, i WorldService Project edificano una costruzione sonora forse non adatta a tutti, ma che si offre volentieri all’ascolto dei più curiosi.