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MATCHLESS, “MATCHLESS” (THEDUST REALM MUSIC)

Miriam e Liliana Neglia: sorelle; immerse nella musica e nell’arte fin da bambine; entrambe sul palco dello “Zecchino d’Oro”, in edizioni diverse; strade che poi proseguono in parallelo, esperienze simili e differenti, fino a una prima collaborazione, in Germania, nel progetto Midihands, fattosi poi conoscere anche in Italia con concerti in apertura, tra gli altri, di Massive Attack, Almamegretta, Ermal Meta.

Il progetto Matchless prende corpo nel corso della ‘clausura collettiva’ dello scorso anno e giunge oggi al primo lavoro sulla lunga distanza.

Dieci i pezzi (cantati in inglese e in italiano) in cui le due sorelle sposano i rispettivi interessi: se Miriam ha studiato canto jazz ma si è appassionata anche all’elettronica, Lilian ha approfondito maggiormente certi aspetti del rock ‘alternativo’, soprattutto l’utilizzo di beat e certe tecniche alla base di trip – hop e simili.

L’esito è un mosaico di suoni, ‘tappeti’, scricchiolii, ‘glitch’ sui quali si staglia la voce di Miriam, a eseguire testi che parlano di relazioni sentimentali, riflessioni, consapevolezza.

Suggestioni variegate, mutamenti di clima – talvolta anche all’interno degli stessi pezzi – con un ampio sguardo sull’elettronica – del presente e di un passato più o meno recente – strizzando l’occhio al dancefloor.

SUZ, “LACEWORK” (IRMA RECORDS / SELF)

Suz, al secolo: Susanna La Polla; bolognese di nascita, ‘bristoliana’ di adozione, almeno sotto il profilo sonoro. Bristol, ovvero: trip hop, e fa una discreta impressione pensare al fatto che la prima ‘ondata’ di quel genere, alfieri Portishead e Massive Attack, risalga ormai a quasi vent’anni fa.

Eppure, l’onda lunga, non si è mai esaurita: anzi, le ‘risacche’, per quanto non debordanti, restano si ripetono con costanza.

Suz, qui al terzo lavoro sulla lunga distanza, fa dunque parte della categoria: un esordio da vocalist e corista con il ragamuffer italico Papa Ricky, poi varie collaborazioni, fino ad avviare la carriera solista sul finire degli anni ’00 del ventunesimo secolo.

“Lacework”, parola inglese per definire un tessuto finemente lavorato,un pizzo o un merletto, come quelli riprodotti nell’artwork di digipak e booklet: dieci brani dove ritroviamo tutti gli elementi tipici del genere, a partire dalle sonorità rarefatte e le atmosfere dilatate, sospese in una dimensione vagamente onirica; tappeti sonori che tessono fondali, incorniciano e avvolgono il cantato protagonista indiscusso di tutto il lavoro, ad interpretare testi in cui ricorrono suggestioni atmosferiche e ‘ambientali’ (Wall of Mist, Still Water) e riferimenti alla mitologia classica (Anthemusa, Lethe).

I dieci brani di “Lacework” (una quarantina di minuti la durata complessiva) si snodano all’insegna di umori in cui si alternano riflessione e sottile malinconia, pur senza negarsi episodi all’insegna di una maggiore solarità; la cifra stilistica del disco è quella di un’eleganza composta, dai modi spesso sofisticati, quasi da jazz club, similitudine non casuale, dato che tra le sue varie esperienze la cantautrice bolognese conta proprio un quintetto jazz; non appare casuale, in questo senso, il brano dedicato a Billie Holiday posto proprio in apertura del disco.

Il limite del disco risiede forse un po’ troppo insistita di una certa perfezione formale, di una raffinatezza estetica che, per quanto godibile e, finisce per essere a tratti un filo algida, privando il disco di un tantino di impatto emotivo.