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LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT

Un bagno nel Tevere già di per sé non è un’idea eccezionale… figurarsi se a quelle acque non proprio cristalline si aggiungono non meglio precisate sostanze chimiche… E’ quello che capita a Enzo Ceccotti, delinquente di mezza tacca, per salvarsi da un inseguimento.
Enzo è il classico ‘delinquente per necessità’, che si arrangia tra scippi e furti per assicurarsi la mera sopravvivenza in un buco nella periferia degradata di Tor Bellamonaca, passando il tempo a rimpinzarsi di budini e film porno in egual misura.
Succede però che quel bagno fuori programma abbia degli effetti imprevedibili, donando a Enzo una forza sovrumana e rendendolo pressoché invulnerabile: il nostro fin da subito utilizzerà le sue nuove abilità per scardinare bancomat e assaltare furgoni blindati; l’incontro con Alessia, una giovane donna che ha trovato nel mondo fantastico di Jeeg – Robot d’acciao la via di fuga da una vita che l’ha colpita troppo duramente, porterà Enzo a cambiare punto di vista, mentre all’orizzonte si staglierà la più proverbiale delle nemesi…

Attendevo questo film da mesi: da quando cominciai a leggerne in occasione della presentazione alla Festa del Cinema di Roma; per le imperscrutabili dinamiche della distribuzione, arriva nelle sale solo oggi, e…

Questo film è una bomba: uscito dal cinema non ho trovato nulla di meglio che definirlo, su Facebook, ‘una figata assurda’.

Già è abbastanza straordinario che un film come questo lo si sia riusciti a fare in Italia; ma poi, “Lo chiamavano Jeeg Robot” funziona per conto suo come ‘film di genere’: se fosse stato un film indipendente americano, sarei qui a lodarlo comunque, ma cavolo, questo film è stato fatto in Italia, girato in gran parte a Roma.

Il punto è che quando non si può ricorrere a effetti speciali a tonnellate, all’uso smodato del computer; quando non si possono mostrare costumi, mantelli, martelli, scudi, armature, auto fantascientifiche, astronavi, mostri spaziali e quant’altro, cosa resta?

Resta il realismo: non si ha altra strada se non quella di abbandonare la fantasmagoria di un ‘altro mondo’ dove gente ipermuscolata in calzamaglia si prende a mazzate e dare a un ladruncolo della periferia romana la possibilità di scardinare un bancomat a mani nude. L’uovo di Colombo? Forse… sono state ‘uova di colombo’ i ‘supereroi con superproblemi’ di Stan Lee, quelli repressi di Alan Moore; i ‘politici’ o i ‘realistici’ di Mark Millar…

“Lo chiamavano Jeeg Robot” è l’uovo di colombo dei film di supereroi: eliminiamo il contorno, togliamo i costumi, riduciamo tutto all’osso e dotiamo di facoltà inimmaginabili un poveraccio: il risultato è una versione ‘in negativo’ di Peter Parker, incrociata col protagonista di “Kick-Ass”, piazzata in un contesto a metà strada tra Romanzo Criminale, Gomorra, e i film poliziotteschi degli anni ’70, qualche esagerazione ‘tarantiniana’.
L’uovo di Colombo, certo, ma guarda caso quest’uovo nessuno l’aveva mai messo in piedi prima e a farlo è stato il regista romano Gabriele Mainetti che non ringrazierò mai abbastanza, assieme agli sceneggiatori Nicola Guaglianone e Menotti che, non a caso è uno che, prima che autore per la tv e il cinema, è un esponente della nostra ‘narrativa disegnata’.

Un film che vive su un continuo alternarsi di tensione e rilassamento: sospensione, risate, pathos, dramma: tutto attentamente mescolato, senza mai cadere nella farsa, nella barzelletta o nel melodramma, in cui sono presenti tutti i ‘topoi’ del percorso di ‘formazione’ del supereroe, nel classico percorso che va dall’uso dei superpoteri a fini egoistici, fino all’assunzione delle proverbiali ‘grandi responsabilità’ fino all’attesissimo ‘showdown’ finale, che arriva puntuale, rispondendo alle aspettative.

Claudio Santamaria è efficacissimo nel ruolo del protagonista, che gli calza alla perfezione e che con tutta probabilità gli frutta la sua migliore interpretazione: un attore che a dire il vero ho sempre sopportato poco ma che qui è perfetto.

Luca Marinelli è eccezionale nel disegnare un ‘criminale da fumetto’ che portato nel mondo reale diventa a tratti inquietante… una sorta di Joker di borgata, che a incrociarlo per strada non sai mai se ridere o cambiare strada di corsa.
Ilenia Pastorelli, fin qui nota alle cronache televisive per una sua passata partecipazione al Grande Fratello, mostra di avere tutte le carte in regola per una futura carriera cinematografica, interpretando un personaggio fragile e indifeso, che per ripararsi dai colpi della vita ha cercato rifugio in un improbabile ritorno all’infanzia.

“Lo chiamavano Jeeg Robot” è il film che aspettavano (aspettavamo) in tanti, stufi di botte da orbi tra palestrati in calzamaglia; “Lo chiamavano Jeeg Robot” è un film italiano: e allora, godiamocela!!!

Grande, grande, grande.

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KICK-ASS 2

Dopo gli eventi del primo episodio, a New York è esplosa la ‘moda’ dei giustizieri mascherati, con frotte di bizzarri personaggi che, con armi improbabili, ‘pattugliano’ la città per difenderla dai criminali, con vari esiti. In questo scenario ritroviamo anche Mindy e David, protagonisti del precedente episodio: quest’ultimo,  intenzionato a proseguire la sua carriera dopo essere stato, nei panni di Kick-Ass, il primo ‘supereroe’ del mondo reale, cerca l’aiuto della prima, molto più abile di lui, avendo vissuto buona parte dell’infanzia nel ruolo della ‘vigilante’ mascherata, a fianco del padre.

Tuttavia la ex-Hit Girl è divisa tra il desiderio di continuare a fare ciò che le riesce meglio, ossia prendere a calci in culo i delinquenti e la promessa fatta al padre in punto di morte di tornare a vivere la vita normale di una teen – ager della sua età. A sparigliare ulteriormente le carte sarà Chris – alias Red Mist, che dopo gli eventi del primo film ha giurato a sé stesso di distruggere Kick-Ass e tutto il suo mondo: a tal fine assemblerà un gruppo di criminali in costume, con l’intenzione di demolire il suo avversario e mettere a ferro e a fuoco la città, assumendo la nuova identità del Mother-Fucker…

Il secondo film della saga di Kick-Ass, tratta dalla fortunatissima serie firmata da Mark Millar e John Romita Jr., mantiene tutto quanto promesso a chi aspettava la prosecuzione delle avventure di Dave e Mindy: efficacissimo il mix di comicità, a tratti volta al paradosso, e di elementi drammatici, tali da lasciare quasi basito lo spettatore, che si ritrova improvvisamente di fronte a determinate situazioni in quella che appare una cornice volta all’ironia e alla gag; è questo il maggior punto di forza di un film che si fa seguire dall’inizio alla fine, privo di sbavature, cali di tensione e di ritmo, che disegna davanti allo spettatore un mondo assolutamente realistico, nel quale si ride dietro a chi si infila in un’improbabile calzamaglia per combattere il crimine, ma in cui tutto assume contorni decisamente ‘neri’ quando il sangue comincia a scorrere, copioso (e comunque la violenza proposta nel film resta ‘controllata’ rispetto a quanto proposto da fumetto): un film di ‘supereroi’ decisamente ‘non per tutti’, nonostante le apparenze.

Ancora più che nel capitolo precedente, a reggere gran parte delle sorti del film è la giovane Chloe – Grace Moretz, davanti alla quale sembra ormai essersi definitivamente dischiuso un luminoso avvenire; a fianco a lei di distingue Christopher Mintz-Plasse, nel ruolo di un cattivo da antologia, la cui inettitudine di fondo va di pari passo con la perfidia e la capacità (paradossale, ma solo in apparenza) di riuscire nei suoi intenti. E Kick-Ass? Certo, c’è anche lui, interpretato ancora una volta da Aaron Taylor-Johnson, ma la sua interpretazione, per quanto efficace, finisce per essere schiacciata dalle superiori capacità dei suoi colleghi.

A completare il cast, una serie di volti più o meno noti, a cominciare da John Leguizamo e Donald Faison (il Turk di Scrubbs), guidata da un Jim Carrey quasi irriconoscibile (con e senza maschera), nei panni dell’animatore di un supergruppo di aspiranti supereroi che avrà un ruolo determinante nell’economia dell storia.

Kick-Ass 2 finisce per essere un film riuscitissimo, ancora più efficace del capitolo precedente, grazie al percorso che porterà i personaggi, non più dei ragazzini, di fronte alle scelte imposte, nel modo più drammatico, dalla ‘vita adulta’: un peccato che sia uscito nelle sale col ruolo di un ‘tappabuchi ferragostano’, quando avrebbe meritato ben più risalto.

MARK MILLAR – STEVE McNIVEN: NEMESIS

Spesso per definire al figura di un antagonista mal riuscito, in un libro o in un film, si usa la definizione di ‘cattivo da fumetto’… come se quella in questione fosse categoria particolarmente esecrabile: ‘cattivo da fumetto’, ossia macchietta che mette in scena piani improbabili per venire puntualmente mazziata dal ‘buono di turno’.
Ebbene, nel caso vi andasse di perdere un paio d’ore del vostro tempo, potreste leggervi “Nemesis”, per giungere alla conclusione che i ‘cattivi da fumetto’ non sono più così risibili.
Il ‘colpevole’ è in questo caso Mark Millar: per intenderci, l’ideatore di quel “Kick Ass”, poi efficacemente portato al cinema, e uno degli autori che negli ultimi anni ha dato una decisa accelerata al definitivo svecchiamento degli eroi della Marvel, facendoli diventare materiale per un pubblico la cui età media supera di molto l’adolescenza.
Il mondo descritto da Millar è per molti aspetti simile al nostro, espediente già usato da chi in un passato più o meno recente ha voluto rileggere il ‘mito’ dei giustizieri in costume, rendendolo più compatibile con la realtà; l’uovo di colombo in questo caso sta nel fatto che, in un mondo senza eroi, Millar inserisce un supercriminale, il che a pensarci non è un’idea così peregrina: quanti inafferrabili terroristi in passato hanno assunto un alone quasi ‘mitico’, ai limti, appunto, del ‘superumano’? Gli esempi sono tanti, da Carlos a Bin Laden, passando per il nostro Vallanzasca…
Il suddetto Nemesis è una sorta di Batman in negativo: guarda caso veste di un bianco e immacolato costume e opera alla luce del sole, sfidando supposti ‘superpoliziotti’ e predicendogli l’ora esatta in cui, a causa sua, tireranno le cuoia; nel contempo sollazzandosi con atti di violenza più o meno gratuita, come far deragliare il convoglio di una metropolitana o dirottare l’Air Force One, rapendo il Presidente degli Stati Uniti con catastrofiche conseguenze: il tutto per attirare l’attenzione della sua nuova vittima, un integerrimo commissario di polizia in onore di ‘alti incarichi’ grazie ai risultati da lui ottenuti nella lotta al crimine. La ‘battaglia’ trai due sarà senza esclusione di colpi, scontro di intelligenze con contorno di massacri vari, colpi di scena, bassezze (alcune delle quali veramente geniali) e quant’altro, fino a un classico ‘cataclismatico’ finale e a una ‘coda’ che lascerà il lettore a bocca aperta, più perplesso che persuaso, rimettendo in discussione gran parte dei punti fermi della storia appena letta.
Un Mark Millar in gran forma, accompagnato da uno Steve McNiven (anch’esso dagli importanti trascorsi ‘marvelliani’) che può dare libero sfogo al suo estro e al gusto per il particolare, non risparmiando all’occorrenza quel gusto per il ‘grand guignol’ (pur senza eccedere mai nello splatter) che ancora nel fumetto ‘mainstream’ è in parte precluso.
Con “Nemesis” Millar rilegge il mito dei ‘cattivi da fumetto’, regalandoci un personaggio a suo modo memorabile e una storia il cui finale rende il tutto ancora più plausibile per il lettore poco avvezzo (o sospettoso) nei confronti delle storie a base di gente in costume. Un pezzo di bravura, probabilmente destinato a restare fumetto ‘di culto’, ma una cui trasposizione cinematografica sarebbe più che mai auspicabile.

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