Posts Tagged ‘Mamavegas’

ARMAUD, “HOW TO ERASE A PLOT” (LADY SOMETIMES RECORDS)

Italia – Olanda e ritorno: cantante, trombettista e chitarrista di formazione jazzistica, Paola Fecarotta ha travasato i suoi studi nel progetto Armaud, esperienza inizialmente solista – chitarra e voce – successivamente ampliatasi nella forma di un trio, con la partecipazione di Marco Bonini (Mamavegas) e Federico Leo.

Il jazz in effetti con la proposta sonora degli Armaud c’entra poco, se non forse a livello di suggestioni ed allusioni, atmosfere che rimandano a certi club fumosi uniti ad una certa eleganza, compostezza di modi e suoni; ampio spazio, invece a una dimensione che potrebbe definirsi ‘trip – pop’: ascendenze al Bristol sound, mescolate al gusto per una forma canzone dalle maniere sofisticate.

Prima testimonianza discografica della band, punto di arrivo e di partenza “How to erase a plot” si snoda lungo dieci tracce il cui tratto distintivo è l’interpretazione della vocalist, nel segno di una dolezza (dai tratti in più di un’occasione quasi ‘infantili’), capace di una certa empatia con l’ascoltatore.

Voce accompagnata da tenui tessiture di chitarra, entrambe a galleggiare su una superficie liquida fatta di loop, synth, qualche effetto, nel segno di una rarefazione pronta in più di un’occasione a dare vita a momenti più sostenuti, lasciando a quale abrasione rumorisitica; una sezione ritmica composta ad incorniciare il tutto.

Li potremmo forse mettere a metà strada tra Lamb e This Mortal Coil: ascolto ideale per una giornata dal mood malinconico: il titolo fa riferimento forse al fare piazza pulita, chiudere definitivamente pagine della vita per aprirne altre, non senza il classico bagaglio di rimpianti, recriminazioni e – forse – nostalgie – che questo comporta.

Un lavoro che evoca un clima uggioso, da ascoltarsi magari sorseggiando un tè per confortarsi; disco dall’esito felice, che lascia l’augurio di un seguito.

LA PLAYLIST DI APRILE

Zenigata       Tubax

Eri piccola così  Bugo

Painlover      Mardi Gras

Camilla          Vallone

Betoniera      Simone Mi Odia

Divano revolution  Bifolchi

Trashy Like TV   Laila France

Ravenhead        Fallen

Wonder Tortilla  Mamavegas

Il volo          Africa Unite

MAMAVEGAS, “ARVO” (42 RECORDS / MASTERMUSIC)

L’acqua: quella di un bacino artificiale (da cui deriva il titolo del disco), parodia di un elemento naturale che l’uomo impone alla natura stessa; acqua attraverso la quale la natura si prende la sua ‘rivincita’ tremenda e inarrestabile, durante le alluvioni; acqua attraversata dai migranti alla ricerca di un futuro migliore, o via di fuga rispetto ai propri fallimenti sentimentali acqua che a volte inghiotte semplicemente chi vi si avventura… non un ‘concept’, ma un lavoro in cui l’acqua costituisce una sorta di filo conduttore, di tema sul quale si ritorna in continuazione, il secondo dei Mamavegas, che arriva a tre anni di distanza dall’esordio di “Hymn for the Bad Things”.

La band continua ad avere quasi la struttura di un ‘collettivo’ – sei i componenti – ricordando la formula che parecchi successi ha mietuto negli ultimi anni in ambiente ‘indie’, (in particolare in Canada: i più noti gli Arcade Fire); diverso l’approccio, stavolta all’insegna di una vera e propria condivisione del processo compositivo in studio.

Il risultato sta in questi dieci pezzi, in cui oltre che per l’acqua, c’è spazio per la nostalgia dell’infanzia, uno sguardo sull’ossessione contemporanea per l’accumulo compulsivo (a colmare vuoti di altro genere), per i timori e le paure che circondano una prossima paternità, per le relazioni umane, anche sentimentali.

I Mamavegas danno consistenza sonora a questo campionario ideale attraverso un disco che, visto il numero dei componenti, non poteva non essere assai consistente dal punto di vista sonoro, tra momenti di tranquillità e parentesi più ariose, con un costante afflato orchestrale, che sviluppa la propria potenza nei momenti più elettrici – anche con qualche inclinazione noise – e che negli episodi più volti all’acustica si impegna nella tessitura di tappeti e nella costruzione di sfondi sonori dalle suggestioni oniriche.

Un lavoro incanalato nei binari di un indie – rock dalle reminiscenze shoegaze e dreampop, tenendo presente la lezione del pop psichedelico degli anni ’60 (vedi alla voce Beach Boys) ma anche a quello più recente di matrice britannica.

Un disco che ha il suo miglior pregio in una ricchezza sonora capace di continuare a offrire ad ogni ascolto qualche nuovo particolare.