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DOGMAN

Marcello è il proprietario di un piccolo negozio di toelettatura cani, nella periferia degradata di una grande città: si arrangia, arrotodando con lo spaccio di piccole dosi di cocaina e partecipando a qualche furtarello: a comprargli la droga e a ‘precettarlo’ per le proprie attività criminose è Simone, un bullo che tiene in scacco l’intera zona, una bestia che impone la sua legge a forza di pugni.
Marcello ne è succube, in un modo che va oltre il classico rapporto vittima – carnefice: qualcuno potrebbe definirlo ‘malato’; nella sua remissività, che arriva fino alle più estreme conseguenze, c’è la paura delle conseguenze di una ribellione, ma anche la speranza che da quel rapporto si possano raccogliere delle ‘briciole’ che gli consentano di vivere con maggiore tranquillità, magari potendosi permettere di pagarsi una vacanza assieme alla figlia, intuiamo tra l’altro che il protagonista è separato dalla moglie.
Marcello pensa forse di poter controllare e ‘ammansire’ Simone come fa coi suoi cani, in fondo si tratta pur sempre di bestie…
Le cose però prenderanno una piega ben diversa e dopo aver pagato un prezzo troppo alto, Marcello troverà finalmente la forza di ribellarsi, risolvendo ‘definitivamente’ il problema…

Quella del ‘Canaro della Magliana’ è una delle vicende di cronaca nera che resta ancora oggi scolpita nell’immaginario degli abitanti della Capitale; chi, come me, all’epoca tredicenne, ricorda ancora oggi come nei giorni successivi al ‘fattaccio’ coi compagni di classe ci si scambiassero particolari – più o meno veritieri – sulle efferatezze compiute dal protagonista… nel mio caso in aggiunta c’è il dato puramente biografico di chi abita in una zona continua allo stesso quartiere della Magliana: tutta quella storia successe a meno di due chilometri da dove abito, il cadavere della vittima venne ritrovato qui dietro, a dieci minuti di strada.
Quell’avvenimento resta ancora oggi velato da un alone quasi ‘mitologico’ perché in fondo nonostante la violenza dell’esecuzione e allo scempio del cadavere non si più non guardare al ‘Canaro’ non dico con simpatia, ma almeno con un filo di comprensione, essendo diventato un po’ il simbolo di chi alla fine si stufa di essere vittima di soprusi e finisce per ribellarsi; va comunque sottolineato che il ‘Canaro’ non era certo un stinco di santo e che tutta la vicenda si svolse in un contesto ampiamente degradato.

Matteo Garrone, che ha sottolineato di aver solo preso spunto da quell’episodio, mette in scena un climax di prepotenza e soprusi di fronte ai quali il povero protagonista finisce sempre per essere sottomesso, tanto da risultare quasi irritante, fino a quando – e viene da dire: “finalmente”” – finisce di accettare tutto e si ribella: un archetipo a metà tra il ‘borghese piccolo piccolo’ di Sordi e il ‘cane di paglia’ di Peckinpah, sullo sfondo di una periferia scialba, dai colori lividi – tutta la storia si snoda praticamente nell’ambito di un solo isolato – il cui unico contraltare sono i fondali marini che fanno da scenario ai momenti di serenità del protagonista assieme alla figlia.
Garrone racconta il tutto in maniera secca, essenziale, non evitando un finale per forza di cose violento, ma senza nulla concedere all’effettaccio o allo scorrimento di sangue fine a sé stesso.

A dare corpo e volto a Marcello è l’omonimo Marcello Fonte, che offre un’interpretazione intensa e sofferta, e col quale da parte mia c’è stato un supplemento di immedesimazione, visto che Marcello mi chiamo anche io e che come lui sono quello che si dice a Roma ‘un du’ soldi de cacio’ (insomma: piccoletto, mingherlino); devo dire in aggiunta che anche io, senza ovviamente agli estremi del protagonista, da ragazzino in qualche episodio ho provato la stessa sensazione di impotenza di fronte a certi prepotenti; gli fa da contraltare Edoardo Pesce – Simone: interpretazione altrettanto – e forse addirittura qualcosina di più – riuscita, nel suo dare vita a un personaggio odioso, per il quale alla fine non si prova alcuna pietà, pensando anzi che si merita quanto accaduto. Francesco Acquaroli e Adamo Dionisi sono due validi esempi di quelli che una volta venivano chiamati ‘caratteristi’.

P.S. Doverosa postilla, perché nel frattempo è giunta la notizia dell’assegnazione a Marcello Fonte del premio come miglior attore a Cannes: strameritato e del quale sono stato contentissimo.