Posts Tagged ‘Madaski’

AFRICA UNITE E ARCHITORTI, “IN TEMPO REALE” (AUTOPRODOTTO / SELF)

Reggae e musica classica sono mondi sonori che non potrebbero sembrare più distanti: tuttavia, la musica offre sempre qualche percorso d’incontro inesplorato o insospettato, attraverso il quale realizzare certi incontri, basta cercarlo.

Il compito stavolta se lo sono assunti gli Africa Unite, storici alfieri del reggae Made In Italy, e il quintetto degli Architorti, noto tra le altre per la collaborazione con Peter Greenaway, e orientato da sempre alla commistione tra generi.

L’esito si snoda attraverso sette brani originali e tre riedizioni, con la voce, ormai riconoscibilissima, di Bunna e le incursioni di Madaski con i suoi recitativi ‘alieni’, il reggae e il dub.

Gli arrangiamenti degli Architorti fanno scoprire ai brani degli ‘Africa’ una nuova dimensione, ma senza stravolgimenti, vesti nuove tagliate su misura, tra un veleggiare compassato e frenetico dinamismo.

Un gioiellino e uno dei dischi più intriganti dell’anno, disponibile a tutti in download gratuito sul sito degli Africa Unite.

GRAN BAL DUB, “BENVENGUTS A BÒRD” (AUTOPRODOTTO / SELF DISTRIBUZIONE)

Secondo lavoro per il progetto creato Sergio Berardo, conosciuto soprattutto per il suo lavoro coi Lou Dalfin e Madaski, poliedrico musicista con un’interminabile lista di esperienze all’attivo, a comInciare da quella, storica, con gli Africa Unite.

I due sono a capo della folta ciurma di un’ideale ‘aereo pirata’, una band(a) sbandata, forse più interessata a ‘far casino’ e bisboccia che non ad arrembaggi e razzie, mentre la ‘nave volante’ sorvola le terre dell’Occitania…

Giova infatti ricordare che i Gran Bal Dub si esprimono nella lingua d’Oc, portando avanti la tradizione millenaria delle terre al confine tra Francia e Piemonte; tradizione di parole e di suoni, attraverso il recupero di strumenti tradizionali – ghironde, corni, dulcimer tra gli altri – affiancati a fiati, archi, fisarmonica, banjo, ukulele, ‘addensati’ dal ricorsi alle sonorità sintetiche del dub, con una consistenza ‘liquida’ e dilatata, ma che in più di un episodio alza il ritmo, sfociando talvolta in serrati ritmi da dancefloor.

Il risultato è un viaggio rumoroso e sguaiato, con tanto di cori da taverna, 12 pezzi (4 dei quali sono brevi intermezzi) dai colori sgargianti, all’insegna dell’improbabile quanto riuscito matrimonio tra il folk delle feste di Paese e i ritmi delle serate dub.

AFRICA UNITE, “IL PUNTO DI PARTENZA” (AUTOPRODOTTO)

Intitolare un disco “Il punto di partenza” quando si è in circolazione da trent’anni e passa.

Pensi agli Africa Unite e in effetti ti rendi conto del tempo da cui sono in circolazione.

Pensi agli Africa Unite e, anche se il reggae non è mai stato la tua ‘passione’, anche se non sei mai stato ad un loro concerto, alla fine volente o nolente li hai incrociati, più di una volta, magari ascoltandoli per radio e fermandoti lì, perché insomma, gli Africa Unite ‘ci sanno fare’ – non sarebbero durati così tanto, altrimenti – e in fondo la loro musica al di là dei gusti di ognuno finisce per coinvolgere… Per dirne una, quando ho scritto questo post, qualche giorno fa,  a Roma era una giornata più che mai uggiosa, fuori diluviava e (anche forse un po’ banalmente, ammetto), il ritmo rilassato e le sonorità solari degli Africa ci stanno bene…

Quando gli AfricaUnite sono nati, andava di moda il post – punk… i loro primi dieci anni li hanno compiuti quando si girava in camice a quadrettoni e si ascoltavano i Nirvana… e il discorso potrebbe continuare… mentre si sono succeduti svariati revival punk, il trip – hop, la jungle e l’elettronica ‘sparata’, e il brit pop, gli Africa Unite stavano sempre lì, decisamente non sotto ai riflettori, eppure vivi e con un loro seguito, il classico ‘zoccolo duro’…

Viene da pensare come alla luce di tutto questo, gli Africa Unite siano quasi un caso isolato negli ultimi trent’anni di storia della musica italiana: sempre lì, a sfornare nuovi dischi, ‘fedeli alla linea’ si potrebbe dire citando i quasi coetanei (ma molto, molto, molto meno longevi CCCP), all’insegna di un’attitudine e di una coerenza non certo frequenti…

Anno Domini 2015, e gli Africa Unite sono ancora qui, a sfornare un nuovo disco… prodotto e ‘pubblicato’ all’insegna di quell’attitudine ‘do it youtself’ molto diffusa proprio agli inizi degli anni ’80, quando magari la musica girava su cassettine ‘artigianali’ duplicate… oggi, la tecnologia a trasformato tutto quello in un semplice ‘clic’: “Il punto di partenza” lo potete scaricare gratis e senza limiti, sul sito della band, che ha scelto di puntare tutto sulle esibizioni live: un disco lo si può pure scaricare, ma il ‘live’ è un esperienza unica, ogni volta nuova, irripetibile.

“Il punto di partenza” è un disco in cui spesso e volentieri il reggae filtra con l’elettronica, con episodi dalle suggestioni dub e parentesi dall’appeal industriale, quasi cyber…

Un lavoro impreziosito dalle collaborazioni con Raphael e More No Limiz, ma soprattutto quella con gli Architorti, che dà vita ad un paio di pezzi in cui il reggae si contamina – efficacemente – con la musica classica .

Bunna, Madaski, Ru Catani, ‘Benz’ Gentile, Alex Soresini, ‘Piri’ Colosimo, Paolo Parpaglione e Mr.T Bone danno vita ad undici brani in cui si rivendica la propria attitudine, dichiarazioni d’amore per il reggae e la lingua italiana, frecciate contro l’ossessione per la notorietà ai tempi dei social network… con episodi – ‘Il volo’, ‘La Teoria’ – in cui il reggae si sposa con la migliore tradizione italiana del cantautorato pop più elegante, e ti viene da pensare che in un mondo alternativo sarebbero entrati direttamente nelle heavy rotation di ogni radio…

Ascoltando “Il punto di partenza” si ha più che mai l’impressione che gli Africa Unite siano entrati di diritto nel ‘patrimonio artistico’ della canzone italiana: non uno di quei monumenti che tutti vanno a visitare, magari uno di quei ‘borghi’ poco conosciuti che si ‘aprono’ solo ai più curiosi e a coloro che magari hanno la curiosità di deviare dagli itinerari più battuti…

ANTINOMIA, “MANTRA” (AUTOPRODOTTO)

L’Italia e il metal: una vicenda ormai lunga e variamente articolata, con risultati talvolta eccellenti, altri un po’ meno… ad arricchire il novero di band italiche dedite al ‘metallo’, sono giunti nel 2011 gli Antinomia, sestetto proveniente dalla provincia torinese che con “Mantra” giunge al secondo lavoro sulla lunga distanza, dopo aver ottenuto un buon discreto da parte di pubblico e critica, oltre al sostegno dei Litfiba, che dopo la vittoria del Grande nazionale rock contest da loro organizzato, li hanno voluti con sé come gruppo di supporto in alcune date.

Oltre ad essere il lavoro di una band che finora compiuto un percorso più che soddisfacente, “Mantra” parte sotto i migliori auspici anche sotto il profilo produttivo, con la firma di Madaski e la partecipazione di Mauro Tavella (già collaboratore degli stessi Litfiba e di Linea 77 e Africa Unite).

La tecnica della band, assieme alla produzione, raggiunge lo scopo di assemblare un disco dai suoni pieni, quasi ineccepibile sotto il profilo estetico; tuttavia nello scorrere delle undici tracce, il lavoro appare mostrare qualche limite. L’impressione di fondo è che si sia voluta mettere un po’ troppa carne al fuoco: l’apprezzabile scelta di fondo del ricorso ad un heavy di stampo classico, si scontra con l’utilizzo un filo troppo invasivo dell’elettronica, con accenti cyber e talvolta allusioni eighties che, pur efficaci a tratti, spesso e volentieri finiscono per annacquare un po’ l’impronta di base; il susseguirsi di citazioni hard rock, gotiche, psichedeliche, più che di una band eclettica, dà l’idea di un gruppo forse un po’ indeciso sulla strada da prendere.

Non aiuta la lunghezza, talvolta eccessiva, dei pezzi, in cui trovano puntano spazio digressioni strumentali non sempre efficaci e funzionali ai fini della riuscita dei brani: non è un caso, forse, che gli episodi più riusciti appaiono essere Il sognatore, posto in apertura, e la title track, in cui la band ha utilizzato maggior sintesi. I testi, tra ansie contemporanee e rapporti interpersonali, sono interpretati con personalità, sebbene a tratti con una rabbia che appare un po’ forzata.

“Mantra” ci mostra insomma una band tecnicamente matura, ma che forse ha ancora bisogno di inquadrare meglio il proprio stile, concretizzando potenzialità ancora inespresse.

RAPHAEL, “MIND VS HEART” (IRIEVIBRATION RECORDS)

Il nome di Raphael Nkereuwem non risulterà del tutto sconosciuto agli amanti del reggae nostrano, essendosi già affermato quale vocalist degli Eazy Skankers, band che con i suoi due lavori sulla lunga distanza si è fatta discretamente apprezzare dai cultori delle sonorità giamaicane.

A quella esperienza, Raphael da qualche tempo ha cominciato ad affiancare il tentativo di lancio della propria attività da solista, che dopo alcuni primi passi giunge con “Mind vs Heart” alla prima tappa importante, licenziata dall’etichetta austriaca Irievibration.

18 brani, comprendendo il breve intro e le tre bonus track ( tra le quali un remix curato da Madask), per un lavoro che a livello sonoro ripropongono gli stilemi classici del genere, senza ‘colpi di testa’ o fughe sperimentali: si gioca piuttosto la carta della piacevolezza di ascolto, di una ‘facilità’ che però non diventa mai un ‘voler piacere’ fine a se stesso, con pezzi che invitano a muoversi, dalla sottile vena danzereccia.

Il lavoro gira tutto intorno all’efficace interpretazione vocale di Raphael, accompagnato agli strumenti da un nugolo di ospiti di varia origine e provenienza, trai quali si segnalano un veterano del genre come Skarra Muci e l’ex Black Uhuru Michael Rose; i testi variano tra l’intimista e l’osservazione della realtà, con l’invito frequente all’incontro fisico e al ‘darsi’ agli altri, riflettendo sulle conseguenze negative di una modernità che va  rendendo un’esperienza ‘sociale’ come quella musicale sempre più come qualcosa di freddo, vissuto nel proprio isolamento davanti allo schermo di un PC.

Non mancano i consueti brani ‘autodescrittivi’, o in cui si  si omaggiano i propri compagni di strada o parentesi sentimentali, come in Wine with me, tra gli episodi più riusciti.

Un esordio solista convincente, per questo artista che con gli Eazy Skankers si è già fatto adeguatamente le ossa, apparendo pronto ad un ulteriore salto di qualità: ed è un peccato che questo esempio di ‘melting pot all’italiana’, nato a Savona da padre nigeriano e madre italiana, dedicatosi poi alla musica giamaicana, abbia finito per rivolgersi ad un’etichetta austriaca per la pubblicazione del suo primo lavoro solista.