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IL DIRITTO DI CONTARE (HIDDEN FIGURES)

Katherine Johnson, Dorothy Vaughan, Mary Jakson: tre matematiche alle prese con i complicatissimi calcoli relativi a traiettorie finestre di lancio e quant’altro, necessari a mandare il primo americano nello spazio – nella fattispecie, John Glenn – e soprattutto a farlo tornare a casa sano salvo; piccolo particolare: siamo negli anni ’60 e le tre, oltre a essere donne, sono anche nere…

L’epopea dell’esplorazione spaziale, che in meno di un decennio ha mandato i primi uomini nello spazio e li ha poi fatti atterrare sulla Luna, ha fatto passare alla storia i nomi di poche decine di uomini; pochi, pochissimi rispetto alle centinaia di persone che hanno collaborato attivamente ai programmi spaziali, russo prima e soprattutto americano poi, permettendo a quel pugno di uomini di uscire dall’atmosfera terrestre e arrivare a camminare sul suolo lunare.
Esiste, insomma, un intero patrimonio di storie di uomini e donne ancora da raccontare e da riscoprire; un giacimento immenso al quale anche il cinema può attingere.
Si tratta di “Hidden Figures”, di ‘figure nascoste’, come cita il titolo originale americano del film, giocando sul doppio significato di ‘figures’ – figure / numeri; in italiano, si è tentato di riproporre il doppio significato col verbo ‘contare’: far di conto, ma anche farsi valere.

La storia di Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jakson è stata portata sullo schermo da Theodore Melfi, autore della sceneggiature assieme ad Allison Schroeder, partendo dalla biografia firmata da Margot Lee Shatterly, che ci ha
narrato di come, nella corsa allo spazio, volta a superare i russi, la NASA non potesse permettersi tante differenze in tema di sesso o colore della pelle, dando la precedenza alle capacità e al merito; tuttavia, la società americana del tempo era pur sempre quella caratterizzata dalla segregazione e da un razzismo talmente radicato da essere a volte addirittura inconsapevole, oltre che da una marcata distinzione di ruoli tra uomo e donna.

Johnson, Vaughan e Jackson diventano così le protagoniste di un’epopea analoga, se non ancora più epica, di quella dei vari Sheperd, Glenn, Armstrong, Aldrin e Collins, che le vide combattere per rivendicare il diritto di affermare le proprie capacità nella società, in breve di poter fare ciò che sapevano fare, in un mondo che già faticava a vedere le donne fuori da un contesto prettamente famigliare / casalingo, figuriamoci se le donne in questioni avevano poi la pelle nera.
Danno ai volti alle protagoniste Tarji P. Henson – Katherine Johnson, responsabile dei calcoli su lanci e rientro della Friendship Seven, la ‘navetta’ che portò il primo americano nello spazio, John Glenn) – già candidata all’Oscar per “Il curioso caso di Benjamin Button”; Octavia Spencer – Dorothy Vaughan, coordinatrice di un centro di calcolo composto interamente da donne afroamericane, che proprio in questa occasione diventa una pioniere nella programmazioni dei grandi calcolatori elettronici – giunta alla fama internazionale con “The Help”; Janelle Monáe – Mary Jackson, prima donna afroamericana a laurearsi in ingegnaria – fin qui nota soprattutto per la sua carriera di cantante r’n’b’.
Interpretazioni intense, ma non senza una componente d’ironia e con una dose ‘quanto basta’ di sentimento.
Mahershala Ali (fresco vincitore dell’Oscar come miglior attore non protagonista in “Moonlight”), Kevin Costner e Kirsten Dunst completano egregiamente un cast in cui forse la presenza più peculiare è quella di Jim Parsons, già uno dei ‘cervelloni’ della popolarissima serie “The Big Bang Theory” che supera in maniera discreta la prima prova ‘importante’ sul grande schermo.
La colonna sonora è firmata da Hans Zimmer e vanta il contributo del Re Mida del pop mondiale Pharrell Williams, che ha anche fatto parte del team produttivo del film.

“Il diritto di contare” è nelle sale da ormai un bel po’ – circa tre settimane – quindi ho l’impressione che sia destinato a uscire nel giro di qualche giorno dalla programmazione; è comunque un film che merita un recupero, magari con l’uscita in DVD tra qualche mese.

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L’INCREDIBILE VOLO DELL’ICARO AL CONTRARIO

Sono rimasto affascinato, ieri, seguendo i preparativi per il ‘lancio’ di Dominique Baumgartner: un’interminabile ascesa fino all’inimmaginabile quota di 39.000 e poi il volo, giù, durato appena otto minuti. Otto minuti per percorrere, a una velocità che ha superato quella del suono, una distanza pari a varie volte l’altezza dell’Everest: pensate, 39.000 metri: c’è quasi da non credere perfino che sulla nostra testa abbiamo tanto spazio. Preparazione, esperienza, sangue freddo e quel tanto di incoscienza che in fondo spinge il genere umano a guardarsi attorno, superare i propri limiti, arrivare dove mai nessuno è giunto prima. Un’impresa forse troppo frettolosamente archiviata nel novero delle imprese ‘estreme’, eppure un’impresa che forse avrà bisogno di parecchio tempo per venire superata. Per svariati millenni, il sogno dell’uomo è stato quello di salire sul nel cielo; poi, in un battito di ciglia, siamo passati direttamente dai primi aerei allo sbarco sulla Luna. L’impresa ora diventa il contrario: andare su, su, su e poi gettarsi giù, giù, giù, a capofitto. Credo se ne sia parlato troppo poco e troppo superficialmente: è un’impresa che resterà: il ‘tuffo’ più lungo della storia, fatto da un ‘Icaro al contrario’ che, invece di salire su verso il sole, aveva come obbiettivo quello di raggiungere più in fretta possibile la ‘madre’ terra.

WARREN ELLIS – COLLEEN DORAN: ORBITER

In un futuro prossimo ma indefinito, l’esplorazione umana del cosmo è stata messa da parte dopo un ultimo, drammatico incidente, occorso allo shuttle Venture, scomparso nel nulla mentre si trovava in orbita attorno alla Terra. L’esplorazione spaziale è stata lasciata a sonde e robot, il Kennedy Space Center, sede della struttura per il lancio degli Shuttle giace in stato di abbandono, diventato un’enorme baraccopoli che ospita un mare di diseredati.
Un giorno, improvvisamente com’era scomparsa dieci anni prima, la Venture torna a casa, seminando morte e distruzione tra le tende che coprono il centro spaziale di Orlando. Lo Shuttle è un groviglio di enigmi: apparentemente intatto dopo dieci anni passati ‘chissà dove’, rivestito (fuori e dentro), di una strana guaina organica, riporta indizi di un viaggio inconcepibile: per dirne una, su di essa vi sono tracce di sabbia marziana, quando per uno Shuttle sarebbe impossibile anche solo arrivare fino a Marte, figurarsi atterrarvi e ripartire. Chiave dei segreti, il comandante e pilota (unico superstite di un equipaggio di sette persone) privo di qualsiasi segno di una permanenza di dieci anni nello spazio, ma apparentemente molto provato su quello psicologico.
Della risoluzione dei misteri che avvolgono la vicenda del Venture vengono incaricati un’ex astronauta, un ingegnere esperto di propulsione spaziale e una psicologa che in passato si era occupata di seguire gli astronauti al loro ritorno dallo spazio…
Uscito nei primi anni 2000, “Orbiter” viene finalmente pubblicato in italia, grazie alle Edizioni RW. Per una tragica coincidenza, mentre Warren Ellis (solo omonimo del musicista australiano) vi stava lavorando, assieme alla disegnatrice Colleen Doran, nel febbraio 2003 avvenne il disastro dello Space Shuttle Columbia.
“Orbiter”, inizialmente il tributo di Ellis (tra gli autori che hanno contribuito dagli anni ’90 – 2000 in poi a svecchiare il fumetto supereroistico, proseguendo l’opera di autori come Alan Moore o Frank Miller) alla sua passione per lo spazio, si è così trasformato in un omaggio alle vittime di quell’incidente e in un atto di amore nei confronti dell’esplorazione del cosmo.
Per un’altra serie di strane coincidenze, la pubblicazione italiana di “Orbiter” avviene a pochi mesi dalle morti di Ray Bradbury, uno che a fantasticare sui viaggi su altri pianeti ci ha passato una vita e di Neil Armstrong, il primo uomo ad aver messo piede su un corpo celeste extraterrestre; nello stesso anno in cui l’uomo ha mandato un ‘fuoristrada’ a gironzolare su Marte…
Con “Orbiter”, Ellis (coadiuvato ai disegni da una Colleen Doran più che mai ispirata, capace di giostrare tra l’essenziale e il particolareggiato a seconda dei casi) ci dice che potremo mandare in giro qualsivoglia veicolo, sonda o satellite, ma la realtà è che nello spazio ci dovremo andare noi, e su Marte prima o poi dovremo metterci piede, altrimenti negheremmo la nostra stessa natura, quella che centinaia di migliaia di anni fa ci ha spinto ad abbandonare l’Africa per andare a vedere cosa ci fosse fuori, e che ci ha portato solo pochi decenni fa ad atterrare su quella stessa Luna che fin dalla notte dei tempi ha illuminato le nostre notti: non possiamo certo accontentarci di fare su e giù con la stazione spaziale che diciamocelo, è appena fuori l’uscio di casa.
Un messaggio che se già aveva valore quasi dieci anni fa, all’uscita dell’originale, come un’esortazione a non arrendersi davanti alle tragedie che la scoperta del mondo che ci circonda inevitabilmente comporterà; un messaggio ancora più valido oggi, quando il progresso tecnologico sembra avere indotto una certa qual indolenza, nella sicurezza di poter guardarsi le riprese di Marte a milioni di chilometri di distanza, comodamente seduti davanti a uno schermo.
Una lettura intensa e appassionante, tra le migliori uscite dell’anno in fatto di ‘narrativa disegnata’.

R.I.P. NEIL ARMSTRONG (1932 – 2012)

Quando l’ho saputo, mi è dispiaciuto, sinceramente. Purtroppo la mia generazione non è più riuscita a vedere l’uomo passeggiare sul suolo di un altro pianeta: le previsioni ottimistiche, che volevano l’uomo passeggiare su Marte entro il 2000, per tante ragioni, non si sono avverate. Soprattutto, credo, perché gli U.S.A. dal Vietnam in poi hanno preferito spendere soldi per andare alla guerra in giro per il globo, più che per alimentare il programma spaziale. Peccato. Così, se n’è andato il primo uomo che sia mai sbarcato su un corpo celeste extraterrestre… e resta un pò l’amaro in bocca, proprio perché lo sbarco sulla Luna, avvenuto a fine anni ’60 e poi, mi pare proseguito per qualche anno fino all’inizio dei ’70, non si è più ripetuto: verrebbe quasi da pensare che, pur con tutta la tecnologia, i computer, Internet, i cellulari, il mondo di oggi sia peggiore di quello di 43 anni fa, quando almeno ci fu una ‘spinta’ che portò l’uomo su un altro oggetto spaziale. Ray Bradbury, l’autore di “Cronache Marziane” è morto senza vedere l’uomo scendere su Marte: si  è dovuto accontentare di un paio di ‘macchinine’, seguite proprio in questi giorni da un ‘macchinone’ più grosso. La tecnologia ci ha consentito di osservare una bella fetta (anche se pur sempre infinitesimale) di cosmo, sempre più spesso però maneggiando oggetti standosene protetti al sicuro della nostra cara, vecchia, atmosfera. Il massimo che abbiamo raggiunto è stato costruire un mezzo accampamento prefabbricato nello spazio, la Stazione Spaziale, mandandoci della gente a soggiornare in condizioni peraltro molto disagevoli, per qualche mese; non siamo manco più tornati sulla Luna, per dire (questo mancato ritorno peraltro non fa che avvalorare le ipotesi di chi dice che sulla Luna non ci siamo mai stati). Di esplorare altri pianeti, manco a parlarne: è come se Colombo fosse riuscito a progettare dei satelliti capendo così com’è fatta la Terra, accorgendosi che c’erano pure le Americhe e l’Australia. Il progresso scientifico ci ha dato modo di conoscere molte più cose sul cosmo che ci circonda con molti meno rischi (i vari incidenti che hanno visto coinvolte le navicelle spaziali con la perdita di vite umane hanno contribuito all’idea che l’esplorazione dello spazio circostante è forse meglio affidarla a macchine telecomandate); tuttavia non si può non considerare come tutto questo vada contro l’indole dell’uomo: fin da quando centinaia di migliaia di anni fa in Africa abbiamo cominciato la nostra ‘storia’, non ci siamo mai fermati: abbiamo girato in lungo e in largo il pianeta (e certi anfratti delle profondità sottomarine ancora mancano all’appello), non ci siamo accontentati e siamo saliti fin lassù, sbarcando sul quel disco d’argento che fin dai tempi più remoti rischiara le nostre notti. Poi, ci siamo fermati. Certo, meno di 50 anni sono un attimo nella storia del genere umano e  sono convinto che prima o poi riprenderemo, è nel nostro DNA  e nella nostra ragion d’essere; tuttavia, un pò egoisticamente, mi auguro che questo succeda presto, che la pausa sia breve e permetta anche alla mia generazione di tornare a vedere un sbarco, sia pure il ritorno sulla Luna, anche se si tratterebbe di una replica…