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CALAVERA, “FUNERALI ALLE HAWAII” (LIBELLULA DISCHI / AUDIOGLOBE)

Quello di Valerio Vittoria è un nome che non risulterà probabilmente nuovo ai più assidui frequentatori della scena musicale ‘indipendente’ siciliana: il chitarrista, classe ’82, può infatti vantare nel suo curriculum la ‘militanza’ nei Matilda May e nei Froben, oltre alle collaborazioni con Colapesce e Alessandro Fiori.

Calavera è il invece il nome scelto per la sua prima esperienza solista, della quale “Funerali alle Hawaii” costituisce l’esordio discografico. Proprio un evento luttuoso, come la dipartita della propria madre, costituisce il fulcro, il punto di partenza su cui si fondano questi nove brani includendo i brevi intro e finale, il cui filo conduttore sembra essere quello di una certa instabilità, di mancanza di sicurezze: come se appunto il venir meno di un punto fermo come la presenza materna portasse l’autore a fare i conti con tutte le proprie insicurezze, le ansie, anche le incertezze dei rapporti sentimentali all’apparenza più consolidati.

Un’esperienza personale, certo, ma che accomunando l’autore alla stragrande maggioranza dei potenziali ascoltatori del disco, diventa presto universale… e non è probabilmente un caso se incipit e finale del lavoro sono dedicati proprio a quelle ‘cose non risolte’ con le quali, specie in occasioni di certi eventi definitivi e traumatici, volenti o nolenti si finisce per fare i conti.

Il cantante e chitarrista svolge queste tematiche attraverso una formula cantautorale che, pur ancorata ai tempi attuali (per certi tratti interpretativi e le grana vocale, può forse venire in mente Zampagliene dei Tiromancino), appare guardare indietro, ma non troppo: in più di un’occasione, soprattutto agli anni ’80, per i suoni, caratterizzati in qualche occasione da striature new wave, ma anche per le parole: la presenza nel lotto della riproposta di “Le case d’Inverno” di Luca Carboni, mostra come Vittoria / Calavera, per  motivi squisitamente anagrafici, si senta naturalmente più vicino a certi autori (spesso tra l’altro un po’ snobbati) dell’epoca ‘del riflusso’, più che alla precedente più consolidata tradizione cantautorale italiana.

“Funerali alle Hawaii” appare un lavoro profondamente autobiografico, la risposta a certe ‘necessità esistenziali’ che divengono evidenti solo in determinati frangenti; ma al di là di questo, il lavoro l’esordio promettente di un autore in possesso delle potenzialità necessarie a proseguire il percorso.

FILIPPO DR. PANICO, “TU SEI PAZZA” (FRIVOLA RECORDS)

Filippo Dr. Panico L’attitudine priva di filtri, un filo sgangherata, spesso e volentieri dissonante del punk che incontra le canzoni italiane da radio commerciale.

Filippo Dr. Panico nasce in Basilicata, respira musica fin da bambino (il padre organizzava concerti di musica classica e colleziona strumenti), durante la prima giovinezza si butta sul punk, si trasferisce a Roma dove nel corso delle ore passate a lavorare in una pizzeria d’asporto, assume – più o meno volontariamente – corpose dosi delle classiche hit radiofoniche italiane.

Un primo disco, “So’ ragazzi”, registrato praticamente solo in casa e ora – a tre anni circa di distanza – il secondo lavoro, registrato per lo più in presa diretta presso lo studio Hombre Lobo, all’interno del celeberrimo centro sociale capitolino Brancaleone.

Dieci brani che, appunto, finiscono per essere una sorta di versione punk della radiofonia tricolore: canzoni d’amore – tra fughe e ritorni, complicazioni, insicurezze, incomprensioni e traversie assortite – all’insegna di emozioni che, alla compostezza tipica di certi cantanti, preferiscono lo sbraitare dietro al microfono; sentimenti filtrati attraverso uno sguardo ironico, sardonico, spesso corrosivo. La proverbiale accuratezza degli arrangiamenti sostituita dallo sferragliare delle chitarre, arricchite talvolta dall’uso dei fiati; ritmi sostenuti ma non troppo, talvolta in levare, un incedere zoppicante, una veste sonora un filo trasandata, che però alla fine – proprio come nella migliore tradizione tricolore – non perde mai di vista il lato melodico della faccenda. Disinvoltura vagamente alcolica, incurante delle conseguenze.

L’esito è un disco strano, vagamente disorientante: Filippo Dr.Panico scherza ma non troppo, prendendo continuamente di mira la ‘tradizione’: da Massimo Ranieri a Luca Carboni, da Venditti a Cocciante, in quello che alla fine si trasforma in un omaggio (volontario?) a quella canzone che, pur non avendo ricevuto il bollino di ‘d’autore’, ha finito in fondo per far parte a pieno titolo del patrimonio sonoro nostrano.

In una terra parallela, insomma, le canzoni di Filippo Dr. Panico entrerebbero di diritto nelle heavy rotation di quelle radio che fanno da sottofondo alla spesa, ai trasferimenti in auto, alle faccende di casa… se solo in Italia non ci fosse questa fissazione per la forma e gli arrangiamenti fin troppo leccati; per chi ha un palato meno ‘plastificato’, le canzoni di Filippo Dr. Panico costituiscono un’efficace alternativa di accompagnamento quotidiano.

DUE O TRE COSE SUL VENETO INDIPENDENTE

Al di là di certe trovate puramente folkloristiche, cui l’interesse della magistratura rischia di dare solo un ulteriore non necessario risalto, credo sia il caso che il problema venga affrontato.

L’indipendentismo non è cosa di oggi, in varie forme è un’idelogia che perdura da anni, non solo in Veneto… credo tra l’altro che si abbia ben presente come tutto questo nasca dalla mancanza di una vera e propria identità nazionale: in fondo siamo una ‘nazione’ da nemmeno 200 anni… nulla di paragonabile a un ‘localismo’ che trae le sue radici dalla caduta dell’Impero Romano, che ha trovato la sua massima espressione nei Comuni e che è stato poi alimentato da secoli di dominazioni straniere diversificate sul territorio.

Non siamo italiani e non ci ‘sentiamo’ tali (come cantava Gaber), non per cattiveria o malanimo, ma perché siamo e ‘ci sentiamo’ innanzitutto romani, napoletani, milanesi, lombardi, veneti (e magari all’interno dello stesso Veneto, guai a confondere vicentini, veronesi, padovani) , come cantava Carboni. In questo alla fine, non c’è nulla di male… è l’Italia come Nazione unitaria ad essere stata ‘costruita’ male e questo lo dico senza alcun sentimento anti-nazionale, ci mancherebbe.

In Veneto, dunque, c’è una discreta fetta di popolazione che vorrebbe andare per conto suo, ‘fare da se’, separarsi dall’Italia dei meridionali mafiosi e dei romani che non hanno voglia di fare niente… poco importa che in Veneto ci sia stata, per dire, la ‘mafia del Brenta’, o che il tanto osannato mito del ‘nordest operoso’ negli ultimi vent’anni si sia fondato soprattutto sulla manodopera immigrata sottopagata e spesso illegale, con conseguente evasione delle tasse… evitiamo però, che sennò magari parte l’accusa di qualunquismo…

Io dico: risolviamola una volta per tutte; giochiamo a carte scoperte, convochiamo un bel referendum nazionale per capire non solo se i veneti vogliono davvero andarsene, ma se il resto degli italiani vuole ancora averci a che fare;
se il risultato dice che il Veneto resta italiano, amen: per almeno cinquant’anni, basta con ‘sta buffonata dell’indipendentismo;
se si decide che il Veneto non è più italiano, benissimo: il giorno dopo il referendum, si tagliano le forniture di acqua, elettricità e gas che dal resto d’Italia giungono in Veneto;
si chiudono strade e autostrade, si impedisce che dal Veneto partano aerei verso l’Italia e viceversa;
si blocca il traffico di merci e persone: nessuno entra, nessuno esce;
si mette l’esercito a presidiare le arterie di collegamento, impedendo che qualcuno trasgredisca.

A quel punto, voglio vedere come se la caverebbe, il ‘grande ed operoso nordest’: probabilmente chiederebbe l’annessione all’Austria o forse no… magari si troverebbero costretti a decidere se continuare con l’indipendentismo o morire di fame, ma che ci volete fare, bisogna accettare le conseguenze di ogni decisione…

Sarebbe un buon banco di prova: servirebbe a capire una volta per tutte se ‘stare insieme’ offra un reale valore aggiunto o se davvero sia meglio andarsene ognuno per cavoli propri… Perché, cari veneti, la verità è che per ogni motivo che voi adducete per il vostro ‘stare male in Italia’, noi non veneti ne potremmo trovare altrettanti per il fatto di non volere avere niente a che fare con voi… in ognuno c’è del buono e del marcio, nessuno può dirsi ‘migliore’ di qualcun altro; siamo diversi e non c’è nulla di male a sottolinearlo, ma ritenere di poter sempre e comunque ‘fare da soli’, mi pare un attimino presuntuoso…