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GODBLESSCOMPUTERS, “PLUSH AND SAFE” (LA TEMPESTA INTERNATIONAL / FRESH YO! LABEL)

Si parte da Basquiat: “Plush and Safe”, ovvero: il senso di sicurezza che deriva dalla raggiunta tranquillità economica, quando non dalla ricchezza e dal lusso; sicurezza che l’artista newyorkese inquadrava come ‘nemica’ della creatività, stimolata invece quando si è costantemente sulle spine, privi di certezze…. Godblesscomputers, al secolo Lorenzo Nada, ha ripreso il concetto applicandolo a sé stesso: in questo caso, “Plush and Safe” si traduce soprattutto nell’ossessione per il controllo assoluto, naturalmente una chimera: ecco allora che per il successore di “Veleno” (disco della ‘svolta’, accolto con ampi consensi di critica e pubblico), Godblesscomputers ha scelto di cambiare, in parte, le carte in tavola, lasciandosi magari più andare…

“Plush and Safe” è anche il primo vero disco sulla lunga distanza dell’autore: dodici tracce nelle quali Godbless Computers, pur rimanendo fedele al proprio stile (fondato su un’elettronica con più di un rimando agli anni ’90 e ‘00), e riproponendo composizioni dilatate e rarefatte da un lato, dall’altro episodi maggiormente ritmati, quasi con un’attitudine da dancefloor, finisce per cimentarsi anche con la forma – canzone (sviluppando in un certo senso ciò che già appariva in controluce nel precedente lavoro).

Aiutato da pochi e fidati compagni di strada – Francesca Amati degli Amyncabe alla voce in un paio di episodi, il polistrumentista Francesco Gianpaoli dei Sacri Cuori, Gabriele Chiapparini per la parte fotografica – Godblesscomputers assembla un disco, come il precedente, fortemente suggestivo, in cui la delicatezza sonora e vocale si mescola con rumori d’ambiente, ad evocare spesso e volentieri scenari cinematografici, paesaggi notturni (‘Leap in the Dark’) o autunnali (‘Clouds’). E’ lo stesso Nada a definire il ‘mood’ del disco, riprendendo una citazione di Emil Cioran: la nostalgia di qualcosa di indefinibile, un desiderio inappagato, un vuoto (‘Abisso’) destinato ad essere riempito, talvolta, proprio dalla musica, quando questa apre la vista su squarci di altri mondi.

GODBLESSCOMPUTERS, “VELENO” (FRESH YO! LABEL / WHITE FOREST)

Godblesscomputers, alias Lorenzo Nada: italiano di stanza a Bologna, e trapiantato a Berlino, dove ha avviato la propria carriera artistica, che nel 2012 ha cominciato a dare i primi frutti discografici; tra le sue influenze, Nada cita i ‘classici’ del genere: le produzioni di Warp o Ninja Tune, la musica nera, tra funk, soul e jazz, l’hip hop.

“Veleno”, dunque: velenoso è, in questo caso, il territorio immaginario in cui l’autore si muove, alla ricerca di una sorta di purificazione dai ‘miasmi’ della vita quotidiana.

Uno spunto ideale che trova forma sonora in sette composizioni, in cui predominano climi rarefatti, atmosfere calme e rarefatte, con una vaga indolenza da foresta pluviale… ritmi compassati, con qualche accenno jungle, i campionamentii vocali femminili e molto ‘black’ a dare quel tanto di fascino, di vago ammiccamento; all’opposto, suggestioni orientali, suoni e voci di strada provenienti dall’India e dalla Mongolia, conferiscono al lavoro una sorta di afflato spirituale, la meta conclusiva del viaggio disegnato nel disco.

Un lavoro in cui dominano toni soffusi, luci in penombra pronte a fare spazio a improvvisi lampi di sole, come appunto succede nelle foreste, con un sapore vagamente retrò (vengono in mente certe sonorità che nell’Inghilterra degli anni ’90 aprirono nuove strade all’elettronica), con qualche spunto più ‘complicato’, vaghi accenni a più recenti sperimentazioni.

Spesso ipnotico, a tratti sfuggente, “Veleno” è comunque un lavoro che cerca di coinvolgere l’ascoltatore, con pezzi cercano sempre un buona conciliazione tra un ascolto agevole e la fedeltà ad uno stile che non scade mai nello sfacciato ammiccamento.

 

SIN/COS: PARALLELOGRAMS (ANEMIC DRACULA / SANGUE DISKEN)

Di Maolo Torreggiani si può dire tutto, eccetto che sia privo di fantasia e voglia di affrontare nuove sfide: alcuni lo ricorderanno, qualche anno fa, protagonista del progetto My Awesome Mixtape, che aveva suscitato abbastanza rumore tra gli appassionati della scena ‘indipendente’ italiana… poi, pur non lasciando del tutto definitivamente il mondo dei suoni, Torreggiani sceglie altre ‘esperienze sensoriali’ e si dà alla cucina, anche con un certo successo; successivamente, lo troviamo alle prese con sonorizzazioni cinematografiche ed ora eccolo tornare con questo nuovo progetto musicale, accompagnato da Vittorio Marchetti (Altre di b, Obagevi), con la coproduzione di Lorenzo Nada.

Un diario in dodici tappe a ripercorrere vicende realmente vissute, come sottolinea lo stesso autore, factotum del progetto, occasionalmente coadiuvato da qualche ospite, espresso attraverso quella che appare la ricerca di una via ‘sofisticata’ al pop sintetico recentemente portato alla ribalta da quelle macchine da classifica che rispondono al nome di Daft Punk.

“Parallelograms” appare in gran parte giocato su una costante eleganza formale, che fa a meno di ammiccamenti, effenti roboanti, ritmi forzatamente piacioni, per abbracciare piuttosto una dimensione raccolta, intima, soffusa, in fondo la più adatta al racconto di vicende personale, in cui si sconfina in territori ambient e si spargono sui brani spezie scricchiolanti dal sapore ‘glitch’.

L’esito, all’insegna di una costante rarefazione e dilatazione appare contrastato: suggestive le atmosfere, apprezzabile il tentativo di dare alla formula usata una certa ‘compostezza’, tuttavia nel corso del disco si fa strada l’impressione di una certa monotonia, appesantita dal ricorso costante ad un cantato ‘robotico’ filtrato elettronicamente, che alla lunga finisce per stancare; col procedere dell’ascolto si fa sempre più impellente la necessità di un cambio di marcia, di clima, di ritmo, che però non arriva mai… si fanno allora gradire soprattutto quei due – tre episodi in cui ad arricchire la consistenza elettronica dei suoni giunge un violino (quello di Federico Spadoni, ex compagno di strada nei My Awesome Mixtape), o è l’eterea voce di Laura Loriga (Mimes of Wine) a rompere lo schema del ‘cantato robotico’, portando una ventata di ‘vitalita’.