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PARALIMPIADI: CONSUNTIVO FINALE

Le Paralimpiadi di Londra vanno concludendosi:  tra leultime medaglie assegnate, nessuna per l’Italia. Possiamo comunque essere soddisfatti per quanto fatto nella giornata di ieri: l’argento della staffetta di handbyke, con Zanardi, Potestà e Francesca Fenocchio, in una team ‘misto’. Altre due medaglie dal ciclismo, oro nel tandem e argento di Giorgio Farroni. Le Paralimpiadi di Londra si chiudono per l’Italia con 28 medaglie, come alle Olimpiadi per ‘normodotati’ e il tredicesimo posto nel medagliere, undicesimo per numero complessivo di medaglie. Appuntamento a Rio 2016, sperando nel frattempo di poter continuare ad assistere ad altre imprese dei nostri atleti e che l’informazione non cali il sipario per ricordarsene solo tra altri quattro anni.

BARGNA ORO, E ALTRI TRE BRONZI

BARGNA ORO E ALTRI TRE BRONZI

La spedizione azzurra alle Olimpiadi continua a mietere successi. Ieri altre quattro medaglie: l’oro di Roberto Bargna nella gara in linea di ciclismo – categgorie C1 – 3 e tre bronzi: Federico Morlacchi nei 200 misti di nuoto – SM9, per lui è il terzo bronzo; Alessio Sarri nella sciabola, Michele Pittolo, sempre nel ciclismo, ma per le categoria C4- 5.

LEGNANTE, ZANARDI, CAIRONI…

Tre ori tre, in una sola giornata: roba che manco alle Olimpiadi per i normodotati, in una giornata di ieri in cui sono arrivati anche un argento e due bronzi. Andando con ordine, ha cominciato Assunta Legnante nel getto del peso per i non vedenti,  stabilendo il record del mondo; poi è stata la volta di Zanardi, nella 16 chilometri a cronometro dell’handbike;  dulcis in fundo, altra vittoria con record mondiale per Martina Caironi, sui 100 metri, categoria T42.  Un argento e un bronzo dal ciclismo (Ivano e Luca Pizzi e Vittorio Podestà) e un ulteriore bronzo di Matteo Betti nella spada. Vittorie a raffica nelle Paralimpiadi, mentre all’altro capo del mondo Sara Errani vinceva il quarto di finale tutto italiano di Flushing Meadows battendo Roberta Vinci… Sarò polemico, ma forse se in Italia si puntasse un pò di più sullo sport, le cose andrebbero discretamente meglio… Invece qua le parole d’ordine sono crescita, produttività, spread, primarie, alleanze. L’impressione è che così non si vada molto lontano…

ANNALISA MINETTI

Non avevo mai apprezzato granché Annalisa Minetti, con tutto il rispetto per la sua malattia. Non credo poi manco sia dipeso da lei: è più la solita questione del classico insopportabile ‘pietismo’ italico che esce fuori in certe situazioni: negli anni abbiamo visto la Minetti sfiorare la vittoria a Miss Italia e conquistare quella di Sanremo. Un concorso per ‘belle statuine’ e una rassegna canora di scarsa qualità: contesti nei quali la compassione per certe situazioni finisce spesso e volentieri per avere la meglio sul dato oggettivo: poverina è quasi cieca, facciamola vincere… Se vogliamo è lo stesso filone della ipocrisia caritatevole che portò la caraibica Denny Mendez a essere la prima vincitrice afroamericana di Miss Italia (votiamola in massa, così dimostriamo di non essere razzisti… guarda caso poi l’evento non si è più ripetuto: una basta, ma non vorremo mica mettere a rischio la purezza della razza, no? Come se poi detto tra noi vincitrici alte, bionde e con gli occhi azzurri come la Colombari corrispondessero al ‘tipo italico’, vabbè, altri discorsi…).
Comunque, ribadisco, niente mi toglie dalla testa che certi successi arrisi alla Minetti, dipendessero più che dalle sue reali doti, dal pietismo italico per il ‘diverso’, incapace di andare oltre l’apparenza per valutare in maniera obbiettiva la bellezza o la qualità della canzone… Che poi detto tra noi, una bella apparenza o una bella voce, sono doni di natura, e frutto della genetica… non è che ci voglia tanto impegno.
La Minetti ha forse ‘approfittato’ di questa ‘retorica del caso umano’, apparendo più volte nei lacrimatoi televisivi del pomeriggio, ma in fondo non gliene si può manco fare una colpa, visto che alla fine le cure costano pure…
Tutto questo per dire che quando qualche giorno fa ho sentito che Annalisa Minetti avrebbe partecipato alle Paralimpiadi correndo i 1.500 metri (avendo come guida Andrea Giocondi, uno che ha vissuto l’atletica ad alti livelli), mi sono piacevolmente stupito. L’ho rivalutata, perché un conto sono i concorsi di bellezza, un conto sono le canzonette… Ma lo sport, praticato a quei livelli, è tutt’altro paio di maniche. A parte il correre, ma pensate solo a cosa voglia dire correre non vedendoci e dovendo sincronizzare alla perfezione il ritmo con chi ti corre a fianco: se avete almeno una volta provato a correre in un parco con qualche amico, vi sarete accorti che non è facile: prima o poi uno sta davanti e l’altro venti metri dietro. E ieri sera Annalisa Minetti ce l’ha fatta: si è portata a casa un bronzo, ma è stata la prima arrivata tra le cieche totali (ai primi due posti si sono piazzate due atlete ipovedenti che correvano da sole, ammesse alla gara per questioni di ‘accorpamento’ tra categorie: un’idea secondo me anche molto discutibile), stabilendo oltretutto il record mondiale della sua categoria.
E a domanda precisa, Minetti è stata onesta, l’ha detto, che  un conto è cantare, ma questo risultato è stato veramente il frutto della fatica, delle rinunce e della volontà. Ecco: la dimostrazione che lo sport può essere veramente un canale di affermazione e di autorealizzazione per chi è colpito da una disabilità. E allora, brava Annalisa e continua così: meglio, molto meglio, passare i pomeriggi sui campi d’allenamento che ai dietro ai microfoni dei piagnistei televisivi.

OSCAR DE PELLEGRIN E ALVISE DE VIDI

Oscar de Pellegrin ha vinto l’oro nel Tiro con l’Arco alle Paralimpiadi in corso a Londra: è il terzo oro vinto dalla squadra italiana, arrivato dopo i due conquistati dalla nuotatrice Cecilia Camellini. De Pellegrin vince così la sua sesta medaglia Olimpica; un caso particolare, il suo, perché nel corso della sua carriera ha cambiato disciplina: aveva cominciato infatti col Tiro a Segno. Nella stessa giornata è arrivata invece la quattordicesima medaglia olimpica per un autentico monumento dello sport italiano: Alvise De Vidi, anche lui più vicino ai 50 che ai 40 – bella dimostrazione di longevità sportiva – ha vinto l’argento sui 100 metri della sua categoria: è peraltro la prima medaglia che De Vidi conquista sui 100:  nel corso della sua incredibile carriera, l’atleta trevigiano aveva infatti precedentemente  vinto medaglie praticamente in tutte o quasi le gare di velocità, dai 200 metri alla Maratona, passando per il mezzofondo.

OSCAR DE PELLEGRIN

ALVISE DE VIDI

A VOI

 

Con una suggestiva cerimonia d’apertura, ‘guidata’ dall’astrofisico Stephen Hawking, si sono aperte ieri le Paralimpiadi.  L’edizione di Londra è già considerata il più grande successo nella storia della manifestazione, per Paesi partecipanti, 80, e riscontro di pubblico: 80.000 spettatori alla cerimonia d’apertura, biglietti quasi esauriti. Un ulteriore passo in avanti verso la ‘parità’: io spero che un giorno non ci sia più bisogno di un evento ‘separato’, organizzato a un mese dalle Olimpiadi dei ‘normodotati’, quando i riflettori si sono spenti e nell’universo mondo ormai il calcio ha proceduto alla solita ‘occupazione militare’ dei media. Speriamo un giorno di vedere tutto organizzato nello stesso periodo, gare per ‘normodotati’ alternate a quelle per i disabili, cerimonie d’apertura e di chiusura comuni. Ci vorrà del tempo, ma prima o poi credo ci si arriverà. Nel frattempo, speriamo di poter assistere bel successo dei nostri, molto ‘quotati’ in numerose discipline, forse addirittura più degli atleti privi di handycap.

RETTIFICA: ‘CALCIO E SPORT’

A precisazione e rettifica di quanto scritto nel post precedente, intitolato “CALCIO E SPORT”,  pubblicato nella giornata di ieri, 12 agosto 2012, in merito a quanto detto riguardo al sig. Italo Cucci, pubblico la risposta dello stesso a commento del post in questione:

“Spesso chi scrive non sa leggere n’è ascoltare. Ho difeso – nei limiti del possibile – più Schwazer di Conte. Per la verità”

Questo per evitare malintesi e fraintendimenti : non so bene come funzionino queste cose su WordPress, tuttavia onestà vuole che si dia adeguato spazio al diritto di replica.

GRAZIE

Ad Agnese Allegrini (Badminton), Mihai Bobocica e Wenling Tan – Monfardini (Tennistavolo) e a tutti i ragazzi e le ragazze  solo brevemente comparsi alle Olimpiadi di Londra, rappresentando l’Italia che, tanto lontana dai riflettori, resta sconosciuta ai più, non riuscendo a godere nemmeno della breve e fulgida ribalta offerta da una medaglia olimpica.

A tutti gli atleti che sono scesi nelle strade e nei palazzetti, nelle piscine, sulle piste e sulle pedane a rappresentarci, e che magari sono partiti da Londra prima del previsto, delusi per una prestazione non all’altezza delle aspettative.

A Vanessa Ferrari, Tania Cagnotto, le ragazze della Ritmica,  Roberto Cammarelle e Alberto Busnari, vittime delle logiche, spesso incomprensibili, delle giurie.

Alle squadre nazionali maschili di Pallavolo e Pallanuoto che ci hanno provato, ma che si sono trovate di fronte delle squadre più forti.

Ai maratoneti, ai triathleti e a tutti quelli che, pur rimanendo lontani dal podio, hanno comunque raggiunto dei buoni risultati, per loro e per noi.

A tutti quelli che ci hanno regalato la gioia di una medaglia.

A Luca Tesconi, che nel primo giorno di Olimpiadi ha subito tolto il numero ‘0’ dal medagliere.

A Mauro Nespoli, Marco Galiazzo, Michele Frangilli, che vincendo il primo oro mi hanno permesso subito di mettere il tricolore in terrazzo.

A Elisa Di Francisca, Arianna Errigo e Valentina Vezzali che ci hanno dato il brivido di vedere tre tricolori italiani issati nello stesso momento in una gara olimpica.

A Niccolò Campriani, che dopo un argento è andato in tv con tutta la serenità di questo mondo, dicendo: quello che ha vinto era più forte; allo stesso Niccolò, che qualche giorno dopo ha dimostrato di essere lui, il più forte.

A Jessica Rossi, che mi ha fatto vivere una delle emozioni più intense di queste Olimpiadi, con una vittoria epica e un record da delirio.

A Daniele Molmenti, che è venuto giù come un fulmine tra le rapide di quel torrente in piena, facendomi chiedere: ma come cavolo fa?

A Carlo Molfetta, che ci ha regalato l’ultimo oro di queste Olimpiadi e che assieme a Mauro Sarmiento ci ha mostrato come l’espressione ‘prendere la gente’ a calci in faccia possa essere il sinonimo di qualcosa di sportivo e positivo e non solo del disprezzo per il prossimo cui troppo spesso ci troviamo di fronte in Italia.

A Josefa Idem, che ci ha mostrato come avendo per rispetto per il proprio fisico a 48 anni si possano ancora raggiungere risultati eccezionali.

Alle ragazze della ritmica, che mi hanno tenuto col fiato sospeso (io col fiato sospeso per la ritmica, da non credere…).

A Marta Menegatti,  Greta Cicolari, Paolo Nicolai e Daniele Lupo, che ci hanno fatto scoprire che tutte le spiagge che abbiamo in Italia non servono solo  a starsene sbracati al sole.

A Martina Grimaldi che, almeno lei, ha dimostrato che gli italiani sanno ancora nuotare.

A Fabrizio Donato che, almeno lui, ha mostrato che gli italiani in fatto di atletica leggera sanno ancora combinare qualcosa.

A Marco Aurelio Fontana, che ha vinto una medaglia anche senza sellino.

Ai radiocronisti di RadioUno, che ci hanno fatto vivere l’Olimpiade con quell’intensità della quale la tv pubblica non è stata capace.

A tutti voi, che ci avete rappresentato e ci avete resi orgogliosi, per aver vinto o semplicemente per essere riusciti ad arrivare a Londra, una promessa: cercheremo di continuare a seguirvi, nei trafiletti di un giornale o tra le pieghe della programmazione televisiva, sperando di rivedervi tra quattro anni, a Rio De Janeiro.

CONSUNTIVO AZZURRO

Olimpiadi finite (o quasi, al momento manca, credo, il Pentathlon moderno femminile) e facciamo qualche bilancio. Cominciamo dalle note positive:  l’Italia porta a casa 28 medaglie, una in più rispetto a Pechino, interrompendo un trend in calo che durava da Sidney 2000; nel medagliere siamo confermiamo il nono posto di quattro anni fa per numero complessivo di podii,  scaliamo una posizione, dalla nona all’ottava, per ‘qualità’ delle medaglie (ovvero considerando prima le medaglie d’oro, poi quelle d’argento e infine quelle di bronzo). Rispetto a quattro anni fa, all’appello mancano la Vela e il Nuoto (almeno quello in piscina), sebbene siano tornati la Ginnastica e il Ciclismo (c’è da ricordare che a Pechino Rebellin vinse l’argento nella corsa in linea, poi ritiratogli per doping);  per la prima volta da anni (Atlanta ’96, credo), l’atletica in pista fa meglio del nuoto in vasca; per la prima volta da sempre, nel settore delle arti marziali il Taekwondo fa meglio del Judo; l’arte marziale di origine coreana è lo sport che ha dato il miglior rendimento: due atleti in gara, due medaglie. L’Italia vince medaglie tirando di scherma e con l’arco, sparando a bersagli fissi e in movimento, combattendo nelle arti marziali e nel pugilato, pagaiando in un lago o nelle rapide di un fiume, giocando a pallanuoto e pallavolo, pedalando su terreni tortuosi e nuotando in acque aperte, saltando tre volte da una pedana, issandosi su degli anelli ed esibendosi in acrobazie ginniche con sottofondo musicale.  Preoccupante il fatto che in totale in nuoto e atletica, le due discipline – guida dello sport globale, rimediamo complessivamente solo il bronzo di Donato nel triplo. Sentivo per radio un altro dato: il 60 per cento circa dei vincitori italiani di medaglie è over 25, come a dire che è già ora nel pieno della maturità agonistica; sembra manchino le ‘forze fresche’ ,  trainate dalla fantastica Jessica Rossi.  Questo per quanto riguarda le statistiche: per conto mio, credo ci sia da essere soddisfatti: rispettiamo l’obbiettivo minimo di restare tra le prime dieci potenze sportive a livello mondiale, in un contesto che si fa sempre più competitivo; io mi sarei accontentato di una ventina di medaglie, va bene così. Resta però l’impressione che il movimento sportivo italiano continui ad essere caratterizzato da tanta buona volontà dei singoli, ma dalla mancanza di una strategia d’insieme: la sensazione – e qui mi riconnetto al post precedente – è che in Italia ci sia un calcio di livello sempre più infimo che monopolizza l’attenzione e poi vengano gli sport ‘seri’ che si barcamenano alla meglio per ottenere risultati. L’impressione di fondo è che in Italia lo sport, come tante altre cose, non sia considerato un ‘asset strategico’: altrove non è così; nel corso degli ultimi vent’anni, abbiamo assistito alla nascita di autentici ‘fenomeni’ sportivi, come l’Australia, la Corea del Sud, il Giappone: quest’ultimo, pensateci, tanto simile a noi, un paese anagraficamente ‘vecchio’, ma che alle Olimpiadi ha preso 10 medaglie più di noi. Scorrendo il medagliere, ci accorgiamo della crescita dell’Ungheria, dell’Olanda, del Canada, perfino della Nuova Zelanda e del Kazakhstan. La Francia e la Germania sono sempre costantemente sopra di noi: cos’è, genetica? Mangiano meglio? No, è che c’è più cultura: basta pensare come quei Paesi vincano medaglie in sport come la pallamano o l’hockey su prato,  qui da noi ignorati.  Passa il tempo,  i problemi restano gli stessi. Primo:  i genitori che vogliano avviare allo sport i loro figli non hanno guide, la scuola non fa nulla: l’ora di educazione fisica potrebbe essere utilmente usata per comprendere la predisposizione di ognuno. Invece, nulla e il risultato è che magari tanti genitori si illudono sulle doti calcistiche dei loro figli, buttando tempo e soldi. In Italia, sono convinto, abbiamo un esercito di calciatori falliti che sarebbero potuti essere medagliati olimpici.  Secondo: mancano gli impianti: Daniele Molmenti, oro nella canoa – slalom, si deve allenare rischiando l’osso del collo sui torrenti di montagna perché in Italia non esiste un impianto artificiale; altro caso: la madre di Jessica Rossi per anni si è dovuta sobbarcare interminabili viaggi in macchina per accompagnare la figlia agli allenamenti. Per finire c’è la questione del ‘sistema’: ora, io credo che le forze armate, prendendo gli atleti nei loro ranghi e consentendogli di allenarsi e vivere esistenze relativamente tranquille, fanno opera meritoria; credo però che questo sia un sistema superato, che ci debbano essere maggiori incentivi agli investimenti dei privati. Serve insomma una strategia complessiva, anche culturale, che porti lo sport ad avere una ben diversa valutazione da quella attuale: nei prossimi mesi avremo il classico ‘boom’ delle attività sportive che segue ogni Olimpiade; poi dopo qualche mese, complice l’arrivo a valanga del calcio a ottenebrare le coscienze, tutto sfumerà, anche perché poi lo sport è anche e soprattutto costanza  e fatica. Credo sia necessario capire che lo sport deve essere un asset strategico per lo Stato (se non altro, anche solo  perché fare sport consente di essere in salute e quindi di pesare meno sulla sanità nazionale); altrimenti, certo, si potrà anche continuare così, lasciando tutto alla buona volontà delle famiglie (che coi tempi che corrono, di soldi per far fare sport ai loro figli ne hanno sempre meno) o al ‘caso’, come quando ragazzini mandati a nuotare perché troppo gracili diventano campioni. Anche questo è un modo di guardare allo sport, ma non aspettiamoci che in questo modo si riempia il gap che ci separa da Francia, Germania, Gran Bretagna, Giappone e Corea del Sud. Anzi; aspettiamoci di venire presto superati da altri Paesi, nei quali allo sport è dato più risalto rispetto a quanto avvenga da noi.

SCHWAZER

Ho appreso la notizia poco fa: la prima reazione è di tristezza; non di rabbia: semplicemente tristezza… e mi viene da pensare che questo faceva pure la pubblicità alle merendine per i ragazzini. La sua prima dichiarazione è stata: HO SBAGLIATO. Ecco, è questo invece  mi dà fastidio: questi non sono ‘sbagli’: si sbaglia nel  mandare un sms alla persona sbagliata, a restare chiusi fuori di casa, o a calciare un pallone fuori a porta vuota. Il doping non è un errore: è un rompere le regole voluto e calcolato, di cui si conoscono perfettamente tutte le conseguenze… Quindi per favore smettiamo di dire che chi si dopa ‘sbaglia’, perché di certo NON CI SI DOPA PER SBAGLIO.