Posts Tagged ‘Little Tony’

ELLA, “DENTRO” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA DISCHI)

Un disco senza filtri: mettersi completamente in gioco, rivelare sé stessa, dare voce a emozioni forse a lungo taciute come forse non si è potuto o voluto fare con le sole parole. L’esordio sulla lunga distanza di Ella, all’anagrafe Eleonora Cappellutti, torinese, alcune esperienze pregresse e un EP alle spalle, è un disco di una ‘nudità’ disarmante, intesa come privazione di scudi, difese, il dare voce a ciò che si ha ‘dentro’, appunto, senza remore.

Dieci tracce che nascono cicatrici lasciate da vicende sentimentali sofferte: la nostalgia, le recriminazioni, i sogni di un finale diverso, la tenerezza. C’è, ad esempio, verso di ‘Grattacielo’ che cita: “Io non volevo a fare a meno di farmidelmale / Io non potevo fare a meno di farti del male”: il nocciolo di una relazione complicata e per certi versi (auto)distruttiva.

Suoni liquidi, l’elettronica che prende gran parte dello spazio, l’elettricità che si fa sentire quasi con discrezione, il pianoforte a farsi spesso largo, con decisione, qua e là si avverte più di un’ascendenza trip-hop; parentesi da elettropop anni ’80; si segnala una cover, dai riflessi onirico – industriali, di Cuore Matto di Little Tony, scelta come singolo a apripista… anche se forse sarebbe stato più meritevole uno dei brani originali, a cominciare proprio da ‘Grattacielo’.

In tutti i casi, “Dentro” resta: col suo carico di emozioni e sensazioni, talmente legate a un vissuto ‘personale’, che alla fine si ha quasi pudore a parlarne troppo, preferendo invitare all’ascolto e nulla più.

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DELUDED BY LESBIANS, “FOTOROMANZI” (NEW MODEL LABEL)

Considerazione numero uno: non importa quando una band italiana possa essere definirsi ‘indie’, alternativa, lontana anni luce dalle melodie del ‘bel canto’ tricolore: la tradizione è un fatto e, volenti o nolenti, prima o poi bisogna farci i conti.

Considerazione numero due: le cover di per sé sono sempre rischiose; la cover è fondamentalmente un omaggio, è il ‘primo passo’ :la quasi totalità di coloro che imbracciano un qualsiasi strumento musicale comincia col suonare pezzi di altri, ma quando una band ha avviato il proprio percorso, impegnarsi nel reinterpretare è il più delle volte un azzardo, perché il più delle volte, la copia – specie se ‘conforme’ e totalmente ricalcata sull’originale, al suo cospetto impallidisce…

Diverso il discorso quando la cover l’originale lo sconvolge, dandogli una nuova personalità…

E’ il caso (e ci siamo arrivati, finalmente), del terzo lavoro dei milanesi Deluded By Lesbians, che dopo essersi imposti all’attenzione del pubblico grazie a un nome indubbiamente originale e aver dato alle stampe due dischi sulla lunga distanza (il più recente, “Heavy Medal”, si caratterizzava per essere un disco doppio, in cui gli stessi brani venivano interpretati in italiano e poi in inglese), decide di dedicarsi a questo, divertissement, col quale si tolgono di dosso l’impiccio di dover confrontarsi col ‘canzoniere’ italiano degli ultimi ottant’anni, o giù di lì.

“Fotoromanzi”: titolo ‘vintage’ che evoca le storie d’amore travagliata dei ‘giornaletti’ che nel secolo scorso hanno costituito per decenni un filone di successo della narrativa popolare: titolo scelto non a caso, perché qui di canzoni d’amore si tratta, e non poteva essere altrimenti, in un lavoro dedicato ai successi della storia della canzone italiana: attenzione, nonostante alcuni ‘grossi calibri’, qui non parliamo della tradizione cantautorale, dei ‘pesi massimi’ etc… qui parliamo dei ‘grandi successi’, di brani e autori che puntualmente troviamo nelle compilation vendute nelle ‘ceste’ degli autogrill…

Canzoni coverizzate alla maniera dei Deluded By Lesbians, facendo ricorso a punk rock (con qualche accenno hardcore), indie, una punta di stoner, una spolverata di metal.

L’apertura del disco non poteva che essere affidata a Fotoromanza di Gianna Nannini; seguono, in ordine sparso, Cuore Matto di Little Tony, Vacanze Romane dei Matia Bazar e la più recente Se tu non torni di Bosè; si risale fino agli anni ’30 con Parlami d’Amore Mariù; immancabile l’inno nazionale Nel blu dipinto di blu; parentesi ‘autoriale’ con Il cielo in una stanza; non poteva mancare un episodio jovanottiano con Serenata rap (che in versione pompata risulta assai più gradevole dell’originale)… ma il vero pezzo – simbolo, quello che in una compilation del genere non poteva mancare, è l’imprescindibile Felicità di Al Bano e Romina.

Accompagnato da un booklet in cui i tre componenti della band inscenano un vero e proprio fotoromanzo – la storia di un matrimonio contrastato, “Fotoromanzi” ha almeno due meriti: il primo è quello di dare anche agli ascoltatori più ortodossi il pretesto di ascoltare certi brani e certi autori senza troppi sensi di colpa… anche se questo vuol dopo anni passati a scansare le hit da classifica, ritrovarsi a scapocciare con Serenata rap o Miguel Bosè; il secondo, è mettere in luce una questione, tanto banale quanto poco evidenziata: questi brani possono non piacere, lasciare indifferenti o (molto più spesso, per quanto mi riguarda) far venire l’orticaria, ma se poi trasfigurati in versione punk rock finiscono per funzionare in certi casi perfino meglio, allora vuol dire che forse, in fondo, tolti gli arrangiamenti edulcorati e lasciate da parte le facili emozioni, questi pezzi continuano a possedere un certo valore intrinseco…

 

 

R.I.P. LITTLE TONY (1941 – 2013)

Non voglio trovare per forza dei punti di contatto, ma mi viene da osservare come ancora una volta, dopo Jannacci e Califano, con Little Tony se ne vada un rappresentante della musica italiana ‘sui generis’. Little Tony, diciamocela tutta, è stato un cantante ‘generazionale’, per intenderci della generazione dei miei genitori; la mia – quella dei nati dopo dagli ’70 in poi – all’inizio  l’ha conosciuto probabilmente per la sigla di “Love Boat” (Maaaare, profumo di maaaare) e ha assistito alle sue esibizioni nei varietà, nei programmi della domenica pomeriggio, nelle trasmissioni dedicate ai ‘meravigliosi anni ’60’, o l’ha intercettato a orari improbabili in televisione, in certe mattine passate a casa da scuola per malesseri veri o inventati, in cui accendevi il televisore e ti trovavi davanti i famosi ‘musicarelli’, basati su storie esili, fatte apposta per inserire qua e là il pezzo musicale.  Insomma, per la mia generazione, Little Tony era ‘il passato’. A questo si aggiungeva il suo essere sempre un pò naif, l’acconciatura sempre uguale, il ciuffo ottimamente portato, senza peraltro sembrare ridicolo (la sua scomparsa mi ha colpito proprio perché a tutti gli effetti Little Tony sembrava non invecchiare: erano circa vent’anni che si era fermato ai 50)… eppure, in tutto questo, al netto dei musicarelli, delle apparizioni televisive, dei 4 o 5 brani che sostanzialmente l’hanno reso celebre e ai quali col tempo è stato ridotto il suo repertorio, ci si dimentica forse troppo presto che Little Tony faceva parte di quel ridotto gruppo di persone che potevano affermare senza tema di smentita: “io ho portato il rock in Italia”. E scusate se  è poco… e poco importa se poi la nostra industria discografica nazionale ha dovuto ridurre il tutto ai canoni della solita ‘accettabilità’ e ‘vendibilità del prodotto’, fatta più che altro di canzoni d’amore più o meno sdolcinate (titoli come ‘Cuore matto’ o ‘La spada nel cuore’ stanno lì a dimostrarlo): la verità è che Little Tony è stato un apripista, uno di quelli che hanno portato la canzone italia dall’epoca – Modugno – a quella successiva: uno di quelli che insomma ha contribuito a un vero e proprio ‘salto evolutivo’… certo, non fosse stato lui, sarebbe stato qualcun altro, ma il punto è che è stato lui… e secondo me forse di questo ci si è scordati troppo spesso, davanti alle apparizioni tv e all’acconciatura scolpita che lo facevano apparire come una sorta di oggetto di modernariato vivente, le apparizioni incastonate in programmi pomeridiani per casalinghe o in contenitori domenicali all’insegna del ‘di tutto e di più’…