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LE PICCOLE MORTI, “VOL.1” (NEW MODEL LABEL / AUDIOGLOBE)

Attivi in fase embrionale dal 2010, due dischi sfornati a nome Old Scatchiness, i cinque componenti de Le Piccole Morti aprono una nuova fase della loro biografia sonora con questi cinque brani.

Definiscono la loro proposta ‘Noir Rock’, che nei fatti finisce per essere un nuovo modo di catalogare ciò che si radica nel filone dell’alternativo italiano più o meno recente, dai primi Litfiba agli Afterhours, passando per i Timoria: ricorre un’atmosfera plumbea, dai tratti decadenti con qualche suggestione gotica, a definire rapporti sentimentali e con sé stessi sempre travagliati. Si gioca la carta del ‘non detto’, con testi che accennano al flusso di coscienza, un affastellarsi di pensieri.

Si parte con la wave, si prosegue con ardori che sfiorano il metal, si conclude con una vena cantautorale che ricorda gli Afterhours. I tentativi di ‘articolare’, inserendo qualche elemento jazz restano soprattutto nelle intenzioni, o in certe atmosfere notturne.

Musicisti rodati, e si sente, avvertendosi anche la necessità di una maggiore focalizzazione stilistica.

ANTINOMIA, “MANTRA” (AUTOPRODOTTO)

L’Italia e il metal: una vicenda ormai lunga e variamente articolata, con risultati talvolta eccellenti, altri un po’ meno… ad arricchire il novero di band italiche dedite al ‘metallo’, sono giunti nel 2011 gli Antinomia, sestetto proveniente dalla provincia torinese che con “Mantra” giunge al secondo lavoro sulla lunga distanza, dopo aver ottenuto un buon discreto da parte di pubblico e critica, oltre al sostegno dei Litfiba, che dopo la vittoria del Grande nazionale rock contest da loro organizzato, li hanno voluti con sé come gruppo di supporto in alcune date.

Oltre ad essere il lavoro di una band che finora compiuto un percorso più che soddisfacente, “Mantra” parte sotto i migliori auspici anche sotto il profilo produttivo, con la firma di Madaski e la partecipazione di Mauro Tavella (già collaboratore degli stessi Litfiba e di Linea 77 e Africa Unite).

La tecnica della band, assieme alla produzione, raggiunge lo scopo di assemblare un disco dai suoni pieni, quasi ineccepibile sotto il profilo estetico; tuttavia nello scorrere delle undici tracce, il lavoro appare mostrare qualche limite. L’impressione di fondo è che si sia voluta mettere un po’ troppa carne al fuoco: l’apprezzabile scelta di fondo del ricorso ad un heavy di stampo classico, si scontra con l’utilizzo un filo troppo invasivo dell’elettronica, con accenti cyber e talvolta allusioni eighties che, pur efficaci a tratti, spesso e volentieri finiscono per annacquare un po’ l’impronta di base; il susseguirsi di citazioni hard rock, gotiche, psichedeliche, più che di una band eclettica, dà l’idea di un gruppo forse un po’ indeciso sulla strada da prendere.

Non aiuta la lunghezza, talvolta eccessiva, dei pezzi, in cui trovano puntano spazio digressioni strumentali non sempre efficaci e funzionali ai fini della riuscita dei brani: non è un caso, forse, che gli episodi più riusciti appaiono essere Il sognatore, posto in apertura, e la title track, in cui la band ha utilizzato maggior sintesi. I testi, tra ansie contemporanee e rapporti interpersonali, sono interpretati con personalità, sebbene a tratti con una rabbia che appare un po’ forzata.

“Mantra” ci mostra insomma una band tecnicamente matura, ma che forse ha ancora bisogno di inquadrare meglio il proprio stile, concretizzando potenzialità ancora inespresse.

FRATELLI DI SOLEDAD, “SALVIAMO IL SALVABILE – ATTO II” (FRANK FAMILY RECORDS / GOODFELLAS)

A vent’anni di distanza dal primo capitolo, i Fratelli di Soledad danno un seguito a Salviamo il salvabile, ancora una volta omaggiando la storia della canzone italiana, con il contributo di un nutrito gruppo di amici, trai quali alcuni degli autori o interpreti dei brani originali.

Undici portate per un pasto ottimo e abbondante, in cui i Fratelli rileggono alla loro maniera, un repertorio più che mai variegato: da una ‘Svalutation’  più che mai ‘combattente’, impreziosita dalla voce di Gino Santercole (autore dell’originale assieme a Celentano), ad una ‘Stasera l’aria è fresca’ dai profumi psychobilly e i paesaggi western cantata dalla voce originale di Goran Kuzminac; da ‘A me mi piace vivere alla grande’, del compianto Franco Fanigliulo (interpretata da Riccardo Borghetti, uno degli autori originali) a ‘Versante Est’, presa direttamente dal repertorio dei primi Litfiba, qui riproposta in versione Ska, a ‘Cimici e Bromuro’ di Sergio Caputo, trasfigurata attraverso un punk trascinante; Max Casacci contribuisce a rileggere ‘Il mio funerale’ dei Gufi e Bunna degli Africa Unite offre la sua voce per ‘Il Tuffatore” di  Flavio Giurato.

Deliziosa la versione ska del ‘O Rugido do Leao’ di Piccioni (uno dei pezzi-simbolo di Alberto Sordi), mentre Tommaso Cerasuolo dei Perturbazione è tra gli ‘aiutanti di campo’ nella rielaborazione acustica dell’unico brano orignale degli FdS presente in scaletta, ‘Je vous salue Ninì’. Completano la lista ‘Stranamore’ di Vecchioni e ‘Ho le tasche sfondate’ di Piero Ciampi.

Solare, divertente, a tratti trascinante: i Fratelli di Soledad colpiscono nel segno con un disco di cover che riesce nell’intento di rivisitare in modo originale ma rispettoso il materiale di partenza, che mostra così tanto solido da resistere al passare del tempo, quanto efficace anche quando vestito di nuovi abiti sonori.

DAVIDE FERRARIO, “F” (LIBELLULA MUSIC)

Al primo disco solista, Davide Ferrario arriva dopo aver già percorso una lunga strada, che l’ha portato a Sanremo nel 2007 con gli Fsc e a collaborare con vari ‘big’ della musica italiana, tra cui Litfiba e Gianna Nannini. L’incontro decisivo è però stato quello con Franco Battiato che, oltre ad avviare con lui una collaborazione costante, l’ha anche portato in tour, permettendogli di esibirsi col brano “Non capiranno”, qui presente.

I dodici brani che compongono “F” si muovono tra coordinate abbastanza definite: il cantautorato italiano, da un parte, un rock spesso colorato di elettronica dall’altro.

La formula ricorda, a tratti, i Subsonica, ma il paragone è puramente indicativo: Ferrario evita infatti di pigiare l’acceleratore, oltre a mostrare una vena intimista e, in un certo senso, meno ‘piaciona’, rispetto al gruppo torinese pur cedendo, in qualche episodio alle tentazioni di un synth-pop un tantino ammiccante.

A dominare sono invece toni per lo più crepuscolari, più adatti a fare da contorno sonoro a una scrittura che appare in un certo frammentaria sospesa: i brani sembrano estrapolati da brandelli di conversazioni, considerazioni tra sé e sé, appunti. Un apparente ‘disordine’ che trova la sua corrispondenza nel booklet, in cui i singoli testi sono presentati di volta in volta, come stralci di file scritti al computer, pagine di diari, lunghi sms, note prese sul primo foglio che capita, quasi a restituire l’immediatezza – e la casualità – del processo creativo.

Una scrittura che appare convincente che nel suo essere sospesa e nel suo lasciare spazio al ‘non detto’ restituisce un’impressione di immediatezza, di mancanza di ‘filtri’.

Nel complesso, è un disco che convince, pur lasciando l’impressione che la scelta della formula sonora non abbia reso sufficientemente alla componente testuale, in un certo senso depotenziadola: nel corso dell’ascolto si avverte la mancanza di una maggiore incisività, di una differenziazione che desse una veste sonora più caratterizzante ai singoli brani. Al suo esordio Davide Ferrario mostra di avere comunque tutte le carte in regola per proseguire in maniera più che positiva la propria carriera.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY