Posts Tagged ‘Linea 77’

TOP 10 2015

I migliori dischi recensiti recensiti sul blog nel corso dell’anno appena concluso.

1) Tubax      Governo Laser

2) Linea 77   Oh!

3) LeSigarette!!    2+2=8

4) Lizziweil  In volo sopra la polvere

5) Simone Mi Odia  Saturno

6) Invers     Dell’amore, della morte, della vita

7) Felpa      Paura

8) Pristine Moods om

9) Io e La Tigre 10 & 9

10) Africa Unite Il punto di partenza

LA PLAYLIST DI FEBBRAIO

Crudo    Fabrizio Frigo And The Freezers

Apologia della Fine    La Linea Del Pane

Piccola ballata dell’infibulazione Anna Luppi

The Fly Off    Olla

Non esco più   La Monarchia

Resta    Lizziweil

California 1849   Cranchi

Accanto a te   Felpa

Dov’è Laura    Eugenio Rodondi

Non esistere   Linea 77

LINEA 77, “OH!” (INRI)

I Linea 77 sono tornati: a cinque anni di distanza dall’ultimo disco, passati attraverso un periodo complicato, all’insegna di cambi di formazione, progetti discografici saltati, un paio di Ep, quasi testimonianze isolate della propria ‘esistenza ’.

Di acqua sotto i ponti ne è passata, anche musicalmente, ma i Linea 77, che nei primi anni 2000 irruppero quali alfieri della via italiana al nu-metal, nonostante tutto restano fedeli a loro stessi, in quello che dichiaratamente è un ritorno alle origini.

La via migliore per ricominciare è insomma quella più semplice: fare ciò che si sa fare meglio, senza tanti pensieri e complicazioni: un’essenzialità che parte dallo stesso titolo, “Oh!”, semplice quanto incisiva esclamazione, sorta di dichiarazioni d’intenti e allo stesso tempo di timbro messo in calce ai dieci brani che compongono il disco, susseguirsi inesausto di ritmiche martellanti, chitarre strabordanti e il consueto ‘parlar ritmato’ (con il frequente accompagnamento di alcune ‘voci ospiti’) il più delle volte gridato, sbraitato dietro al microfono.

Un disco dall’incedere marziale e nevrotico, che parla dell’oggi e delle sue nevrosi, una società portata sull’orlo – ed oltre – la crisi di nervi, dal conflitto irrisolto tra l’identità del singolo e l’omologazione imposta dall’alto. Un malessere che trova valvole di sfogo nel ricorso agli psicofarmaci (‘Presentat-Arm!’) o nel riappropriarsi della propria singolarità (‘Io sapere poco leggere’) e nello sguardo corrosivo verso ciò che gira intorno (‘L’involuzione della specie’).

Un lavoro verace, diretto, del tutto incurante rispetto a qualsiasi pretesa di originalità, intento solo a picchiare duro sugli strumenti e sui timpani e lo stomaco dell’ascoltatore. I Linea 77 sono tornati.

ANTINOMIA, “MANTRA” (AUTOPRODOTTO)

L’Italia e il metal: una vicenda ormai lunga e variamente articolata, con risultati talvolta eccellenti, altri un po’ meno… ad arricchire il novero di band italiche dedite al ‘metallo’, sono giunti nel 2011 gli Antinomia, sestetto proveniente dalla provincia torinese che con “Mantra” giunge al secondo lavoro sulla lunga distanza, dopo aver ottenuto un buon discreto da parte di pubblico e critica, oltre al sostegno dei Litfiba, che dopo la vittoria del Grande nazionale rock contest da loro organizzato, li hanno voluti con sé come gruppo di supporto in alcune date.

Oltre ad essere il lavoro di una band che finora compiuto un percorso più che soddisfacente, “Mantra” parte sotto i migliori auspici anche sotto il profilo produttivo, con la firma di Madaski e la partecipazione di Mauro Tavella (già collaboratore degli stessi Litfiba e di Linea 77 e Africa Unite).

La tecnica della band, assieme alla produzione, raggiunge lo scopo di assemblare un disco dai suoni pieni, quasi ineccepibile sotto il profilo estetico; tuttavia nello scorrere delle undici tracce, il lavoro appare mostrare qualche limite. L’impressione di fondo è che si sia voluta mettere un po’ troppa carne al fuoco: l’apprezzabile scelta di fondo del ricorso ad un heavy di stampo classico, si scontra con l’utilizzo un filo troppo invasivo dell’elettronica, con accenti cyber e talvolta allusioni eighties che, pur efficaci a tratti, spesso e volentieri finiscono per annacquare un po’ l’impronta di base; il susseguirsi di citazioni hard rock, gotiche, psichedeliche, più che di una band eclettica, dà l’idea di un gruppo forse un po’ indeciso sulla strada da prendere.

Non aiuta la lunghezza, talvolta eccessiva, dei pezzi, in cui trovano puntano spazio digressioni strumentali non sempre efficaci e funzionali ai fini della riuscita dei brani: non è un caso, forse, che gli episodi più riusciti appaiono essere Il sognatore, posto in apertura, e la title track, in cui la band ha utilizzato maggior sintesi. I testi, tra ansie contemporanee e rapporti interpersonali, sono interpretati con personalità, sebbene a tratti con una rabbia che appare un po’ forzata.

“Mantra” ci mostra insomma una band tecnicamente matura, ma che forse ha ancora bisogno di inquadrare meglio il proprio stile, concretizzando potenzialità ancora inespresse.

TITOR, “ROCK IS BACK” (INRI)

Nato nel 2007 dalla collaborazione di vari musicisti della scena torinese, tutti con varie esperienze alle spalle ( tra gli altri  I Treni all’Alba, Distruzione, Dead Elephant, Sickhead), dopo aver pubblicato un Ep e partecipato ad un disco – tributo ad Ivan Graziani pubblicato da XL nell’estate dello scorso anno, il progetto Titor giunge finalmente all’esordio sulla lunga distanza.

“Rock is back”: titolo ‘programmatico’ e forse un filo pretenzioso per un disco che si affida completamente alla sua indiscutibile potenza d’impatto: sgombriamo il campo da equivoci, evitiamo dispendiose lungaggini: il quartetto (coadiuvato in un episodio da Nitto dei Linea 77) inanella nove brani (inclusa la riproposizione di Motocross di Graziani in una lettura riuscitissima proprio per il suo travolgere il pezzo originario pompandone all’estremo la virulenza) all’insegna di un’attacco sonoro inesausto e senza requie; poco più di 35 minuti a base di sonorità, aspre, grevi, sature e urticanti, che traggono linfa dalla più nobile tradizione punk, hardcore (e post), condendo il tutto con una ‘muscolarità’ metallica.

Un cantato adirato, che sbraita dal microfono liriche abbastanza ‘consuete’ per il genere, tra la classica rivendicazione della propria diversità e il prendere di mira gli aspetti più deleteri della società, all’insegna di una rabbia corroborata da un sarcasmo sul filo del cinismo; la accompagnano chitarre che non si stancano di frustare i timpani dell’ascoltatore, mentre la sezione ritmica procede dritta, spedita, incurante di qualsiasi ostacolo si trovi sul proprio percorso.

Il titolo appare pretenzioso, la copertina lascia obbiettivamente a desiderare (il torso nudo lascia forse immaginare qualcosa di molto più glamour… forse il contrasto è voluto), i testi obbiettivamente non riportano una sconvolgente originalità, eppure… il disco fa si che su tutto questo si possa agevolmente sorvolare: l’ira sonora e volare che Titor sparge ad ampie badilate basta e avanza.