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LIEBSTER AWARD

Come già successo qualche mese addietro, sono stato nominato – stavolta dall’amico di Cose per cui vivere, per il Liebster Award:

vado a rispondere alle dieci domande di questo giro:
1) Libro versus Film: ha senso secondo te questo storico ‘scontro’ che li vede l’uno migliore dell’altro, contrapposti?

Essendo due modalità di racconto molto diverse, direi di no; tuttavia, dovendo scegliere, propenderei per il libro, se non altro perché richiede al lettore un contributo maggiore in termini di immaginazione: insomma, leggendo un libro personaggi ed ambienti per quanto ben descritti, te li devi comunque immaginare, il cinema ti propone tutto già fatto…
2) Qual è la città più cinematografica del mondo?

Sarò di parte, ma da romano dico Roma, e non solo per la Roma conosciuta, ‘turistica’, che peraltro è ancora capace di offrire scorci poco battuti, ma anche per la Roma più periferica e marginale… è una città che raccoglie in sé tanti e tali stili, dalla grandiosità del bello a livelli di bruttura quasi irraggiungibili, che può essere lo scenario di qualsiasi tipo di storia.

 

3) Con quale mezzo si esprime il tuo rapporto prediletto con il cinema: sala? Home video? Streaming/Video-on-demand?

Fondamentalmente sono un ‘animale da sala’: quel momento di sospensione in cui la sala è buia e lo schermo si spegne non potrà mai essere toccato dalla visione di un dvd o di uno streaming; tra l’altro quando si tratta di guardare video sullo schermo di un computer ho una soglia di attenzione molto bassa, quindi per me andare oltre gli spezzoni o i video musicali su Internet è abbastanza difficile.
4) Coppia attore/regista migliore che esista?

Anche se limitata ad un solo episodio, credo che l’accoppiata Nicholson / Kubrick di Shining abbia pochi paragoni.

 

5) Qual è il tuo regista preferito? Cosa gli diresti se lo potessi ipoteticamente incontrare a tu per tu?

Stanley Kubrick; a pensarci, forse gli avrei chiesto se non avesse mai pensato di portare sullo schermo l’Iliade o la Divina Commedia.

 

6) Se la tua vita fosse un film, quale sarebbe?

Così su due piedi, non saprei rispondere: credo che ritrovare la propria vita espressa in un film sia comunque un’enorme fortuna, anche un po’ inquietante; se poi il film in questione fosse di Tarantino, o Dario Argento, o Wes Craven, allora ci sarebbe da preoccuparsi.
7) Qual è quel film di cui ti vergogni un po’ ma che adori?

Non credo abbia molto senso ‘vergognarsi’ dei propri gusti, specie quando si è onnivori e quindi si riescono ad apprezzare per motivi diversi film molto diversi tra loro: amo Shining, ma se mi trovo davanti a Tomas Milian o Alvaro Vitali, non mi tiro indietro 🙂 ciò probabilmente farà innoridire qualcuno, ma come si dice: de gustibus…
8) Un film che odi? Perché?

Odio, mai: magari avrei da eccepire sul fatto che spesso il pubblico corra in massa a vedere quelle che a mio modesto parere sono delle boiate, incoraggiando così gli investimenti in certi filoni a discapito di altri, ma il discorso sarebbe lungo e includerebbe la disamina della formazione dei gusti del pubblico sulla quale sono state scritte tonnellate di libri… E poi, in fondo, i blockbuster a volte servono per finanziare prodotti meno pedestri…
9) Il cinema è un’invenzione senza futuro (cit)?

Il cinema racconta storie ed esisterà fin tanto che qualcuno avrà qualcosa da raccontare e qualcun altro lo vorrà ascoltare: muterà, come stanno mutando la musica e la letteratura; il rischio, forse, è che grazie alla tecnologia, la possibilità di raccontare e raccontarsi attraverso il cinema sia sempre più accessibile a tutti e che ognuno racconti la propria storia, senza ascoltare quelle altrui, come sta succedendo con i libri: con i blog e il self-publishing, tanti si cimentano con la scrittura, ma quanti di questi si dedicano alla lettura?
10) Che mondo e che vita sarebbe senza cinema?

Beh, quando non c’era il cinema, la gente andava a teatro, o ascoltava i radiodrammi alla radio, o leggeva; sarebbe certo un mondo diverso, ma non credo necessariamente peggiore: in fondo il cinema è solo uno dei modi che l’uomo ha inventato per raccontare delle storie: anche se non ci fosse il cinema, non si smetterebbe di raccontare od ascoltare.

E qui finisco; ora, teoricamente a questo punto dovrei ‘invitare’ altri a rispondere, ma lascio aperta la porta: se seguite abitualmente questo blog, e apprezzate, sentitevi liberi di partecipare e rispondere.

 

CANTAUTORI E / O POETI

Quando si vogliano tessere le lodi di un cantautore, la frase che si sente dire più spesso è: “… è un poeta”. Una frase che più passa il tempo, più trovo irritante, perché porta con se una montagna di errori concettuali e di metodo, che in fondo non fanno altro che mostrare la fondamentale ignoranza di chi la pronuncia.

Affermando che il cantautore  ‘x’ è un poeta, si stabilisce implicitamente una scala di valori secondo la quale il componimento poetico (ovvero: nato per essere ‘declamato’ o letto a sé stante) precederebbe quello nato per avere un accompagnamento musicale: la poesia, insomma, sarebbe ‘geneticamente’ superiore alla canzone.

Ora, non sono uno storico, né un antropologo, né un archeologo, ma ad occhio e croce, l’accompagnare testi e suoni credo sia un’abitudine vecchia quanto l’uomo, che risale ai tempi in cui la trasmissione della cultura era orale e non era sostenuta dalla pagina scritta… tali forme si sono poi ‘evolute’ fino ad arrivare alle odierne canzoni: stabilire quindi una scala di valori in cui la poesia precede la canzone appare già sbagliato da un punto di vista storico.

Chiediamoci allora il come ci si sia arrivati: l’impressione è che tutto dipenda da quanto successo negli ultimi cinquant’anni, con la diffusione della musica e delle canzoni trai ‘consumi di massa’, grazie all’evoluzione dei supporti fonografici (vinile, nastri, cd, file digitali); mentre le canzoni dunque acquisivano questa diffusione planetaria, con tutte le conseguenze che ne derivano naturalmente sotto il profilo qualitativo (non tutte le canzoni sono capolavori, anzi), la poesia non ha goduto di analoga fortuna, subendo piuttosto un drastico calo di una popolarità già non straordinaria, finendo per essere confinata negli angusti spazi dei circoli degli amatori e negli altrettanto risicati spazi negli scaffali delle librerie.

Ciò porta all’affermazione del concetto di fondo secondo cui la poesia ‘roba per pochi eletti e fine uditorio’ sarebbe dunque di per sé stessa superiore alle canzoni, ‘roba per la massa’: da qui, l’uso della parola ‘poeta’ per incensare il cantautore; ovvero: lo scrivere canzoni è un mestiere ‘sporco’ e per ottenere un’accettabilità ‘culturale’ deve ‘salire’ allo stesso livello del poeta.

Un concetto abbastanza misero, se vogliamo, e non solo per l’errore ‘storico’ di cui parlavo sopra: tanto per cominciare, affermando tale concetto si conclude che qualsiasi poesia, solo per nascere in quanto ‘poesia’ è superiore a prescindere a qualsiasi canzone; il che già mi pare abbastanza erroneo, visto che in giro è pieno di sedicenti ‘poeti’ che forse potrebbero impiegare il proprio tempo altrimenti.

In proposito però va fatta un’ulteriore osservazione: è verissimo che, in certi casi, la ‘qualità letteraria’ dei testi delle canzoni non ha nulla da invidiare a quelli delle poesie; tuttavia, non bisogna mai dimenticare che le canzoni nascono già con l’obbiettivo di avere un accompagnamento musicale e questa loro caratteristica incide fatalmente, anche solo a livello inconscio nel processo creativo: credo che nessun cantautore scriva un testo ‘a sé stante’, ma mentre lo scrive già abbia in testa più o meno, quella che ne dovrebbe essere la traccia sonora.

Astrarre il testo dalla musica appare quindi essere un esercizio nei fatti poco onesto: quando qualcuno propone di inserire i testi delle canzoni nelle antologie scolastiche,  si dimentica che quei testi traggono parte del loro senso dalla musica che li accompagna: strappare le parole dalle note appare un esercizio per certi versi addirittura violento.

La canzone è insomma una forma letteraria a sé stante: un ibrido in cui parola e musica concorrono parallelamente al risultato finale, e proprio in quanto forma letteraria autonoma, ha una dignità pari a quella della poesia del romanzo e se vogliamo anche del fumetto, altra forma ibrida, stavolta di parole e immagini, per la quale vale identico discorso.

Stabilire dunque una scala di valori, allorché lodando un cantante gli si dà del poeta, è un esercizio arbitrario, scorretto sotto vari punti di vista e che in ultima analisi denota da parte di chi lo pronuncia una profonda ignoranza o, in alternativa, una discreta disonestà intellettuale.

NOBEL 2013 – LETTERATURA: ALICE MUNRO

Come ho già scritto in altre occasioni, il Nobel per Letteratura è ‘naturalmente’ quello a cui mi sento più vicino… non che mi consideri un ‘letterato’, ma da semplice appassionato ‘del leggere’, l’assegnazione di questo Nobel mi ha sempre incuriosito: figuriamoci quando, come in questa occasione, il Premio va ad una scrittrice della quale ho letto qualcosa, apprezzandola molto, peraltro.

L’assegnazione del Nobel per la Letteratura alla canadese Alice Munro è, da un certo punto di vista, la vittoria dei ‘lettori normali’, basti pensare che le sue opere le si trova in maniera molto agevole, nelle edizioni economiche della Einaudi. Spesso il Nobel viene assegnato a intellettuali dissidenti, provenienti da zone ‘difficili’ del pianeta o, per altro verso, a intellettuali di livello, magari conosciuti da pochi… Non dico che il Nobel dovrebbe essere un premio alla ‘popolarità’, per quanto ho l’impressione che spesso, proprio l’essere ‘popolari’ abbia sbarrato le porte del premio a chi magari l’avrebbe meritato (penso ad esempio ad Isaac Asimov o Ray Bradbury, autentici inventori di un genere e mi chiedo se sarebbe stato così scandaloso premiare Charles Shultz, inventore dei Penauts), tuttavia, quando il Nobel va ad un autore che, insomma, si può definire ‘popolare’, il Premio finisce di avere quell’aura da ‘pochi eletti’ per assurgere veramente  a riconoscimento allo status raggiunto nella letteratura mondiale.

E insomma, il fatto di avere in casa un libro della Munro – esatto, solo uno, mi sono sempre ripromesso di approfondire, ma non ho trovato il tempo – questo riconoscimento mi fa piacere e mi inorgoglisce anche un pò… e per festeggiare in modo anche un pò referenziale, incollo qui sotto la recensione che a suo tempo (fine gennaio 2007) scrissi di

“NEMICO,  AMICO, AMANTE”

Nell’acquisto di un libro (e, in misura minore, di un disco o di un dvd) ho sempre fatto poco caso alle recensioni. Certo, mi capita più spesso di leggere critiche di musica o film, e quando ne compro so già più o meno di cosa si tratta.
Ciò non avviene ad esempio nel caso della musica classica contemporanea, dove in genere mi faccio guidare da titoli o copertine. Lo stesso metodo uso, quasi sempre, per i libri.
Un titolo e una copertina possono essere un fattore determinante, poi certo ci sono le righe di presentazione in quarta di copertina che possono confermare la mia attenzione, o farla cadere di botto.
Per la raccolta “Nemico, Amico, Amante…” della scrittrice canadese Alice Munro è successo così: insomma la copertina, con questa splendida ragazza, fotografata di profilo, appoggiata ad un davanzale ma con lo sguardo verso l’obbiettivo, come se il fotografo l’avesse improvvisamente distolta dai suoi pensieri, mi ha letteralmente fulminato.
Nelle note sul retro apprendo che si tratta di una raccolta di nove racconti di media lunghezza, la formula che preferisco quando devo approcciare un autore che non conosco.
Devo dire col senno di poi che le attese non sono state deluse. Le protagoniste dei racconti della Munro sono tutti invariabilmente  femminili, ma ciò non vuol dire che la Munro sia un autrice ‘per sole donne’, anzi. Forse questi racconti faremmo meglio bene a leggerli soprattutto noi uomini. Non perché ci rivelino  chissà quale realtà sull’universo femminile (ancora ben al di là di essere compreso), ma perché, non so… c’è qualcosa nelle reazioni, nei comportamenti dei personaggi della Munro, che dopo aver letto questi racconti lascia l’impressione di aver capito qualcosa, qualche sottigliezza, qualche elemento di contorno ma che fa comunque parte del ‘quadro generale’. Sarà forse che questi racconti restano sempre ‘in sospeso’: non ci sono mutamenti radicali, solo spostamenti impercettibili, piccoli eventi che non cambiano il quadro generale, ma ci dicono qualcosa delle protagoniste.

In questa mancanza di sconvolgimenti, la dimensione minima di  questi eventi, spesso amori o tradimenti sul punto di sbocciare ma  che non esplodono mai, raccontati nel loro primissimo nascere o  nel loro fugace consumarsi, sta il bello di questi racconti della Munro. E’ come se le sollevasse per un attimo un velo sopra vicende quotidiane fatte di sogni, speranze, aspirazioni, malattia, morte,  o semplicemente vita e basta , fornendoci solo qualche coordinata essenziale per inquadrare la situazione, per poi nuovamente abbassarlo, lasciando al lettore la fantasia di proseguirli.  Ne esce questa piccola selezione, una galleria di vite, a volte  guidate dalla forza di volontà, ma molto più frequentemente dalla
sola forza del ‘Caso’, una serie di donne quasi mai padrone della loro vita, ma quasi in balia degli eventi, dai quali però riescono sempre a trarre il meglio, anche nelle situazioni peggiori.
Ecco, oltre alla concretezza dei personaggi e delle situazioni, è che questi si concludono invariabilmente con un’aura di speranza: non è un’ingenuità sterile, è più una sorta di ‘visione positiva’, come se anche nei momenti più bui e incerti in fondo la vita desse sempre un motivo di ottimismo.
Una bella scoperta, questa Alice Munro: da tempo un libro non mi coinvolgeva così.

DUE PAROLE SUL NOBEL PER LA LETTERATURA…

‘St’anno c’è toccato ‘er cinese’, non trai più sconosciuti, tra l’altro: andò peggio l’anno scorso, quando alla notizia del Nobel andata al poeta svedese Trasntromer, i più reagirono capendo ‘Tranformers’ e chiedendosi se Megatron si fosse dato alla letteratura…  Ormai si è ampiamente capito che l’Accademia di Svezia non ama gli autori conosciuti: anzi, l’essere sconosciuti sembra essere l’unica, vera ‘conditio sine qua non’ necessaria per entrare nell’empireo della letteratura mondiale: nell’ultimo decennio, gli autori veramente ‘famosi’ che hanno vinto il Nobel sono stati tre: Harold Pinter, Doris Lessing e Mario Vargas Llosa; per tutti e tre poi vale il discorso che sono ‘più conosciuti di nome che letti’ (specie Pinter). Il Nobel insomma, non va d’accordo con le vendite.  Intendiamoci, ci mancherebbe pure che il Nobel venisse assegnato a chi vende di più (dio ci scampi da un Eco, un Camilleri o un Saviano premiati col Nobel, che poi chi li sente più, ce li ritroviamo in tv anche a leggere le previsioni del tempo). Però sarebbe bello, ogni tanto, sentire la notizia dell’assegnazione e reagire con un: “ooooh, che bello, lo conosco, ho letto tanto di lui”. Io per dire a casa ho libri di Alice Munro, Don De Lillo, Murakami e Roth, tutta gente in ‘odore di Nobel’ da anni: mi ritengo una persona di media cultura, non uno che va a cercare autori poco conosciuti (tutti i gli scrittori che ho elencato sono facilmente reperibili in edizione economica in Italia);  eppure guarda caso per quegli autori si parla sempre di Nobel, ma il Nobel non arriva mai. Si preferisce darlo all’esponente della letteratura del Paese poco conosciuto, al dissidente, a quello che ha vissuto sulla propria pelle i totalitarismi… tutto giusto per carità, ma resta l’impressione che l’Accademia di Svezia sia allergica alle vendite, tema di ‘sputtanarsi’ (mi si scusi il termine) premiando uno scrittore di grido (anche se quest’anno sembra sia andata discretamente, perché Mo Yan non è proprio un completo sconosciuto). Figuriamoci poi ampliare il discorso: fino a quando, pochi mesi fa, non è passato a miglior vita, ad esempio, io ho sempre sperato che Ray Bradbury potesse vincere il Nobel: non lo dico perché sono un suo appassionato lettore, ma perché obbiettivamente, la qualità della sua scrittura è enorme (nessuno come lui nell’ultimo mezzo secolo credo abbia saputo valorizzare la forma del racconto breve) e poi è trai pochi  (aggiungiamoci Asimov) che ha contribuito a creare un ‘genere’… ma questo è un altro problema: a Stoccolma alla ‘narrativa di genere’ sono allergici: roba da metropolitana, non va bene; il Nobel deve andare ad autori che si leggono di sera nel silenzio… Mettiamoci l’anima in pace, Stephen King il Nobel non lo vincerà mai… per quanto anche lui come livello di scrittura non sia proprio un ‘signor nessuno’. Lo stesso dicasi per il sempre citato Bob Dylan; non ne parliamo: quello scrive canzoni, per carità… Lo stesso dicasi per il fumetto, una forma letteraria capace di raggiungere vette altissime, ma ostinatamente ignorata dall’Accademia. Eppure, uno come Shulz, che coi suoi Penauts riuscì ad indagare l’animo umano come pochi, non è mai nemmeno stato preso in considerazione. Così, rassegnamoci a dover continuare ad accogliere la notizia della vittoria del Nobel per Letteratura con un bel: ” E CHI CAVOLO E’ QUESTO???”.

NOBEL 2012: LETTERATURA

O YAN, l’autore di Sorgo rosso, opera dalla quale è stato tratto il film omonimo di Zhang Yimou, vince il Nobel 2012 per la Letteratura. Ma le reazioni sono contrastanti. C’è chi, come l’artista Ai Weiwei, voce tra le più scomode per il governo di Pechino, sottolinea: “Fa parte del sistema”.

Considerato uno dei più importanti scrittori e sceneggiatori cinesi, Mo Yan ha alle spalle una vita di privazioni. Come tutti quelli della sua generazione – è nato nel 1955 nella provincia dello Shandong – con la rivoluzione culturale ha dovuto interrompere gli studi per dedicarsi al lavoro manuale. Ha fatto il guardiano di mucche e pecore e per fuggire alla solitudine e alla fatica si è rifugiato nella fantasia. In seguito, dopo avere lavorato in una manifattura di cotone, si è arruolato nell’Esercito di Liberazione Popolare e, mentre era ancora un soldato, ha cominciato a seguire la sua vocazione di scrittore, tanto da guadagnarsi un posto di insegnate nell’Accademia Culturale dell’esercito. È diventato così uno degli scrittori più amati in patria, pubblicato in Italia da Einaudi, autore di storie reali e magiche che lo hanno fatto paragonare a Garcia Marquez e anche a William Faulkner.

Tra le sue opere più importanti, oltre a Sorgo Rosso, ambientato nella Cina rurale degli anni Venti, ricordiamo Supplizio del legno di sandalo (nel 2005 premio Nonino per la letteratura internazionale) e il colossale Grande seno, fianchi larghi. Un diluvio di parole,cento personaggi da seguire nell’arco di oltre mezzo secolo, dalla società feudale degli anni Trenta al capitalismo di stato di oggi, passando attraverso i rivolgimenti dell’era maoista. Un romanzo monstre di 904 pagine, censurato in patria per la crudezza delle testimonianze e i toni corrosivi, in apparente contraddizione con il significato del suo nome. Mo Yan è infatti  lo pseudonimo di Guan Moye. Letteralmente si può tradurre con “colui che non vuole parlare”. Poche parole pronunciate, ma molte, moltissime, riversate sulla carta. Si esprime, infatti, nella scrittura dove la sua voce diventa un fiume potente, riconosciuta come tale in Cina e ora anche nel mondo. Perché? “Per il suo realismo magico che mescola racconti popolari, storia e contemporaneità”, spiega l’Accademia reale svedese che per la prima volta assegna un Nobel a un intellettuale cinese non dissidente.

Infatti, al contrario di Gao Xingjian, premio Nobel per la letteratura nel 2000, Mo Yan vive in Cina e più volte è stato accusato di essersi piegato al governo: è vicepresidente di una discussa associazione di scrittori sostenuta da Pechino, nel 2009 si è rifiutato di partecipare alla fiera del libro di Francoforte per la presenza di alcuni autori dissidenti in esilio e ha partecipato alle commemorazioni per Il discorso del 1942 di Mao Zedong, quello che ha plasmato la letteratura dei primi anni del partito comunista.

Questo giudizio si scontra con le sue critiche alla società e al sistema politico cinese, indirette ma a tratti evidenti, come nel caso del recente Le rane, libro dato alle stampe dopo dieci anni di lavoro e tre diverse revisioni, non ancora pubblicato in Italia (ma nel 2013 lo farà Einaudi). In cinese rana si dice wa, ma basta cambiare un accento per pronunciare bambino. E per essere trasportati nel cuore del romanzo, in una povera zona di campagna dove una dottoressa aiuta le donne a fare nascere i propri figli e a evitare gli aborti. Fino a quando la linea governativa non cambia: entra in vigore la legge del figlio unico e la dottoressa modifica il suo lavoro. Con la stessa identica determinazione che prima dedicava alle nascite. Il dolore procurato dalla politica di pianificazione famigliare è messo sotto accusa. Un atto coraggioso per uno scrittore apprezzato anche dall’establishment sebbene sia arrivato nel momento in cui le stesse autorità sembrano riflettere sulla sua crudeltà. Il Quotidiano del Popolo ha infatti ammesso: “E’ un dolore che non passa e che ha perseguitato tanti cinesi”.

Mo Yan, quindi, non è un intellettuale “contro” come Liu Xiaobo, che ha vinto il Nobel per la pace del 2010 e che sta scontando una condanna a 11 di prigione per la sua adesione al movimento “Charta 08”. E l’assegnazione sta suscitando reazioni tiepide, se non contrastanti. Infatti, mentre le autorità si congratulano alcuni attivisti sostengono che la vittoria di Mo Yan sia una sorta di “riparazione” per lo smacco che la Cina subì due anni fa. Tra le voci critiche si leva anche quella di Ai Weiwei, artista e dissidente. Non critica il valore letterario dell’opera di Mo Yan, ma definisce il Nobel inutile a meno che il neo-laureato non si pronunci per la scarcerazione di Liu Xiaobo. Cosa che in passato si è già rifiutato di fare.

Nonostante questi aspetti “controversi”, nelle interviste rilasciate in Italia, Mo Yan ha sempre dimostrato autonomia di pensiero. “Credo che la letteratura deve presentare la realtà di un dato paese – ha detto a Repubblica nel 2002 – Ora c’è la modernizzazione, e va bene, a Pechino abbiamo i grattacieli, prima si viveva nella miseria, nessuno stava bene, né gli operai , né i contadini, né i soldati, ora c’è chi sta meglio, qualcuno sta meglio. Ma se la cultura muore, come si può stare meglio? Così posso dire che sono pessimista, nelle campagne la gente è ancora molto povera, tutti pensano a cose materiali. Certo, rispetto a cinquant’anni fa c’è stato un cambiamento ma cambiare non è sempre migliorare, il che non significa che io voglia tornare indietro, no. Ma senza cultura la gente avvizzisce. E che si può fare? Io penso che non si può andare avanti così”.

Una dichiarazione che ben riflette la sua scrittura: non critica gli eccessi, si limita a raccontarli, descrivendone gli effetti sulla pelle delle persone, inserendo spesso tra i protagonisti un seme straniero, come se descrivesse una società arcaica che si sta lentamente aprendo, che vive in bilico tra il vecchio e il nuovo. E proprio per questo suo sguardo, rivolto anche alle origini, molti critici preferiscono considerarlo esponente della corrente letteraria cinese della “ricerca delle radici”. Lui stesso ha spiegato di volere dissodare in profondità la terra dove è nato e cresciuto, perché in caso contrario ritiene di non potere avere radici profonde. Indispensabili per “l’uomo che non vuole parlare” e che affida alla sola scrittura il racconto della Cina che è stata e che si sta, dolorosamente, trasformando.

Fonte: Repubblica.It