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MICHELE ANELLI, “SOTTO IL CIELO DI MEMPHIS” (DELTA RECORDS)

È andato a ‘sciacquare i panni’ nel Tennessee (o meglio, in Alabama, come vedremo)di Michele Anelli, per il suo nuovo lavoro, ennesimo capitolo di una carriera trentennale, cominciata coi Groovers e poi proseguita da solista, affiancando e aggiungendo all’attività di cantante, cantautore e chitarrista, l’attività di scrittore, dando più volte vita a progetti e collaborazioni che appunto mescolavano la parola cantata a quella scritta.

Solo musica e parole invece stavolta per questo “Sotto il cielo di Memphis”, nato appunto in occasione di un viaggio negli States, culminato con una sosta presso Fame Recording Studios di Muscle Shoals, Alabama, dove è stata avviata la produzione del disco.

Otto tracce la base di partenza, ma alcune versioni del disco offrono varie aggiunte, fino ad arrivare a quindici brani.

L’impressione è quella di un viaggio nel tempo: un lavoro che per suoni (a partire dal frequente uso di tastiere vintage) modi, umori, atmosfere, sembra uscito dritto dagli anni ’70.

Le suggestioni sono varie: domina un vissuto personale che può ricordare vagamente un De Gregori (certo con esiti molto meno ‘ellittici’) c’è, volendo, una spruzzata di certo ‘prog’ cantautorale (vedi alla voce Le Orme) e c’è, anche e soprattutto, l’ombra lunga della ‘premiata ditta’ Mogol – Battisti, con i riferimenti da ‘minimo quotidiano’ e un cantato costantemente velato di malinconia e disillusione.

È un lavoro pieno di riflessioni dai toni appunto malinconici, disincantati, spesso in forma di ballate, dai toni in chiaroscuro.

Manca forse, qualche brano ‘killer’: ci si aspetta che prima o poi si dia ‘fuoco alle polveri’, magari accendendo le chitarre, alzando il volume, lasciando un po’ sciolte le briglie e invece tutto resta in penombra, in una dimensione dai tratti evanescenti e talvolta onirici e con toni che spesso fin troppo dimessi.

L’impressione finale è che insomma il lavoro tragga gran parte della sua linfa, più che dagli assolati panorami del Tennessee e dell’Alabama, dalle brume del Lago Maggiore su cui si affaccia Stresa, città di origine del cantautore.

GRAN TURISMO VELOCE, “DI CARNE, DI ANIMA” (EVENTyR RECORDS)

La considerazione può essere di per se anche abbastanza oziosa, tuttavia c’è da chiedersi come mai in Italia il progressive resti puntualmente fuori dai radar di coloro che si occupano anche dei territori musicali meno battuti; ci si ricorda del genere solo quando cade l’anniversario di qualche storico lavoro ormai con vari decenni alle spalle, o in occasione di concerti o reunion di musicisti ormai attempati, che vivono dei ricordi di glorie ormai da troppo tempo trascorse… Come se qui da noi l’ambito della ‘musica non commerciale’ si limitasse a gruppi ‘indie rock’ che magari vivono i loro cinque minuti di gloria sui palchi sanremesi, o dalle ‘giovani promesse’ del cantautorato che specie negli ultimi anni ci hanno portato all’esasperazione martellandoci i timpani su quanto è brutto il mondo in cui viviamo…

Come se poi in Italia al di là della musica strombazzata dalle radio commerciali esistessero solo il cosiddetto ‘indie rock’ e il cantautorato… o almeno, questi sono gli unici ‘generi’ a venire affrontati in modo ‘professionale’; il punk? Troppo rumore. Il metal? Se ne parla sempre come una macchietta. Il prog? Roba da dinosauri, e non ci si chiede nemmeno se qualcuno oggi, nel 2012, lo suoni ancora.

Beh, nel caso ve lo steste chiedendo, la risposta è positiva: ne è sono un esempio i Gran Turismo Veloce, band Toscana (di Grosseto e dintorni, se ho capito bene), che con “Di carne, di anima”, ci offre un’idea di cosa sia il progressive italiano oggi.

Nove pezzi che (e forse non poteva essere altrimenti) riportano le suggestioni del ‘prog italiano che fu’ (leggi alle voci: Le Orme o Banco), impastandolo però con tutta l’acqua che nel frattempo è passata sotto i ponti, in particolare con le suggestioni metal che dagli anni ’90 in poi hanno contribuito a rilanciare e rivitalizzare il genere.

Il quartetto costruisce atmosfere suggestive, che appaiono cercare costantemente l’immediatezza d’impatto (raggiunta attraverso l’efficace utilizzo dei suoni più aggressivi), al fine di evitare il rischio di appesantimento dell’ascolto che contraddistingue il genere. Tastiere e chitarre a profusione, cui si aggiunge episodicamente qualche fiato, come ad esempio un etereo flauto.

Un lavoro vivace, variopinto e dai colori caldi, che non si nega però qualche parentesi più tranquilla, caratterizzato da una scrittura giocata su una visionarietà dai contorni vagamente onirici, sebbene non sempre efficace. Un disco che sconta i difetti tipici di ogni esordio, ma che ci regala una band dalle indubbie potenzialità, che appare aver imboccato la strada giusta, sperando che qualcuno si accorga di loro…

MATTEO CINCOPAN, “FANTASCIENZA” (AUTOPRODOTTO)

Secondo lavoro sulla lunga distanza per il bolognese Matteo Cincopan, che prosegue la carriera solista dopo le esperienze con band come Poets o Guidos.

Il titolo è molto indicativo: l’immaginario fantascientifico, almeno nei titoli, domina in lungo e in largo le nove tracce presenti, con titolo come Andromeda, La deriva di Alpha, Psicopolizia… nel segno di omaggi a maestri del genere come Asimov, Bradbury, Orwell…

Se si immagina un disco dedicato ad infinità siderali o futuri distopici, si finisce – in parte – fuori strada: certi temi sono infatti si presenti, ma vengono utilizzati come suggestioni per riportare il tutto all’oggi, spostando la riflessione sull’uomo come singolo o come collettività, spesso disorientato, quasi perso di fronte all’infinità è all’assenza di risposte alle domande fondamentali dell’esistere, talvolta impotenti di fronte a una società, ad una realtà circorstante spesso incomprensibile. Fosse un film ‘di genere’, il disco di Matteo Cincopan non sarebbe sicuramente un action movie, quanto un film più introspettivo e filosofico.

Il cantautore è anche il quasi completo ‘costruttore’ dei suoni del disco: ad eccezione dell’accompagnamento di un batterista, è lui ad imbracciare chitarre e bassi e porsi dietro le tastiere, occupandosi inoltre di parte delle percussioni. I suoni del disco rimandano ampiamente alla felice stagione del prog italiano degli anni ’70: vengono a tratti in mente la PFM, piuttosto che Le Orme, in un disco che non cede mai o quasi all’esibizionismo solistico (pur se l’autore non si nega uno strumentale e qualche assolo di chitarra dallo spiccato sapore seventies), reindirizzandosi in qualche episodio – forse meno riuscito – verso più marcati lidi cantautorali più attuali.

Un disco che rivela più di un punto di interesse, mostrandoci un autore che si resta curioso di assistere nelle prossime prove.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY