Posts Tagged ‘La zona morta’

FOXCATCHER

Il campione di lotta libera Marc Schultz si vede proporre da parte di John Du Pont, erede dell’omonima dinastia di industriali, appassionato dello stesso sport, di entrare a far parte di una sua squadra di professionisti, con la prospettiva di vincere l’oro alle Olimpiadi del 1988.
Marc accetta, anche per dimostrare a sé stesso di poter camminare da solo, uscendo dal cono d’ombra del fratello – allenatore Dave , verso il quale nutre un evidente complesso d’inferiorità.
Ben presto però, Du Pont non si rivela semplicemente il classico miliardario che può realizzare ogni suo capriccio grazie ai soldi: il soggetto, oltre ad essere afflitto dal classico complesso di Edipo, pur essendo ormai ultracinquantenne, si mostra subito come un soggetto inquietante, mentalmente disturbato, per quanto in apparenza innocuo. Il rapporto trai due, positivamente avviato, ben presto finirà col degenerare, coinvolgendo anche Dave.

Foxcatcher è un film sinistro, in un certo senso quasi gotico, per l’atmosfera plumbea e di tragedia imminente ed annunciata che si respira lungo tutta la storia: il regista Bennett Miller mette in scena uno psicodramma riuscito, se l’intento era quello di far alzare lo spettatore dalla poltrona con una certa inquietudine di fondo, addirittuna una vaga sensazione di disturbo.

La scena è pressoché totalmente monopolizzata dai due protagonisti: a destare l’impressione migliore è senz’altro Channing Tatum, che continua a compiere passi in avanti nel tentativo di mostrare che le proprie capacità vanno oltre la prestanza fisica di cui l’ha dotato madre natura e che lo renderebbe ideale per personaggi ultramuscolari ma con poco cervello: qui, riesce a rendere bene un personaggio divorato dall’interno da complessi ed insoddisfazioni che lo conducono a non godersi mai i propri successi; di fronte a lui, si pone Steve Carell, che abbina la carta della trasformazione fisica ad una scelta interpretativa lontana anni luce dalla commedia, sempre in bilico sul confine del demenziale, cui ci ha abituato; impresa riuscita e che gli ha fatto conquistare una nomination all’Oscar, anche se va sottolineato come nella versione italiana doppiata la sua interpretazione si perda quasi completamente e come tutto sia affidato al trucco.  Ultimo vertice dell’ideale triangolo, Marc Ruffalo, che dà efficamente il volto ad un fratello / allenatore / padre che pur sforzandosi forse non capisce fino in fondo i tormenti interiori del fratello minore; da segnalare una piccola partecipazione della grande Vanessa Regrave, sebbene quasi irriconoscibile per l’età avanzata, nel ruolo della madre di Du Pont. Ruoli di contorno anche per Sienna Miller ed Anthony Michael Hall (qualcuno lo ricorderà come protagonista della serie “La zona morta”).

Foxcatcher è senz’altro un film efficace, nel raccontare una storia che finisce per mettere vagamente a disagio lo spettatore, facendolo entrare in un labirinto fatto di personalità irrisolte e tormenti interiori che vengono a collidere in una serie di azioni e reazioni, abbracci e tentativi di divincolarsi, spinte e controspinte, in cui la lotta libera attorno a cui ruota il film diventa lotta psicologica tra psicologie tormentate ed in bilico sul crinale della follia.

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STEPHEN KING: 22 /11/ ’63

Cominciamo con qualche domandina, facile facile: fermereste la mano di Gavrilo Princip il 28 giugno 1914? Avreste il coraggio di tornare a Vienna, agli inizi del 1908 ed avere il sangue freddo necessario a togliere di mezzo un anonimo aspirante artista che risponde al nome di Adolf Hitler? Fareste una telefonata anonima al Guglielmo Marconi di Bologna la sera del 27 giugno del 1980 inventandovi qualcosa per ritardare la partenza del volo IH870, quel tanto da permettergli di atterrare tranquillamente al Punta Raisi ? Chiamereste la stazione del capoluogo emiliano il 2 agosto dello stesso anno per avvertire che lì sta per esplodere una bomba? Avreste cercato di incontrare ‘per caso’ il Presidente della DC,  nei primi mesi del 1978, per avvertirlo di un sequestro programmato ai suoi danni?

Interrogativi affascinanti e per molti versi inquietanti… Jake Epping è una persona come tante, che si ritrova davanti alla possibilità di rispondere a questa domanda, materializzatasi in uno strano buco temporale, una porta aperta sul 9 settembre del 1958. Una data anonima, un giorno tra tanti… tuttavia… tuttavia, se si ha la pazienza di aspettare, la capacità di adattamento necessaria a vivere per poco più di cinque anni in un passato dove i televisori sono in bianco e nero e si vedono male, dove i computer, i cellulari e Internet potrebbero ben figurare su un volume dell’Urania, dove tutto, dall’abbigliamento, alle convenzioni sociali, al linguaggio è distante oltre mezzo secolo… se avete la pazienza di vivere in un mondo dove il rock ‘n roll sta ancora lanciando i primi vagiti… se, avete il coraggio di vivere tutto questo (magari aiutati da un annuario dei risultati sportivi che vi permette di scommettere andando abbastanza sul sicuro), allora forse potete anche pensare, che ne so, di impedire a Harvey Lee Oswald di ammazzare il Presidente Kennedy… e magari, col tempo, vivere mezzo secolo fa vi potrebbe pure piacere… potreste addirittura incontrare la donna della vostra vita, per dire.
Solo che, insomma, il Passato è una brutta bestia: non è che se ne sta lì lì buono buono a lasciare che il primo fesso di passaggio cerchi di cambiare la Storia. Nononono, non è così che vanno le cose… il Passato è passato:  granitico e sicuro della propria immutabilità e se qualcuno si agita quel tanto da tentare di cambiarlo, beh, allora il blocco di granito assume le sembianze di un serpente pronto a schizzarti negli occhi il suo veleno e mandarti al creatore in cinque minuti e, attenzione, anche nell’ipotesi che riusciste a portare avanti il compito, non è che detto che i risultati sarebbero quelli sperati…

Ne “La Zona Morta”, uno dei suoi romanzi più celebri, Stephen King ci raccontava di un uomo che, uscito dal coma, scopriva di avere la possibilità di ‘leggere’ il passato e il futuro della persone e della sua ‘missione impossibile’ volta ad impedire l’ascesa al potere di un politico che avrebbe portato il mondo dritto dritto alla Terza Guerra Mondiale; a trent’anni circa di distanza, il ‘Re’ affronta il percorso a ritroso, ponendo il suo protagonista nelle condizioni di cambiare la storia… da qui, parte il solito meccanismo oliato (più o meno) alla perfezione, che offre a King il consueto ‘pretesto’ per parlare d’altro: stavolta, per gettarsi a capofitto negli Stati Uniti di cinquant’anni fa e passa: un mondo più tranquillo ed educato, meno frenetico e per certi versi ‘civile’, certo solo se si parla di bianchi, anglosassoni e protestanti, per gli afroamericani, tutt’altra storia chiaramente… Un mondo in cui vivere può essere molto facile, se si è disposti a rinunciare alle comodità tecnologiche del presente, ma dove anche intrecciare una qualsiasi relazione sentimentale può comportare dei problemi, visti i modi dell’epoca… e dove bisogna stare molto attenti a scommettere – e vincere – perché gli allibratori non sono persone del tutto raccomandabili.

Stephen King si diverte a offrire la sua personale visione dei viaggi del tempo e della storia, erige un monumentale omaggio all’America di quegli anni, ci racconta una complicata storia d’amore e nel ci racconta di un’impresa coraggiosa e disperata, delle buone intenzioni che, come al solito, lastricano la via dell’Inferno. A tratti lo si può trovare un pò dispersivo, un filo lento, ma come al solito King si prende tutto il tempo – e le pagine – per mettere ogni tassello al suo posto, per collocare persone, cose, eventi ognuno al suo posto, prima di alzare il sipario sul finale che come al solito diventa una corsa a perdifiato in cui tutto cambia in continuazione e in cui il lettore resta sospeso in attesa di capire come realmente andranno le cose.

Dopo il plumbeo “The Dome”, dove ci aveva raccontato la genesi di una dittatura, offrendoci un ‘cattivo da antologia’, in 22/11/’63 King ci offre un clima più solare, quasi ‘favolistico’ (pur con le sue ombre) che flirta con la fantascienza classica e sconfina nell’ucronia: in quella che è l’ennesima efficacissima prova di un grande narratore.