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X-MEN: GIORNI DI UN FUTURO PASSATO

In un futuro più o meno prossimo, uno sparuto gruppo di reduci mutanti cerca di resistere all’attacco delle ‘Sentinelle’, robot creati per individuare ed eliminare i possessori del gene mutante, in grado di adattarsi ai poteri di coloro che si ritrovano a combattere. In un disperato tentativo di risolvere la situazione, la coscienza del Wolverine del futuro viene mandata nel corpo del Wolverine degli anni ’70, allo scopo di impedire che Mystica uccida il creatore delle Sentinelle, dando il via alla catena di avvenimenti che avrebbe portato a quel futuro apocalittico.  Per raggiungere l’obbiettivo, Wolverine dovrà prima scuotere il professor Xavier dal torpore in cui è caduto dopo che la maggior parte dei suoi studenti è stata costretta  a partire per la guerra del Vietnam; poi, liberare Magneto, tenuto rinchiuso in una cella di massima sicurezza al Pentagono dopo essere stato incolpato dell’assassinio di Kennedy; in seguito, convincere i due, trai quali si è creata una frattura apparentemente insanabile, a tornare a collaborare, e per finire cercare tutti assieme di impedire la catastrofe.

Secondo, attesissimo capitolo della nuova vita cinematografica degli Uomini X, dopo il riuscito “X-Men first class”: stavolta alle redini non c’è più Matthew Vaughn, ma viene richiamato Bryan Singer, già autore della prima trilogia… la differenza c’è e si vede: rispetto al precedente lavoro, molto più incentrato sulle psicologie di Xavier e Magneto, stavolta si punta maggiormente sull’azione, riprendendo la storica vicenda narrata da Chris Claremont e disegnata da John Byrne nel 1981; l’alto livello del materiale di riferimento poteva essere un’arma a doppio taglio per Singer, che tuttavia se la cava egregiamente, trasponendo la storia con modifiche (una su tutte: nell’originale a viaggiare nel passato era la mente di Kitty Pride e non di Wolverine) che però alla fine non disturbano.

Una film fondato sulle fondamenta di una storia ben narrata che trova il compimento della propria architettura in un cast che mescola vecchio e nuovo ciclo degli uomini X: così nel futuro ritroviamo Patrick Stewart, Ian McKellan e Hale Berry come Xavier, Magneto e Tempesta; nel passato riecco i giovani Xavier e Magneto  James McAvoy e Michael Fassbender: il ruolo di trait d’union della situazione lo svolge Wolverine – Hugh Jackman, che completa l’efficacissimo trio di protagonisti: assieme a loro, Nicholas Hoult, Bestia, assurto a quarto membro della squadra, e soprattutto Jennifer Lawrence – Mystica, che ancora una volta ruba la scena con la sua seminudità blu, e la riuscita interpretazione di un personaggio sempre al limite tra bene e male. Il cattivo della situazione ha le fattezze di Peter Dinklage, lanciato dalla notorietà acquisita col ruolo di Tyrion Lannister in “Game of Thrones”: un’interpretazione ‘ordinaria’ forse resa un po’ opaca da un doppiaggio non eccezionale.

“Giorni di un futuro passato”  è dominato da un’atmosfera plumbea, da catastrofe incombente, e non è un caso che il futuro distopico da cui parte il film, trovi le proprie radici in anni in cui negli USA è ancora vivo il ricordo dell’uccisione di Kennedy, in cui la catastrofe del Vietnam è alle battute finali, ma le ferite da essa portata sono ancora tutte aperte, e il cui il potere è detenuto da Nixon, che sarebbe diventato il simbolo della corruzione politica. In questo quadro, l’unico momento di alleggerimento è la sequenza cui partecipa il nuovo personaggio di Quicksilver, che garantisce la scena forse più spassosa dell’intero film e che forse avrebbe meritato un utilizzo esteso a tutta la vicenda: c’è da sperare che nel prossimo film avrà un ruolo più ampio.

Il prossimo capito delle avventure degli X-Men, è già in cantiere, dominato dalla parola Apocalisse, che fa già venire un brivido di attesa a tutti gli appassionati…

STEPHEN KING: 22 /11/ ’63

Cominciamo con qualche domandina, facile facile: fermereste la mano di Gavrilo Princip il 28 giugno 1914? Avreste il coraggio di tornare a Vienna, agli inizi del 1908 ed avere il sangue freddo necessario a togliere di mezzo un anonimo aspirante artista che risponde al nome di Adolf Hitler? Fareste una telefonata anonima al Guglielmo Marconi di Bologna la sera del 27 giugno del 1980 inventandovi qualcosa per ritardare la partenza del volo IH870, quel tanto da permettergli di atterrare tranquillamente al Punta Raisi ? Chiamereste la stazione del capoluogo emiliano il 2 agosto dello stesso anno per avvertire che lì sta per esplodere una bomba? Avreste cercato di incontrare ‘per caso’ il Presidente della DC,  nei primi mesi del 1978, per avvertirlo di un sequestro programmato ai suoi danni?

Interrogativi affascinanti e per molti versi inquietanti… Jake Epping è una persona come tante, che si ritrova davanti alla possibilità di rispondere a questa domanda, materializzatasi in uno strano buco temporale, una porta aperta sul 9 settembre del 1958. Una data anonima, un giorno tra tanti… tuttavia… tuttavia, se si ha la pazienza di aspettare, la capacità di adattamento necessaria a vivere per poco più di cinque anni in un passato dove i televisori sono in bianco e nero e si vedono male, dove i computer, i cellulari e Internet potrebbero ben figurare su un volume dell’Urania, dove tutto, dall’abbigliamento, alle convenzioni sociali, al linguaggio è distante oltre mezzo secolo… se avete la pazienza di vivere in un mondo dove il rock ‘n roll sta ancora lanciando i primi vagiti… se, avete il coraggio di vivere tutto questo (magari aiutati da un annuario dei risultati sportivi che vi permette di scommettere andando abbastanza sul sicuro), allora forse potete anche pensare, che ne so, di impedire a Harvey Lee Oswald di ammazzare il Presidente Kennedy… e magari, col tempo, vivere mezzo secolo fa vi potrebbe pure piacere… potreste addirittura incontrare la donna della vostra vita, per dire.
Solo che, insomma, il Passato è una brutta bestia: non è che se ne sta lì lì buono buono a lasciare che il primo fesso di passaggio cerchi di cambiare la Storia. Nononono, non è così che vanno le cose… il Passato è passato:  granitico e sicuro della propria immutabilità e se qualcuno si agita quel tanto da tentare di cambiarlo, beh, allora il blocco di granito assume le sembianze di un serpente pronto a schizzarti negli occhi il suo veleno e mandarti al creatore in cinque minuti e, attenzione, anche nell’ipotesi che riusciste a portare avanti il compito, non è che detto che i risultati sarebbero quelli sperati…

Ne “La Zona Morta”, uno dei suoi romanzi più celebri, Stephen King ci raccontava di un uomo che, uscito dal coma, scopriva di avere la possibilità di ‘leggere’ il passato e il futuro della persone e della sua ‘missione impossibile’ volta ad impedire l’ascesa al potere di un politico che avrebbe portato il mondo dritto dritto alla Terza Guerra Mondiale; a trent’anni circa di distanza, il ‘Re’ affronta il percorso a ritroso, ponendo il suo protagonista nelle condizioni di cambiare la storia… da qui, parte il solito meccanismo oliato (più o meno) alla perfezione, che offre a King il consueto ‘pretesto’ per parlare d’altro: stavolta, per gettarsi a capofitto negli Stati Uniti di cinquant’anni fa e passa: un mondo più tranquillo ed educato, meno frenetico e per certi versi ‘civile’, certo solo se si parla di bianchi, anglosassoni e protestanti, per gli afroamericani, tutt’altra storia chiaramente… Un mondo in cui vivere può essere molto facile, se si è disposti a rinunciare alle comodità tecnologiche del presente, ma dove anche intrecciare una qualsiasi relazione sentimentale può comportare dei problemi, visti i modi dell’epoca… e dove bisogna stare molto attenti a scommettere – e vincere – perché gli allibratori non sono persone del tutto raccomandabili.

Stephen King si diverte a offrire la sua personale visione dei viaggi del tempo e della storia, erige un monumentale omaggio all’America di quegli anni, ci racconta una complicata storia d’amore e nel ci racconta di un’impresa coraggiosa e disperata, delle buone intenzioni che, come al solito, lastricano la via dell’Inferno. A tratti lo si può trovare un pò dispersivo, un filo lento, ma come al solito King si prende tutto il tempo – e le pagine – per mettere ogni tassello al suo posto, per collocare persone, cose, eventi ognuno al suo posto, prima di alzare il sipario sul finale che come al solito diventa una corsa a perdifiato in cui tutto cambia in continuazione e in cui il lettore resta sospeso in attesa di capire come realmente andranno le cose.

Dopo il plumbeo “The Dome”, dove ci aveva raccontato la genesi di una dittatura, offrendoci un ‘cattivo da antologia’, in 22/11/’63 King ci offre un clima più solare, quasi ‘favolistico’ (pur con le sue ombre) che flirta con la fantascienza classica e sconfina nell’ucronia: in quella che è l’ennesima efficacissima prova di un grande narratore.