Posts Tagged ‘Josh Brolin’

AVENGERS INFINITY WAR

Quando Thanos – già artefice della prima invasione aliena di New York – decide di impadronirsi delle sei ‘Gemme dell’Infinito’ (potentissimi oggetti capaci di controllare i vari aspetti della realtà, due delle quali sono sulla Terra, in possesso del Dr. Strange e Visione), al fine di ‘risolvere’ il problema del sovrappopolamento universale facendo piazza pulita della metà dei suoi abitanti – gli Avengers dovranno ‘ritrovarsi’ e unire le forze coi ‘nuovi arrivati’ della comunità dei supereroi… ma basterà?

Finalmente, quello che tutti gli appassionati di fumetti attendevano dalla famosa scena ‘post credit’ del primo Avengers; finalmente, tutto quello che gli appassionati del filone cinematografico aspettavano.
“Avengers Infinity War” arriva e (in larga parte) non delude: un gigante ipertrofico, sviluppato tra lo spazio e la Terra, pianeti devastati e New York, l’Africa e stelle morenti; gli Avengers si riuniscono per una battaglia campale nel Wakanda; Iron Man e Thor, col Dr. Strange e l’Uomo Ragno assieme ai Guardiani della Galassia nello spazio: botte da orbi ovunque come se non ci fosse un domani fino al finale ‘spalancato’ che apre le porte alla nuova fase dell’Universo Marvel su grande schermo, mentre all’orizzonte si profila l’arrivo di un nuovo ‘capitano’ – anzi: capitanA – che promette di essere l’unica veramente in grado di prendere a calci nelle terga il ‘cattivone’ di turno.

Si fa piacere, questa ‘Guerra dell’Infinito’: lasciando fuori dalla porta i raffronti col fumetto, avendo ormai assimilato la tendenza alle ‘battutine’ (che se non altro dono più dosate e non sparse ‘ad minchiam’ qua e là), si fanno apprezzare la ‘crisi d’identità’ di Banner, incapace di far riemergere un Hulk traumatizzato e un Groot metafora di un’alienazione giovanile solo apparente.

Il resto, come detto, sono ‘botte’, che per certi versi cominciano a dare l’impressione di ‘giá visto’; il finale però merita, perché – almeno per i meno smaliziati – lascia più domande che risposte: piccola rivincita per gli appassionati di fumetti, molto più ‘avvezzi’ a certe situazioni.

Chiudo con una nota personale: erano due che non andavo a vedere un ‘cinecomic’, da “Batman v Superman”; per la Marvel devo risalire a “Age of Ultron”: è stata una pausa ‘salutare’, che mi ha permesso di riconciliarmi col ‘genere’, affrontando questo film liberandomi del bagaglio di ‘pretenziosità’, tipico degli appassionati di fumetti.
Il discorso sarebbe lungo, ma va ormai serenamente accettato che i fumetti non sono i film, così come la Marvel di oggi non è quella di 15, 30, 45 anni fa. “Avengers Infinity War” promette divertimento e divertimento offre: questo alla fine può bastare.

P.S. Mentre pubblico su WP, mi accorgo di non aver fatto alcun riferimento agli attori, il che qualcosa vorrà effettivamente dire: alla fine, questo è uno dei film meno ‘recitati’ dell’intero corpus cinematografico marvelliano; si potrebbero giusto citare la buona prova di Josh Brolin come Thanos, per quanto trasfigurato dalla grafica computerizzata e l’apparizione di Peter Dinklage, beniamino dei seguaci di “Game of Thrones”; per il resto, veramente poca roba, con attori, a cominciare da Scarlett Johansson, che ormai ottengono perfino di rinunciare alla tinta dei capelli e altri che in tutta evidenza si limitano a svolgere un compitino, con poco o nullo coinvolgimento. L’impressione è di essere veramente alle soglie di un cambio generazionale e che i vari Downey Jr. (che ormai anche ‘a vista’ comincia a sembrare troppo ‘maturo’ per interpretare un supereroe), Evans e Ruffalo, siano ormai discretamente annoiati di vestire i panni degli Avengers; l’unico che sembra ancora ‘crederci’ in una certa misura è Chris Hemsworth; più coinvolte le ‘nuove leve’, anche se poi questo film non ha richiesto chissà quali ‘prove’ interpretative.

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VIZIO DI FORMA

Nella California ‘strafatta’ degli anni ’70, il detective privato Larry Sportello (Joaquin Phoenix) si mette alla ricerca di una sua ‘fiamma’, scomparsa dopo essere stata coinvolta a sua volta nel caso del rapimento di un grande immobiliarista…
Quello dell’investigatore privato spiantato che finisce per avere a che fare con faccende più grandi di lui è un topos letterario e cinematografico ampiamente sfruttato; se però a metterci le mani sono prima Thomas Pynchon, uno dei nomi di punta della narrativa americana contemporanea, autore dell’opera originale, e poi Paul Thomas Anderson, regista non certo ‘canonico’ né facile, gli esiti possono essere imprevedibili.
“Vizio di forma” rispetta la previsione: una ‘chrime’ story votata alla commedia con accenti spesso e volentieri surreali, in cui il protagonista, perennemente in preda ai fumi dell’erba, si imbatte in una serie di personaggi  e situazioni altrettanto fuori di testa, tra comuni hyppies, dentisti tossicomani, esponenti delle forze dell’ordine che si credono Callaghan, piacenti donne in abiti succinti e con le cosce (e altro…) sempre in bella vista, che sembrano uscite direttamente da un softcore dell’epoca.

Paul Thomas Anderson ci ha abituato a film ‘non facili’: personalmente per me resta indelebile la memoria di “The Master”, che vissi come un’autentica tortura e che – con tutto il rispetto per il regista – ricordo come il peggior film visto negli ultimi anni… se non altro, stavolta il fatto di aver buttato tutto sul registro della commedia, e spesso della farsa, permette di superare abbastanza agevolmente l’ostacolo di una narrazione lineare ma frastagliata, piena di ‘non detti’, a base di svolte e deviazioni improvvise… del resto non poteva essere altrimenti, considerando il materiale di partenza: non ho letto “Vizio di forma”, ma ho conosciuto Pynchon  attraverso “L’incanto del lotto n.39”, e in quel caso si trattava di una vicenda contorta, che partiva in un modo e finiva per avere uno sviluppo imprevedibile.

Alla fine, senza farsi prendere troppo dalla vicenda di fondo, si riesce a godere “Vizio di forma” nel suo essere una sequenza di gag che nel loro essere ‘surreali’ non possono che generare una risata, con una galleria di personaggi esagerati e contemporaneamente un efficace ritratto  dell’epoca e, anche se in misura minore, un omaggio a certo ‘cinema di genere’ dell’epoca, dal poliziesco all’erotico; la ricostruzione storica è riuscita e coinvolgente, grazie a costumi, atmosfere musiche: imperdibile la tracklist, cui si aggiungono le sonorizzazioni di Johnny Greenwood dei Radiohead.

Joaquin Phoenix supera la prova della commedia, dopo tanti personaggi tormentati (da Johnny Cash allo stesso protagonista di The Master): in questo caso, siamo di fronte ad un personaggio perennemente ‘fatto’, che a tratti non riesce nemmeno a capire quello che gli sta succedendo attorno… spassosissima l’interpretazione di Josh Brolin nel ruolo del poliziotto tutto d’un pezzo, con echi del Callaghan Eastwoodiano; attorno, un manipolo di apparizioni tra le quali è memorabile quella di Martin Short; tra gli altri, merita almeno una citazione la presenza di Johanna Newsom, esponente di punta del folk americano contemporaneo, conosciuta soprattutto per la sua musica a base di voce ed arpa; per il resto, in ordine sparso, Benicio del Toro, Reese Whiterspoon, Owen Wilson e Jena Malone.

Un film non consueto, non facilissimo, ma in fondo godibile, che dopo “The Master” mi ha portato a riconciliarmi, almeno in parte, con Paul Thomas Anderson.