Posts Tagged ‘John De Leo’

VALE & THE VARLET, “BELIEVER” (A BUZZ SUPREME / DIGITALEA)

Vale & The Varlet, alias Valeria (Sturba, già collaboratrice di John de Leo e dei quasi impronunciabili OooopopoiooO) & Valentina (Paggio, già con i Duodeno): si incontrano, si piacciono, si ‘annusano’ e capiscono infine che su quella istantanea simpatia si può costruire qualcosa di artisticamente concreto. Un paio d’anni ed eccole qui: un disco ‘casalingo’, per pianoforte e percussioni.

Musica ‘da camera’ nel vero senso della parola, visto che il disco è stato ideato ed assemblato tra le proverbiali quattro mura: personalità e sensibilità che si incrociano, sovrappongono, uniscono.

Valentina ci mette la melodia, Valeria arricchisce con elettronica, scricchiolii, lo scorrere eccitato dell’archetto sulle corte del violino, talvolta pizzicate a mo’ di ukulele; oppure è Valeria a imbastire loop elettronici per i quali Valentina trova subito la soluzione melodia più adatta: efficace simbiosi.

Undici brani (cui contribuiscono un paio di ospiti) per un pop sghembo, un cantautorato obliquo, ninnananne per pargoli di un altro pianeta; citazioni colte (il Bolero di Ravel, la Carmen di Bizet), folk con vaghe folli accentazioni, blues dai contorni apocalittici, melodramma postatomico, cabaret intergalattico.

Un cantato a fasi alterne, tenerezza, parodie infantili, un filo di malinconia. Messaggi d’amore, richieste d’aiuto, storie minime, ordinario quotidiano: il mondo, visto da una stanza, lo sguardo che socchiude la porta di un infinito interiore…

Nonostante certe ‘schegge’, il terreno che a tratti si fa scosceso e accidentato, la summa di “Believe” è la dolcezza: un disco che trasmette tepore domestico, ideale da ascoltare in una giornata di pioggia, tè e biscotti, immaginando di essere lì, con Vale & Vale che nel frattempo affastellano e danno corpo alle loro idee.

FRANCOBEAT, “RADICI” (BRUTTURE MODERNE / AUDIOGLOBE)

Fin dai primi lavori discografici, Francobeat (all’anagrafe Franco Naddei) si è dedicato alle contaminazioni tra musica e letteratura, con lavori – anche teatrali – ispirati alle opere di Rodari, Sciascia, Manganelli; poi, un paio di anni fa, una proposta: musicare i testi scritti dagli ospiti della residenza per disabili mentali “Le radici” di San Savino, nei pressi di Riccione.

Proposta che diventa sfida, impegno, impresa, un lavoro di due anni nel quale Francobeat ha progressivamente coinvolto una serie di amici, trai quali John DeLeo, Sacri Cuori, Diego Spagnoli degli Aidoru. Il risultato sono questi quattordici brani, cui Francobeat ha conferito varie vesti sonore: spesso e volentieri all’insegna di atmosfere elettropop (il suo principale riferimento sonoro), ma anche di folk acustico, di indie-rock vagamente sbilenco, con episodi che rimandano a Tricarico, Bugo, volendo Elio e le Storie Tese.

Il materiale è di quelli delicati, da ‘maneggiare con cura’: ascoltato così, senza conoscerne la storia, “Radici” è uno di quei dischi che possono fare la felicità degli amanti del nonsense, delle atmosfere surreali e sbilenche, del flusso di coscienza, dell’attitudine ludica pronta a trasformarsi in meditazione crepuscolare… ma col senno di poi, non si può non ascoltare il lavoro sapendo che questi testi sono frutto di un disagio reale… come quando si abusa del termine ‘matto’, per definire una persona semplicemente ‘fuori dagli schemi’, dimenticandosi troppo spesso le vittime del vero disagio, della reale malattia.

Non che per questo ad ascoltarlo ci si debba per forza immalinconire, o peggio impietosire: forse, invece, incuriosire, magari intenerire, spesso e volentieri riflettere, su questi testi: talvolta semplicemente fantasiosi, che in altre occasioni rappresentano il proprio vissuto, la propria storia, il modo di guardare a sé stessi e alla realtà circostante… quello che succede, in fondo, per qualsiasi autore, di canzoni, poesie od altro.

E allora, forse, il pregio maggiore di questo progetto è portare all’esterno un mondo che, troppo spesso, si preferisce pensare ‘a parte’, come se all’interno delle mura delle strutture di cura vivessero solo persone chiuse nel buio della propria inconsapevolezza, incapaci di comunicare all’esterno, o di farlo in modo comprensibile… magari, spesso, si preferisce pensarlo, forse perché più ‘comodo’ perché la disabilità mentale (e non solo) mette a disagio… e invece “Radici” mette in scena i sogni, l’immaginazione, le riflessioni di persone che la disabilità mentale rende certo ‘diverse’, ma non per questo poi così distanti dai cosiddetti ‘normali’.