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GUARDIANI DELLA GALASSIA

Cinque personaggi in cerca d’autore, cani sciolti abituati a starsene per conto loro si trovano a dover collaborare per evitare un genocidio planetario, (ri)scoprendo nel frattempo il valore dell’amicizia…

La Marvel si prende una pausa: in attesa di tornare a raccontare le gesta dei Vendicatori (è di questi giorni l’uscita del trailer del prossimo film), si abbandona la Terra per una vacanza ‘spaziale’, raccontando le gesta dell’ultima versione dei Guardiani della Galassia. Peter Quill è un terrestre rapito da bambino dagli alieni (il cui unico legame col proprio passato è una cassetta piena di hit degli anni ’70 e’80) divenuto una sorta di avventuriero cosmico, che si trova a capitanare un variegato gruppo di individui: una bella ed altera guerriera dal colorito verdastro (no, Hulk non c’entra nulla), un uomo in cerca di vendetta, una coppia di cacciatori di taglie composta da un procione antropomorfo con la passione delle armi (spesso più grosse di lui) e un albero umanoide che si esprime con la sola frase “Io sono Groot”, e anche il tormentone è servito…

Diciamocela tutta: la Marvel ha fatto centro anche stavolta, a partire dalla scelta di concentrarsi su personaggi di ‘seconda schiera’ rispetto ai soliti ‘grossi calibri’, da un lato intrigando i fumettofili, dall’altro dando al pubblico dei non appassionati la possibilità di confrontarsi con protagonisti dal passato meno ‘ingombrante’. L’azione si sposta nello spazio, creando una cesura col classico ‘mondo di riferimento’ degli eroi Marvel (pur conservando alcuni legami coi film precedenti), consentendosi, in una certa misura, di ‘sperimentare’.
Certo, ‘sperimentazione’ è una parola grossa, ma l’impressione è che questo film sia servito per concedersi qualche libertà non permessa dai precedenti lavori. Il fattore comune è quello di una fantasmagoria visiva che compie ulteriori passi in avanti, complice l’ambientazione aliena / cosmica che permette di sbizzarrirsi, peraltro con momenti quasi ‘lirici’; per altro verso, però, ci si diletta pigiando l’acceleratore sul registro comico: in questo senso va sottolineato l’utilizzo efficacissimo della colonna sonora, con effetti di contrasto ed alleggerimento in alcune parentesi che altrove sarebbero state dedicate al pathos ed alla tensione. Gag a profusione in aggiunta, dominate dalla bizzarra coppia del procione – albero, ma affidate anche allo stesso Quill, alla vaga stupidità del guerriero Drax e a volte perfino allo scontrosa Gamora. In questo senso, ma non solo, Guardiani della Galassia è forse il più disneyano dei film dedicati ai supereroi della Marvel: se combattimenti, eroismo e quant’altro hanno comunque il giusto spazio, maggiormente sottolineati sono certi concetti – l’amicizia, l’unità nella diversità – tipiche dei prodotti della ‘Casa del Topo’; del resto, cosa c’è di più disneyano di un procione e un albero parlanti.
Il film si snoda all’insegna di uno svolgimento prevedibile, momenti di combattimento (duelli a due, scontri di massa, battaglie spaziali) abbastanza consueti, caratteri tipici: il cast se la cava, complice una sceneggiatura che non tocca certo vertici da capogiro; tuttavia, va almeno sottolineato come Chris Pratt (fin qui noto per serie tv e ruoli marginali sul grande schermo) colga al meglio la ‘grande occasione’ offertagli col ruolo di Quill’; assieme a lui, una Zoe Saldana il cui personaggio è per lo più affidato al sex appeal dai riflessi verdastri e la stella del wrestling Dave Bautista che tutto sommato se la cava. Il film andrebbe poi visto in lingua originale per godere delle presenza di Vim Diesel, voce dell’arboreo Groot e di Bradley Cooper, inteprete del procionesco Rackoon: partecipazioni che fatalmente si perdono nel doppiaggio italiano; trai ruoli di rincalzo, si possono citare John C. Reilly, Glenn Close, Benicio del Toro e  Michael Rooker. Impalpabili o quasi i ‘cattivi’ della situazione, la cui presenza alla fine finisce per essere quasi pretestuosa.

Guardiani della Galassia è insomma un buon prodotto di evasione, che mantiene tutto ciò che promette e che tra un combattimento e l’altro offre più di un’occasione di divertimento e per autentiche risate; un riuscito esempio di avventura volta alla commedia, parentesi fordr anche necessaria rispetto ai climi spesso plumbei dei Marvel-movies; rispetto agli ultimi prodotti del genere, un modo diverso di cercare altre strade rispetto a Capitan America – Soldato d’Inverno (il quale però si faceva forse preferire coi suoi risvolti da spy story anni ’70), ma comunque un passo in avanti rispetto al poco riuscito Thor – The Dark World, nel quale l’elemento comico era inserito spesso e volentieri in modo poco pertinente, con effetti deleteri.

RALPH SPACCATUTTO

Per trent’anni, Ralph è rimasto prigioniero del suo ruolo da ‘cattivo di videogioco’, passando la propria esistenza a a spaccare ciò che Felix, l’eroe del videogame, poi ripara. Una vita di solitudine in cui, spentesi le luci della Sala Giochi, viene da sempre emarginato dagli altri protagonisti perché considerato cattivo ‘a prescindere’, finendo per frequentare un gruppo di ‘cattivi anonimi’, in cui le varie ‘nemesi da videogame’ sfogano le proprie frustrazioni.

Un giorno però Ralph decide di averne abbastanza di essere cattivo ‘per contratto’ e parte alla ricerca della gloria, per poter essere accettato dai suoi compagni di gioco: una ricerca che lo porterà ad incontrare e aiutare una bambina, Vanellope, protagonista di un altro videogame, che ha subito per ragioni diverse lo stesso destino, e che lo condurrà addirittura a sventare un’invasione aliena che rischia di mettere in pericolo l’intero mondo dei videogiochi… Questa – semplificando al massimo per non svelare troppo, la trama di Ralph Spaccatutto, consueto film natalizio della Disney. Lasciato per un momento da parte il filone delle principesse, esempi più recenti La principessa e il ranocchio e Rapunzel, cui si è aggiunto solo pochi mesi fa Ribelle – The Brave(targato Pixar) la Disney ci regala un lungometraggio che, più di altri, oltre ad essere dedicato ad un pubblico infantile, strizza l’occhio ai più grandicelli: in effetti lo stile appare molto più vicino proprio a certi lungometraggi prodotti dalla Pixar (come Wall-E o Up) che non al filone classico.

Una vicenda abbastanza ‘consueta’, a base di ‘solitudini che si uniscono’, usata per lanciare il messaggio di fondo di non lasciarsi incasellare, di non rassegnarsi a rivestire un ruolo solo perché ‘qualcuno ha deciso così’ e non ci si può fare nulla… Allo stesso tempo il regista Rick Moore, assieme agli sceneggiatori Jennifer Lee e Phil Johnston, aprofitta per costruire un divertente e sentito omaggio alla storia dei videogiochi, infarcendo soprattutto la prima parte del film con omaggi e citazioni che coprono trent’anni di storia, da Pong agli odierni ‘sparatutto’, passando per Pac-Man e Street Fighter.

Il tutto, come si conviene, all’insegna di azione, gag, personaggi che inteneriscono (più che il protagonista, la star del film diventa Vanellope, un personaggio destinato a rimanere nella memoria degli spettatori), momenti che strappano di volta in volta la risata esplosiva ed il sorriso più ‘di testa’, la riflessione e l’immancabile ‘lacrimuccia’.
Per la visione nelle sale siamo quasi fuori tempo massimo, ma tanto per la versione ‘da casa’, bisognerà aspettare poco, potendo così approfittare per ascoltare l’originale, in cui a interpretare Ralph è John C. Reilly (peraltro trai due c’è anche una certa somiglianza fisica) mentre il doppiaggio italiano, sebbene solo a livello di intuito, desta qualche perplessità.
Ultima notazione per Paperman, corto che viene mostrato prima del film: un autentico gioellino.