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ELECTRIC BIRD NOISE, “THE SILBER SESSIONS” (SILBER RECORDS)

Attivi dalla fine degli anni ’90, gli Electric Bird Noise sono essenzialmente una ‘creatura’ di Brian Lea McKenzie, personaggio che nel corso della sua carriera ha collaborato con vari gruppi a cavallo tra le scene post-rock e dark-wave (tra questi, ultimi in ordine di tempo, i Remora di Brian John Micthell).

“The Silber Sessions”, che ‘celebra’ appunto, il neonato sodalizio con la Silber Records, (casa, tra gli atri, degli stessi Remora e di Azalia Snail), è una raccolta di rarità e di collaborazioni, che offre uno sguardo d’insieme sull’ormai quasi quindicennale percorso di McKenzie.

Tra il pezzo di apertura, quasi un tema da colonna sonora nello stile di John Barry, e quello di chiusura, una rarefazione minimalista usata per commemorare l’11 Settembre 2001, l’ascoltatore si potrà imbattere in brevi ‘divertissement agresti’, in pezzi onirici, episodici interventi vocali dall’afflato etereo, svisate più ‘accese’, ma mai sopra le righe. Dominano chitarre dal sapore wave /post punk, contornate di volta in volta da una varia congerie di strumenti ad arricchire il piatto, che presenta tra l’altro una cover del classico Santa Claus is coming to town.

Tredici pezzi, per poco più di mezz’ora di durata, caratterizzati anche da una certa coerenza d’insieme, per quanto si tratti di una raccolta, per un disco che si lascia apprezzare, anche se forse destinato soprattutto ai frequentatori del ‘genere’ e a chi già magari conosceva l’autore.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY

THE LITTLE KICKS (AUTOPRODOTTO)

Secondo lavoro per questa band scozzese, che già con l’esordio di “Boxing Clever” (risalente a un paio di anni fa) avevano ottenuto un discreto riscontro, arrivando a calcare i palchi di spalla a band come The Kooks, Glasvegas, Editors.

Siamo, lo si sarà già capito, dalle parti del pop britannico ‘ultima maniera’, che non disdegna di guardare ai ‘padri nobili’ ma che, per ovvie ragioni anagrafiche ha nelle band di anni ’90 e dintorni le proprie ‘stelle polari’.

Il risultato è un lavoro ‘esteticamente’ ineccepibile: le otto tracce presenti (nove, se si considera il breve intro strumentale dal mood che ricorda vagamente John Barry), spaziano tra momenti più energici (ma cum grano salis) e parentesi votate alla riflessione, elettricità composta e territori acustici, orientamenti pop e un’escursione (solo accennata), in territori più dilatati.

Il gioco dei rimandi può offrire innumerevoli opportunità, e non è il caso di stare qui a enumerare tutto ciò che può venire in mente ascoltando il quartetto… ci si può allora limitare che la formula, pur non offrendo alcuno spunto di originalità, alla fine si fa piacere: è insomma il classico disco di una band che, imparata a menadito la lezione dei propri maestri, cerca di riproporla mettendoci qualcosa del suo (ora riuscendoci, ora meno). Un disco gradevole, alla fine, il cui apprezzamento può andare anche un pò oltre il tipico uditorio del genere.

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