Posts Tagged ‘INRI’

TRE SINGOLI

Recensione ‘atipica’: stavolta, qualche riga su tre pezzi ‘a sé.

‘Costantemente Incostante’ (Libellula Music) è il secondo singolo pubblicato dalla giovane cantautrice biellese Ophelia Lia: riflessioni su sé stessa sullo sfondo di un quotidiano ordinario e i postumi di una relazione finita.

Una vocalità quasi jazz, con qualche accenno ‘virtuosistico’ si staglia stacca da uno scenario sonoro minimale e squisitamente percussivo.

La fine di un amore è anche il tema di ‘Il Presente’ (Dischi Sotterranei / Libellula Music), brano tratto dal quasi omonimo quarto lavoro del cantautore italo-franco-romeno Nicolas J. Roncea, il primo cantato in italiano.

Stavolta il tutto è tradotto in una lettera alla ex compagna, con un bel po’ di rabbia e una bella dose di amarezza, su sonorità accese, ruvide e un filo taglienti, nel solco del rock ‘alternativo’ statunitense.

Non c’è due senza tre, e di amori finiti male, stavolta all’insegna della ‘rinascita’ cantano in ‘The One’ (INRI / Metatron / Libellula Music) le tre ragazze (più un ‘accompagnatore’) delle Twee: un trio vocale che rilegge in modo divertito una tradizione ‘d’antan’ con qualche suggestione da musical, e la tromba dell’ospite Roy Paci a rendere più sgargianti le tinte solari di un pezzo a tratti arrembante.

BUZZY LAO, “HULA” (INRI)

Disco d’esordio per questo cantautore torinese che si fa conoscere solo con lo pseudonimo di Buzzy Lao, varie esperienze alle spalle tra cui una lunga parentesi londinese, la consueta gavetta dal vivo, di supporto, tra gli altri, a Dente, Daniele Celona e Omar Pedrini, un singolo e un primo Ep all’attivo.

Ora, il primo tentativo sulla lunga distanza, coadiuvato da Fabio Rizzo (già al lavoro con Nicolò Carnesi e Pan del Diavolo); tredici brani (tra cui un breve strumentale) poco più di cinquanta minuti la durata, per un lavoro che affianca ad una tipica impronta cantautorale, suggestioni sonore che, partendo da una forte componente blues, ampliano l’orizzonte verso il soul, il folk, fino a lambire territori reggae e rock.

Un disco che assume i connotati, se non di una sorta di seduta di analisi, quelli di un tirare le somme, di un fare il punto della situazione su quanto compiuto e percorso fino ad ora, come a fotografare una fase della propria vita prima che questa si chiuda e una porta si apra sul prossimo futuro.

Riflessioni esistenziali, magari dominate da un clima di incertezza, tipico di chi si trova a metà di un guado, a cercare dentro di sé la forza per affrontare nuove sfide ‘di vita’, si uniscono alle classiche traversie sentimentali, tra amori ‘in corso’ e storie già concluse, con tutto il carico che portano con sé.

Buzzy Lao interpreta con varie coloriture emotive, alternando intensità e leggerezza e trovando nella sua chitarra Weissenborn una sorta di ‘seconda voce’, di contraltare sonoro dominante.

Un lavoro per certi versi un filo dispersivo che però mostra un cantante già abbastanza consapevole delle proprie potenzialità.

LOSBURLA, “STUPEFACENTE!” (INRI / ALABIANCA)

Secondo disco per Roberto Sburlati alias Losburla, chiamato alla prova del secondo disco che, come diceva qualcuno, è sempre il più difficile; opera ancora più complicata, se si vuole, dato che c’era in un certo senso da rispondere alle attese createsi col primo lavoro, ottimamente accolto dalla critica.

E forse l’unico modo per alleggerire la pressione di un riscontro almeno in parte inaspettato, era quello di affidarsi alle proprie sicurezze, almeno in parte di ritrarsi in sé stessi, riducendosi all’essenziale, nelle parole (marcando magari l’impronta autobiografica) e nei suoni, agendo in larga parte per sottrazione, con l’aiuto in fase di produzione di Carmelo Pipitone dei Marta sui Tubi, col quale qui viene inaugurata la collaborazione.

Undici pezzi, che veleggiano dall’insospettabile title track messa in apertura, un parlato su base elettronica che sfiora l’hip hop e il brano dal vivo che chiude il disco, una cover dei poco conosciuti Truzzi Broders; nel corso della navigazione, si toccano lidi new wave e fiordi stoner, la tradizione cantautorale stella polare di una rotta che attraversa in ugual misura acque rock e pop, mari mossi dall’elettricità, tranquilli specchi d’acqua acustici.

Il cantautore, astigiano di nascita, ma da tempo trapiantato a Torino, racconta sogni, riflette sul proprio essere musicista, sugli errori compiuti che alla fine non si sono rivelati tali, su ciò che si vuole e non vuole essere; si sofferma sui ‘massimi sistemi’: essere / apparire, la smania che spinge tanti alla ricerca compulsiva del riempimento di ogni spazio / tempo disponibile, la Storia e la memoria; trova lo spazio per una parentesi sentimentale e per una dedica – commiato da chi se n’è andato.

L’umore ondeggia costantemente tra malinconia e ironia, all’insegna un certo disincanto: a tratti ci si figura un Rino Gaetano cresciuto tra le nebbie delle Langhe e all’ombra delle Alpi.

Losburla riesce così a superare la difficile prova del secondo lavoro, giocando per lo più la carta delle atmosfere raccolte, ma pronto – come testimonia più di un brano – a riaprirsi al mondo esterno.

LINEA 77, “OH!” (INRI)

I Linea 77 sono tornati: a cinque anni di distanza dall’ultimo disco, passati attraverso un periodo complicato, all’insegna di cambi di formazione, progetti discografici saltati, un paio di Ep, quasi testimonianze isolate della propria ‘esistenza ’.

Di acqua sotto i ponti ne è passata, anche musicalmente, ma i Linea 77, che nei primi anni 2000 irruppero quali alfieri della via italiana al nu-metal, nonostante tutto restano fedeli a loro stessi, in quello che dichiaratamente è un ritorno alle origini.

La via migliore per ricominciare è insomma quella più semplice: fare ciò che si sa fare meglio, senza tanti pensieri e complicazioni: un’essenzialità che parte dallo stesso titolo, “Oh!”, semplice quanto incisiva esclamazione, sorta di dichiarazioni d’intenti e allo stesso tempo di timbro messo in calce ai dieci brani che compongono il disco, susseguirsi inesausto di ritmiche martellanti, chitarre strabordanti e il consueto ‘parlar ritmato’ (con il frequente accompagnamento di alcune ‘voci ospiti’) il più delle volte gridato, sbraitato dietro al microfono.

Un disco dall’incedere marziale e nevrotico, che parla dell’oggi e delle sue nevrosi, una società portata sull’orlo – ed oltre – la crisi di nervi, dal conflitto irrisolto tra l’identità del singolo e l’omologazione imposta dall’alto. Un malessere che trova valvole di sfogo nel ricorso agli psicofarmaci (‘Presentat-Arm!’) o nel riappropriarsi della propria singolarità (‘Io sapere poco leggere’) e nello sguardo corrosivo verso ciò che gira intorno (‘L’involuzione della specie’).

Un lavoro verace, diretto, del tutto incurante rispetto a qualsiasi pretesa di originalità, intento solo a picchiare duro sugli strumenti e sui timpani e lo stomaco dell’ascoltatore. I Linea 77 sono tornati.

TITOR, “ROCK IS BACK” (INRI)

Nato nel 2007 dalla collaborazione di vari musicisti della scena torinese, tutti con varie esperienze alle spalle ( tra gli altri  I Treni all’Alba, Distruzione, Dead Elephant, Sickhead), dopo aver pubblicato un Ep e partecipato ad un disco – tributo ad Ivan Graziani pubblicato da XL nell’estate dello scorso anno, il progetto Titor giunge finalmente all’esordio sulla lunga distanza.

“Rock is back”: titolo ‘programmatico’ e forse un filo pretenzioso per un disco che si affida completamente alla sua indiscutibile potenza d’impatto: sgombriamo il campo da equivoci, evitiamo dispendiose lungaggini: il quartetto (coadiuvato in un episodio da Nitto dei Linea 77) inanella nove brani (inclusa la riproposizione di Motocross di Graziani in una lettura riuscitissima proprio per il suo travolgere il pezzo originario pompandone all’estremo la virulenza) all’insegna di un’attacco sonoro inesausto e senza requie; poco più di 35 minuti a base di sonorità, aspre, grevi, sature e urticanti, che traggono linfa dalla più nobile tradizione punk, hardcore (e post), condendo il tutto con una ‘muscolarità’ metallica.

Un cantato adirato, che sbraita dal microfono liriche abbastanza ‘consuete’ per il genere, tra la classica rivendicazione della propria diversità e il prendere di mira gli aspetti più deleteri della società, all’insegna di una rabbia corroborata da un sarcasmo sul filo del cinismo; la accompagnano chitarre che non si stancano di frustare i timpani dell’ascoltatore, mentre la sezione ritmica procede dritta, spedita, incurante di qualsiasi ostacolo si trovi sul proprio percorso.

Il titolo appare pretenzioso, la copertina lascia obbiettivamente a desiderare (il torso nudo lascia forse immaginare qualcosa di molto più glamour… forse il contrasto è voluto), i testi obbiettivamente non riportano una sconvolgente originalità, eppure… il disco fa si che su tutto questo si possa agevolmente sorvolare: l’ira sonora e volare che Titor sparge ad ampie badilate basta e avanza.

BIANCO, “STORIA DEL FUTURO” (INRI)

“Nostalgina”, esordio risalente allo scorso, aveva fatto guadagnare ad Alberto Bianco i favori di critica e pubblico. Il cantautore torinese (di Moncalieri) torna ora con un secondo lavoro, in occasione del quale chiama ha chiamato a collaborare con lui un nutrito gruppo di ospiti, capitanati da Tommaso Cerasuolo (Perturbazione) e Gionata Mirai (Teatro degli Orrori).

Il risultato sono questi undici pezzi (più una ghost track, posta in coda), nei quali Bianco (come più semplicemente ha deciso di farsi chiamare nel corso della sua avventura artistica), si dedica a un indie pop venato di folk (con qualche parentesi più orientata al rock) dall’impronta fortemente cantautorale.

Sospeso tra raccoglimento, ritmi lenti, quasi dilatati, dalle tinte vagamente crepuscolari o all’apposto pronto ad aprirsi in momenti di brillante luminosità dall’appeal quasi radiofonico, “Storia del futuro” trova una parallela molteplicità di sensazione sotto il profilo strettamente sonoro, grazie all’ampia gamma della strumentazione: banjo, contrabbasso, archi e fiati si affiancano alle immancabili chitarre e sezione ritmica, con pianto e synth ad accrescere ulteriormente lo spessore sonoro.

Testi che ondeggiano tra l’amore, con le sue tenerezze e le sue complicazioni e l’introspezione, con uno sguardo sul se ora amaro, ora disincantato, ma sempre sul filo di una vaga ironia. Fulminato, Quasi vivo e Morto costituiscono una tripletta che probabilmente non è stata messa in sequenza per non dare l’idea di una progressione voluta, tuttavia metterle in correlazione l’una con l’altra, risulta quasi immediato, mentre La strada tra la Terra e il Sole, pur riportando al repertorio di Moltheni, è comunque dotata di una sua potente personalità, che la rende forse il miglior brando del disco.

Bianco ha battezzato il suo secondo disco “Storia del futuro” (come una delle tracce che lo compongono): nell’ascoltarlo tuttavia, l’impressione è che di futuro davanti ne abbia parecchio e che di storia da scrivere ce ne sia ancora parecchia.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY

MONACI DEL SURF (INRI)

I Monaci del Surf sono in tre e, a quanto pare, vengono da Torino. Punto. Questo è quel tanto che loro desiderano far sapere sul loro conto, apparendo sulla copertina del disco in forma ‘fumettistica’, conciati come tre lottatori di lotta libera messicana. Espediente non nuovo, ma sempre efficace, diffondendo quel tanto di basta di mistero attorno al loro conto per suscitare l’attenzione dell’ascoltatore, o forse con la sola intenzione di mettere al centro la loro musica, senza ulteriori fronzoli. Non che poi ce ne fosse il bisogno, perché questo curioso e divertente lavoro basta di per sè a interessare l’ascoltatore, anche per il solo fatto che i dodici pezzi cui ci si trova di fronte sono cover, peraltro abbastanza celebri.

I Monaci del Surf rileggono alla loro maniera celebri capitoli delle colonne sonore dei film western anni ’70 e oltre, non risparmiandosi qualche escursione pop, anche arrivando ai giorni nostri: Apache e Trinità, La Stangata e La Famiglia Addams, Sunni (mescolata col tema di  007) e Perhaps, Liber – Stoller e Quincy Jones, fino a un’inaspettata rivisitazione di Get the party started, portata al successo da Pink.

Il tutto appunto, riletto partendo da una base surf, ma di volta in volta connotato di elementi che vanno dal funk e arrivano alle soglie del noise, passando per accenti punk. Il tutto, con un paio di eccezioni, in forma del tutto strumentale, con qualche intervento vocale e l’aggiunta di tastiere e fiati allorché ce ne sia il bisogno.

Il gioco è riuscito e come detto divertente: come spesso accade in questi casi, il pezzo migliore è quello il cui originale più si distanzia dalla rilettura, e allora la palma di brano d’elezione va senz’altro alla Marcia Imperiale di Guerre Stellari.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY