Posts Tagged ‘indie’

CRANCHI, “L’IMPRESA DELLA SALAMANDRA” (NEW MODEL LABEL)

“Quod huic deest me torquet”: “Ciò che manca a costei mi tormenta”: è il motto che accompagna la figura della salamandra su una delle pareti di Palazzo Tè, dimora di Federico II Gonzaga, Signore di Mantova, fece la ‘costei’ è la ‘salamandra’.

L”Impresa’ del titolo ai tempi indicava questo insieme di simboli e motti: in questo caso, ciò che manca alla salamandra, è il ‘sangue caldo’, la passione amorosa che ‘tormenta’ Federico nei confronti della sua amata Isabella.

Non che il quinto disco del mantovano Cranchi sia un disco di ‘amore’, né dedicato esclusivamente alla storia della sua terra, per quanto il pezzo dedicato a Mantova sia messo al centro della lista degli otto pezzi presenti.

L’omaggio rappresenta forse l’idea delle origini, del radicamento a una terra e a una città, nel classico rapporto amore / odio.

Radici importanti soprattutto per chi la propria terra abbandona: torna il viaggio, filo conduttore non solo di questo lavoro: verso l’altra parte del mondo, tra il deserto di Atacama e Ushuaia, le migrazioni e la faticosa conquista di nuovi spazi; ci sono i ‘viaggi’ compiuti dai fiumi, La Boje e L’Eridano, simboli di una Natura che scorre ignara o incurante dei propri effetti sulla vita degli uomini; ci sono i viaggi intrapresi per andare in guerra, per obbligo o ideale, sull’Ortigara o in Russia.

Ci sono, infine, i viaggi mancati, i treni persi che, paradossalmente, possono diventare l’inizio di altri viaggi, ‘sentimentali’…

Quello che ‘resta’, in questo lavoro, è soprattutto la scrittura, intesa proprio come ‘quantità di parole’: Cranchi prende tutto lo spazio per dire ciò che vuole, i testi sono lunghi (Eridano si articola addirittura in quattro parti, seguendo le stagioni); è un particolare che salta all’orecchio, specie pensando che siamo appena usciti da tempi post sanremesi in cui vincono la pochezza di vocabolario, le quattro o cinque frasi buttate là quasi a casaccio, spesso senza una logica, in quelli che magari vorrebbero essere ‘flussi di coscienza ‘, ma che alla fine non sono altro che il frutto di una scarsa frequentazione coi libri, di scuola e non. Fine della polemica.

Assieme alle parole, i suoni, con panorami che cambiano, partendo da accenti quasi southern, attraversando scenari più scarni, dominati dalla dimensione acustica, prendendo svolte all’insegna di maggiore ruvidità, tornando poi su toni accesi: chitarre e pianoforte si passano spesso il testimone, la sezione ritmica, essenziale, a restare sullo sfondo.

Al quinto lavoro, Cranchi è ormai sulla strada della maturità artistica: sotto traccia, in disparte, un autore lontano dai riflettori e da scoprire.

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UMBERTO T., “ALASKA” (TIKKA MUSIC / NEW MODEL LABEL”

A due anni di distanza dall’EP “Cielo Incerto”, Umberto T. (che sta per Tramonte) si cimenta sulla media distanza con questi nove pezzi.

L’Alaska e i suoi ghiacci diventano metafora di uno stato d’animo, specie legato alle relazioni amorose: il disco è interamente dedicato alle questioni sentimentali, attraversando fasi ed età: dalla gioventù alla piena maturità, dalle storie vissute cercando posti appartati a quelle che diventano ‘importanti’, attraverso la costruzione di una dimensione ‘domestica’, fino a quelle concluse, lasciando ricordi e rimpianti.

È un lavoro che parla di stati d’animo, di incertezze, di un amore in cui il lato ‘fisico’ diventa il modo per superare, o magari dimenticare o ignorare, problemi e difficoltà.

Il freddo dell’Alaska appare così rappresentare quel tanto di ‘gelido’ che ognuno sembra portarsi dentro anche nelle situazioni più ‘calde’, rappresentato dagli accenti a tratti malinconici, disincantato, che qualche volta cedono vagamente alla rabbia.

Un cantautorato inserito in una dimensione semiacustica e raccolta, che qua e là diviene più ruvida, in qualche episodio strizza l’occhio al rock d’oltreoceano e non disdegna parentesi apparentemente volte una gradevolezza ‘pop’ senza eccessivi ammiccamenti.

Umberto T. compie il secondo passo con cautela, portando avanti con efficacia il proprio percorso.

SOMEDAY, “UNA GIORNATA BREVE” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Secondo lavoro per i torinesi Someday, una via di mezzo tra un EP e un lavoro più lungo, che vede proseguire la collaborazione con Cristiano Lo Mele dei Perturbazione in qualità di produttore e la scelta importante di passare dall’inglese all’italiano.

“Una giornata breve”, una tra le tante di chi assistere allo scorrere del tempo e al trascorrere della propria esistenza senza averne il controllo, facendosela sfuggire tra le mani, osservandola come uno spettatore esterno, nella proverbiale impressione di stare vivendo la vita di qualcun altro.

I sei brani ruotano attorno a questo concetto di fondo, tra immaginazione e momenti onirici, impressioni frammentarie e ‘non detti’, che il più delle volte toccano la sfera sentimentale, con una costante aura di rimpianto, per il ‘ciò che sarebbe potuto essere e non è stato’.

Il quartetto torinese si esprime con sonorità radicate in tutto uno scenario ‘indie’ che mescola suggestioni vagamente post punk, aperture dreampop, momenti più volti a un certo ‘rock alternativo’ degli anni ’90, pur senza eccessi rumoristici, conservando anzi il gusto della melodia, nel segno di un appeal fondato sul pulsare del basso e sull’uso accorto dei synth.

Il brano conclusivo è una cover tradotta di ‘Feel’ dei norvegesi Motorpsycho, da quasi trent’anni band di culto della scena rock alternativa.

Un lavoro quasi ineccepibile nella forma, ma al quale forse, manca qualche abrasione, qualche momento di ‘rilascio’ in più, restituendo alla fine un’impressione di ‘energia trattenuta’.

MARTE, “METROPOLIS IN MY HEAD” (LIBELLULA MUSIC)

Le metropoli del titolo è New York, città dove Marte, al secolo Martina Saladino, genovese classe ’95, ha trascorso una vacanza – studio qualche anno fa; esperienza formativa, che ha detta della stessa autrice sembra aver trovato una sorta di ‘affinità elettiva’, di corrispondenza tra l’atmosfera della città e I propri ‘tumulti’ interiori.

Prendendo le mosse da qui la storia di “Metropolis in my head” prende le mosse da qui, snodandosi nel corso di una lunga gestazione, con pause, ripensamenti e ripartenze da zero; in mezzo, un’ulteriore esperienza fatta di viaggi ed esibizioni all’estero – dall’Irlanda alla Germania, fino a trovare, grazie alla collaborazione Fulvio Masini, la definitiva dimensione sonora da dare al disco.

Nove brani, all’insegna di un rock dalle tinte accese, a tratti quasi sofferte, con parentesi più delicati; suoni a tratti ruvidi, scabri, a ricordare, abbastanza prevedibilmente, certe cantanti d’oltreoceano, dalla ‘indie’ e dolente Cat Power, alla più rocker e ‘aggressiva’ Alani Morissette, ma quello delle assonanze è un gioco, che non riduce l’impatto di un’impronta stilistica discretamente delineata. LiL’interpretazione di Marte coinvolge, per impatto emotivo e grinta; i suoni avvolgono.

Un esordio che convince.

SAMUELE GHIDOTTI, “L’INERNO DOPO LA DOMENICA” (LIBELLULA MUSIC)

Secondo lavoro per Samuele Ghidotti, già voce e ‘penna’ dei Venua.

“L’Inferno dopo la domenica”, ovvero quello che, in piccole o grandi dosi ognuno affronta nel corso dello svolgersi del proprio quotidiano (sempre che la domenica sia questo ‘Paradiso’, dopo tutto); ritratto spesso amaro di una società frammentata dalle disparità sociali e spesso violenta, di una generazione (quella a cavallo tra i 30 e i 40) alla deriva, con l’amore – pur complicato – a fare da ‘zattera’ a cui aggrapparsi.

Otto brani, per un lavoro che forse è esagerato definire ‘plumbeo’, ma sul quale aleggia una certa qual pesantezza, da temporale imminente. I suoni sono obliqui, spesso scarni, minimali, tappeti sintetici, effetti di sottofondo; atmosfere ‘liquide’ dalle quali ogni tanto emergono chitarre o archi a consolidare la grana emotiva dei brani.

“L’Inferno dopo la Domenica” è un lavoro dai ritmi calmi, dilatati, che rallenta a osservare una realtà circostante con occhio scettico quando non rassegnato, ma di fronte alla quale l’unica reazione non può essere l’immobilismo.

ROSGOS, “CANZONI NELLA NOTTE” (NEW MODEL LABEL / MELA VERDE RECORDS)

Ancora una volta, la notte come ‘dimensione’ della riflessione; ancora, una volta, l’amore come ‘centro di gravità’ attorno al quale si affastellano pensieri, riflessioni, rimpianti, recriminazioni… e anche qualche momento di felicità…

Tutto questo – e poco altro, in realtà – in RosGos, progetto solista di Maurizio Vaiano, già voce dei Jenny’s Joke.

Dieci brani che sotto più punti di vista appaiono ineccepibili, a cominciare suoni, dove il mood notturno che percorre tutto il lavoro è affidato in gran parte al pianoforte, attorniato da una sezione ritmica essenziale, quando non scarna, e talvolta da chitarre, mai troppo invasive.

La scrittura è spesso frammentata, talvolta un filo ellittica, all’insegna di un susseguirsi di considerazioni e pensieri che forse guardano più al flusso di coscienza, che a discorsi organici; del resto quando ci sono di mezzo i sentimenti, la logica non è così frequente…

“Canzoni nella notte” è dunque un lavoro che si lascia ascoltare; ma, al di là delle intenzioni dell’autore, che l’ha usato come sorta di seduta di autoanalisi per chiudere certi conti in sospeso, appare mancare di qualcosa.

Come se al di là della gradevole ‘confezione’, tra cantautorato e un filo di ‘indie’, non riuscisse fino in fondo a lasciare il segno, come se mancasse, nei suoni e nelle parole, un maggiore lasciarsi andare, sotto forma di qualche abrasione e un filo di rabbia in più.

 

GLI ANIMALI FANTASTICI DEL SUDAMERICA, “DLIN DLON” EP (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

EP di esordio per questo progetto, nato come un duo e progressivamente ampliatosi, fino a contare, in questa occasione, otto elementi.

Sei pezzi, ognuno un nome, una piccola galleria di personaggi bizzarri, a tratti surreali, più spesso donne, comuni o ‘fatali’, magari loro malgrado, ammaliatrici o più semplicemente pronte ad accogliere; in mezzo, insospettabile serial killer e padri di famiglie ‘particolari’…

Composto tra la Toscana, gli Appennini, Cuba e le Hawaii, “Dlin Dlon” (il titolo rimanda al campanello di chi chiede alloggio, magari solo per una notte) trova la sua identità sonora a cavallo tra sudamerica, Caraibi, Pacifico: lo strumento ‘principe’ è non a caso l’ukulele, da percussioni assortite, un violino, una micro-sezione di fiati, per una band che diventa ‘banda’, con accenti a cavallo tra pop e indie rock ed effetti che talvolta richiamano alla lontana certi collettivi canadesi.

Un lavoro variopinto, dai toni sgargianti; brillante, e non solo per la luminosità e l’umore che riesce a diffondere.