Posts Tagged ‘I Dischi del Minollo’

PRISTINE MOODS, “PRISTINE MOODS” (I DISCHI DEL MINOLLO / AUDIOGLOBE)

Si fa chiamare Matumaini, all’anagrafe Laura Masi da Bologna, una vicenda sonora già abbastanza corposa alle spalle, cui si aggiunge ora il progetto Pristine Moods, che la vede accompagnata da l’altrettanto navigato Gherardo Zauber e da Michele Venturi, più giovane ma già lanciato verso una luminosa carriera nel mondo del chitarrismo acustico.

Tutto, o almeno gran parte, nasce proprio da qui: dalla chitarra acustica e dall’idea del ‘guru’ Robbie Basho di associare ad ogni accordatura un colore / sensazione: in questo caso, il Pristine White, spesso utilizzato nel corso del disco.

Il bianco come ‘purezza’, come ‘assenza di contaminazione’ e, per estensione, di ‘pulizia’: fare spazio, mentalmente più che fisicamente, cercare un nuovo equilibrio e ritrovare la serenità liberandosi di tutto ciò che crea affanno: più facile quando si tratta delle ‘convenzioni sociali’, rappresentate da certi ‘canoni di abbigliamento’ imposti dall’etichetta; operazione più delicata e dolorosa quando di mezzo ci sono rapporti interpersonali, anche affettivi, se questi finiscono per portare tensioni; più genericamente, liberazione da tutto ciò che fa perdere tempo e forze emotive, mentali e fisiche, senza che vi siano risultati.

Un percorso, magari lento e placido, come le migrazioni delle balene, che può segnare una crescita, ma allo stesso tempo il ritrovamento dell’infanzia: si potrebbe tirare in ballo Leopardi, ma i Pristine Moods preferiscono chiamare in causa i fratelli Grimm.

Dieci brani che, incentrati sulla dimensione acustica, riportano direttamente a certi territori folk / country / bluegrass, mantenendo uno sguardo deferente alla tradizione, ma tenendo presenti anche le più attuali derivazioni ‘indie – alternative’ del genere. Matumaini imbraccia la chitarra – coadiuvata da Venturi – m a anche banjo, ukulele e mandolino, sposandoli efficacemente col theremin di Zauber che aggiunge al tutto il basso, in un viaggio spazio – temporale che va dalle paludi della Lousiana di inizio secolo, alle terre del nord disegnate da Eddie Vedder nella colonna sonora di “Into the wild”. Un itinerario che si snoda lungo undici brani, cantati con dolcezza da Matumaini, con Michele Venturi talvolta in appoggio.

Un lavoro tenue, a tratti evanescente, in qualche frangente più corposo, ma sempre all’insegna della discrezione, della calma, che anche dal punto di vista sonoro procede all’insegna della sottrazione, gettando via ogni inutile fardello per trovare una via verso un’esistenza meno votata a riempire freneticamente ogni spazio, forse meno movimentata, ma più serena.

Annunci

DEIAN E LORSOGLABRO, “PREZZO SPECIALE” (I DISCHI DEL MINOLLO / AUDIOGLOBE)

Deian è Deian Martinelli da Moncalieri, classe 1981: una giovinezza artistica passata nella propria camera a sperimentare con strumenti e tecnologie ormai quasi fuori dal tempo, fino all’esordio discografico del 2004, “Il fantasma dell’impossibile”, che attirò una certa attenzione tra gli addetti ai lavori, a cominciare da Bugo, che volle Deian ad aprire i suoi concerti.

Lorsoglabro sono, sostanzialmente, Gabriele Maggiorotto e Alberto Moretti, sodali del nostro, in una struttura costantemente pronta ad aprirsi ad altre collaborazioni, o a mutare veste, prendendo derive più sperimentali e improvvisative nel quasi omonimo progetto Lorsotronico. Non che la musica di Deian e soci sia di suo priva di risvolti sperimentali: la proposta del cantautore torinese e dei suoi compagni di strada è quella di un folk sghembo, di un cantautorato obliquo dai climi spesso e sovente raccolti, retaggio della sua attitudine ‘domestica’, su qui aleggia un’atmosfera rarefatta, onirica, come se voce suoni provenissero da una zona dove la realtà tende a sfumare, dilavando lentamente nel sogno.

Il pop venato di psichedelia dei Beach Boys o quello più marcatamente lisergico di Syd Barrett (influenza quest’ultima esplicitamente ammessa) sono dietro l’angolo nei suoni, all’insegna di un canonico ensemble a base di chitarre (Deian), sezione ritmica (Maggiorotto / Moretti), condite da tastiere, effetti vari ed archi occasionali a dipingere scene vagamente cangianti, in cui c’è sempre quale elemento apparentemente ‘fuori posto’, a rendere il tutto meno stabile e prevedibile.

Una sensazione di ‘instabilità’ che ritroviamo nel cantato, indolente e quasi distratto (e pensandoci non è un caso che Deian abbia attratto l’attenzione di un altro ‘irregolare’ del cantautorato italiano come Bugo), come se cantando l’attenzione, il pensiero, l’immaginazione fossero continuamente distolti da altro, tendendo ad andare altrove…

Brani dalla forte impronta pop volti al sarcasmo sui lati più tragicamente ridicoli della società (a partire dalla ‘mitologia del Prezzo Speciale) citato nel titolo, sferzate all’avanguardia (memori della lezione di Freak Antoni e degli Skiantos), episodi maggiormente irruviditi, brani più apertamente volti alla dilatazione e a paesaggi onirici anche nel testo, e due composizioni strumentali che offrono un assaggio del lato più sperimentale del gruppo e pezzi che gettano lo sguardo su territori più surreali.

Deian e Lorsoglabro ci regalano un disco per certi versi magnetico, che cerca – spesso riuscendoci – di non offrire certezze all’ascoltatore, lasciandolo spesso nella curiosità di vedere cosa gli viene riservato dietro ogni svolta, dietro ogni angolo.

THE BRAIN OLOTESTER, “WASH YOUR BLUES AWAY” (I DISCHI DEL MINOLLO)

Secondo capitolo del progetto Brain Olotester, dietro cui si cela Giuseppe Calignano: ad accompagnare il cantante e chitarrista un nugolo di collaboratori, tra cui spiccano Tommaso Cerasuolo dei Perturbazione e Paolo Bergese (Airportman). Ampio il cast, ampi i suoni: negli undici brani presenti (cantati in inglese, con l’eccezione di due strumentali), Calignano guida una formazione a ‘geometria variabile'(anche nell’elemento vocale, coi frequenti interventi di voci femminili), per un disco che nel suo procedere cambia più volte forma, pur conservando un’impronta stilistica ben definita: si parte da un ‘campo base’ indie – folk, per prendere sentieri che di volta in volta si aprono su panorami psichedelici, si inoltrano in docili declivi dreampop, si addentrano in ombrosi territori crepuscolari, fino ad aprirsi, come nella title track conclusiva, su luminose aperture orchestrali.

Riportando suggestioni riconducibili a certi collettivi canadesi che negli ultimi anni hanno conquistato la passione degli amanti delle sonorità ‘indie’, il progetto The Brain Olotester avvolge l’ascoltatore, offrendogli il gusto del particolare precedentemente sfuggito ad ogni nuovo ascolto. Archi, fiati, tastiere, elettronica, oltre al consueto ‘nucleo’ chitarra – basso e batteria, con l’aggiunta di un cantato che alterna solarità e accenti più melanconici, costruiscono un lavoro all’insegna della pienezza e densità sonora: un disco da assaporare a poco a poco, che nel procedere degli ascolti riesce a mantenere intatto il proprio appeal.

PENELOPE SULLA LUNA, “SUPERHUMANS” (I DISCHI DEL MINOLLO)

Attivi dal 2006, i Penelope Sulla Luna dopo un primo full length e un successivo Ep giungono al traguardo del secondo lavoro sulla lunga distanza. Il quartetto ha scelto una strada impervia, per certi versi coraggiosa, decidendo di fare a meno dell’elemento vocale, per affidarsi interamente all’elemento strumentale.

Otto composizioni, che si susseguono con poche soluzioni di continuità: quasi un concept nella struttura, anche se solo alcuni dei titoli possono essere ricondotti esplicitamente a una dimensione superumana / supereroistica.

Lungo i 44 minuti circa di durata, la band sfodera varie suggestioni: da una pesantezza metallica in odore di prog ad atmosfere più gotiche, fino sfiorare i paesaggi siderali di band come Explosions In The Sky.

Tra brani più concisi ed episodi in cui la vérve progressiva del gruppo prende maggior piede, con pezzi più articolati che arrivano a sforare gli otto minuti di durata.

Apprezzabile il risultato, pur con qualche passaggio meno convincente, più che bilanciato da composizioni maggiormente riuscite. Per i Penelope Sulla Luna una nuova, convincente prova.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY

DEVOCKA, “LA MORTE DEL SOLE” (I DISCHI DEL MINOLLO)

I ferraresi Devocka, forti del discreto riscontro ottenuto coi primi due lavori, tornano con questo terzo full length, a tre anni di distanza dal precedente “Perché sorridere?”.

Formazione invariata; meno la proposta musicale, che lascia almeno in parte le marcatamente  noise percorse nei primi due dischi, salpando verso territori post-punk / new wave.

Intendiamoci, il gruppo non ha perso un grammo della propria spinta, nè della capacità di sviluppare un’adeguata mole sonora, che però negli undici brani che vanno a comporre “La morte del sole” viene messa al servizio di urticanti sferragliamenti che sembrano usciti direttamente da metà anni ’80.

Saturazioni sonore che costituiscono l’efficace accompagnamento a testi, programmaticamente annunciati dall’apertura di Morte annunciata dell’io ed emblematicamente conclusi da Ultimo istante, in cui tematiche abbastanza consuete, come il rapportarsi con situazioni o rapporti di coppia o la semplice osservazione della realtà circostante, assumono contorni da incubo, distorti attraverso la lente di una follia forse fin troppo lucida. Un insieme completato dalla prestazione canora, all’insegna di una vocalità spesso rabbiosa, scaraventata senza tanti complimenti nei timpani dell’ascoltatore.

un disco compatto (quaranta minuti circa la durata), che poco spazio concede alla calma e che, pur non dimenticando la componente melodica, riserva una generosa dose di potenza sonora, in quella che appare un’ulteriore prova della raggiunta maturità della band.

 LOSINGTODAY

NICOLAS J. RONCEA, “OLD TOYS” (I DISCHI DEL MINOLLO)

Più conosciuto – forse – come leader di Fuh e La Monade Stanca, Nicolas J. Roncea da qualche anno ha affiancato ai suoi progetti di gruppo anche una carriera solista: tuttavia, dopo un esordio (“News form Belgium”) interamente consacrato ad un’intima dimensione acustica, in “Old Toys” sembra piuttosto voler ritrovare lo ‘spirito di gruppo’, sebbene declinato in modo diverso rispetto a quanto accade nelle band con cui abitualmente lavora.

Affiancato da un manipolo di ospiti (tra gli altri, spiccano Luca Ferrari dei Verdena, Carmelo Pipitone e Mattia Boschi dei Marta sui Tubi, Gigi Giancursi dei Perturbazione e Ru Catania degli Africa Unite), Roncea confeziona dodici brani, all’insegna di atmosfere che in larga parte restano raccolte, riflessive (pur non disdegnando schegge rumorose e abrasioni varie), ma che sotto il profilo sonoro si arricchiscono sovente di effetti col risultato di una decisa profondità.

Un lavoro che così risulta sospeso tra indie e folk, improntato a una vena cantautorale, espressa attraverso una scrittura (in inglese) mai banale, spesso sospesa, all’insegna di pensieri talvolta quasi affastellate, riflessioni, soliloqui, dialoghi immaginati rivolti di volta in volta al proprio amore, agli amici, anche ai famigliari, in cui si aprono spazi ellittici, senza che mai tutto venga espresso fino in fondo, lasciando spazio all’allusione, al non detto.

Un lavoro che insomma rivela un autore maturo nelle idee e nella scrittura, che appare avere tanto da dire, anche al di fuori delle proprie band di riferimento.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY