Posts Tagged ‘Hawkwind’

ANDREA PELLICONE VAN GOGH PROJECT, “CRIXSTRIX SUITE” (NEW MODEL LABEL)

Sette pezzi sono il primo risultato di questo nuovo progetto del cantante e polistrumentista Andrea Pellicone.

Un concept, incentrato sulle vicissitudini di un alieno – che dà il nome al titolo – alla ricerca di nuovi pianeti.

Siamo in pieni territori prog, con accenni alla ‘scuola di Canterbury’, in parte alla felice stagione del progressive di casa nostra e, immancabilmente, vista l’ambientazione ‘spaziale’, riferimenti al rock ‘cosmico’ degli Hawkwind.

Un disco per chitarre e tastiere, prevale la componente strumentale, gli interventi vocali,’filtrati’, hanno un piglio quasi narrativo.

Cavalcate arrembanti e momenti di maggiore tranquillità vanno a comporre un lavoro che rifugge la tentazione di un eccesso di ‘vintage’ per mostrare, in fondo, come certe formule conservino ancora oggi una loro validità.

ROPSTEN, “EERIE” (SEAHORSE RECORDINGS)

Nato nel 2011, il quartetto strumentale dei Ropsten, della provincia di Treviso, giunge al traguardo del primo lavoro sulla lunga distanza, dopo aver nel frattempo pubblicato due EP.

Come detto, si tratta di un gruppo dedito esclusivamente a composizioni strumentali, all’insegna di quello che qualche anno fa sarebbe stato etichettato come post-rock: un’etichetta per certi versi ‘di comodo’, un ‘ombrello’ al di sotto del quale col tempo si è finiti per mettere un po’ di tutto.

I Ropsten assemblano sette pezzi che veleggiano in territori largamente psichedelici, tra impressioni oniriche e siderali, momenti che sfiorano panorami d’incubo e frangenti più liquidi e dilatati.

Memori della lezione del ‘kraut rock’ degli anni ’70, ma anche della felice stagione dell’hard rock psichedelico degli Hawkwind, pronti qua e là a inserire momenti di ‘deriva’ dall’impronta quasi jazzistica; sprazzi di minimalismo.

“Eerie” nelle intenzioni manifeste della band vuole essere una riflessione sulle conseguenza della ‘degenerazione tecnologica’, una finestra spalancata su una ‘terra di confine’ tra uomo e macchina, prefigurando un mondo in cui la distinzione tra i due, anche a occhio nudo, si farà sempre più difficile.

Le atmosfere sono del resto il più delle volte plumbee, la sensazione di trovarsi sull’orlo di un baratro, di stare per addentrarsi in territori sconosciuti, per quanto a tratti si lasci comunque spazio a momenti più ariosi.

Un lavoro i cui tratti ‘vintage’ sono ripresi all’insegna di un’efficace modernità.

LA PLAYLIST DI MARZO

Ci vuole orecchio     Enzo Jannacci
Un’estate fa                 Franco Califano
Il povero fiume         Tenembau!
Replica                         Matta-Clast
My timeless present              The Brain Olotester
La paura                      Gran Turismo Veloce
Geoide                          Davide Viviani
Silver Machine         Hawkwind
Oblivion                     Terrorvision
Nothing arrive         Villagers
I folow rivers            Lykke Li
The Messenger         Johnny Marr
Red Sun                     Thin  White Rope
Pelican Man             Youth Logan
Borther                       The Organ
A Day                           Clan of  Xymox
Cherry – Coloured Funk      Cocteau Twins
Zu Grunde                 Der Weg Einer Freiheit
Iconoclast                 Velnias
Cold grey dawn a new beginning      Germ
La sagra della Primavera –  Danza sacrificale   Igor Stravinsky

SUPER DISTORTION, “UTOPIA INTERNATIONAL” (Pointy Bird Records)

Tanto per mettere subito in chiaro le cose: se vi piacciono le band che amano suonare retrò, omaggiando l’età dell’oro degli anni 70, con esiti tutto sommato piacevoli sotto il profilo della ‘forma’, ma con poco o nulla di originale in quanto a ‘sostanza’, allora il disco dei Super Distortion.

L’inglese Pete Bradley è l’artefice del progetto, solo l’ultima in ordine cronologica tra le varie esperienze portate avanti nel corso della sua carriera, tanto duratura quanto lontana dai riflettori. Ampi, e un tantino esagerati, i riferimenti citati, all’insegna di un mix in cui troviamo i Caravan e i Tame Impala, Astrud Gilberto e i Brian Jonestown Massacre, Frank Zappa, Jesus And Mary Chain e Mike Oldfield, in un elenco fino troppo abbondante e tutto sommato anche fuorviante.

Messa in maniera più semplice, le dieci tracce presenti rappresentano un omaggio ai seventies, in alcune delle loro principali sfaccettature: dal folk à la Neil Young ai ronzii di Blue Cheer e Black Sabbath, dalle tirate ‘lisergiche’ degli Hawkwind alla psichedelia più orientata al pop.

Un lavoro che si lascia ascoltare e che scorre via rapido, ma che sulla lunga distanza non riesce ad evitare la sensazione di ‘già sentito’ e ai Super Distortion dell’originalità importa probabilmente poco.

Si sforano in qualche parentesi i cinque minuti di durata, episodicamente i sei e i sette (sui complessivi quaranta minuti circa), ma a tratti questo ricorso alle digressioni strumentali e alle dilatazioni appare un pò fine a sé stesso, a voler a tutti i costi rincorrere certe abitudini dell’epoca; indubbiamente più efficaci i brani dove la sintesi (anche con qualche suggestione pop) prende il sopravvento.

L’esito, potrebbe dirsi, è più che mai ambivalente: efficace se si guarda alla semplice riproposizoni di suoni e atmosfere, molto meno se, anche da un lavoro molto derivativo, si cerca comunque un minimo di originalità.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY

LA PLAYLIST DI MARZO

La marcia dei colitici    Giorgio Gaber
The Uncle Meat variations   Frank Zappa
Mysterious Traveller      Weather Report
The Daffodil and the Eagle  Shakty with John McLaughlin
Spiralia         The Radiata 5tet
Adython          Claudio Milano / Erna Franssens
Bodysnatchers             Radiohead
Universe                  Tying Tiffany
Mirror of illusions      Hawkwind
Mago sul muro             Il Cane
Prova a cercarmi          Lucia Manca
Far finta di essere sani  Giorgio Gaber
Io non ho il clitoride    Mapuche
Tengo na minchia tanta      Frank Zappa