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ONO, “SALSEDINE” (AUTOPRODOTTO)

L’intento – più o meno dichiarato – è quello di spogliare l’elettronica della sua presunta freddezza e ‘fissità’, attraverso un’attitudine all’insegna dell’immediatezza; obbiettivo non nuovo, per gli Ono, quartetto che nel suo esordio sulla lunga distanza amplia quanto già presentato in un EP pubblicato lo scorso anno, aggiungendo ai cinque pezzi originari altri sei brani nuovi di zecca.

Elettronica, dunque, variamente declinata: tra parentesi che evocano – seppur alla lontana – certe colonne sonore anni ’70, dilatazioni che lambiscono l’ambient, vaghe suggestioni trip hop, allusioni flirt accennati con quello che qualche anno fa veniva definito ‘elettroclash’; mentre sottotraccia scorre, costante, un certo appeal da dancefloor, attuale o un filo vintage.

Synt e tappeti elettronici che si sposano con la vivacità delle chitarre, il pulsare avvolgente del basso, la forza – contenuta – delle percussioni.

Il vero tratto distintivo è però l’interpretazione vocale, peraltro inizialmente non prevista e aggiunta dal vivo dal cantante Cesare Barbieri: più vicina al parlato che non a un cantato vero e proprio, con esiti dal retrogusto rap / hip hop: parole che si affastellano, con un’indole in cui spesso si mescolano rabbia e sofferenza, a interpretare testi che disegnano un percorso, una sorta di ‘riassunto esistenziale delle puntate precedenti’ dall’infanzia all’età adulta: dalle estati trascorse al mare o in campagna, alle notti passate in discoteca.

Undici pezzi (con l’aggiunta di una ghost track, un frammento di ‘cazzeggio’ in studio), in cui le onde del ricordo si accompagnano ad una pioggia di riferimenti e citazioni: da Orazio a “Guerre Stellari”, da George Perec a Salinger.

“Salsedine” riesce a presentare in maniera discretamente originale e con uno stile abbastanza personale idee forse non originalissime: ma l’attitudine appare quella giusta, i risultati sono in più di episodio convincenti, sia nei suoni, decisamente coinvolgenti, sia nei testi che con la loro sofferenza di fondo creano un efficace contrasto.

Le premesse appaiono positive: vedremo se gli Ono avranno la possibilità di trasformarle in promesse mantenute.

MONACI DEL SURF (INRI)

I Monaci del Surf sono in tre e, a quanto pare, vengono da Torino. Punto. Questo è quel tanto che loro desiderano far sapere sul loro conto, apparendo sulla copertina del disco in forma ‘fumettistica’, conciati come tre lottatori di lotta libera messicana. Espediente non nuovo, ma sempre efficace, diffondendo quel tanto di basta di mistero attorno al loro conto per suscitare l’attenzione dell’ascoltatore, o forse con la sola intenzione di mettere al centro la loro musica, senza ulteriori fronzoli. Non che poi ce ne fosse il bisogno, perché questo curioso e divertente lavoro basta di per sè a interessare l’ascoltatore, anche per il solo fatto che i dodici pezzi cui ci si trova di fronte sono cover, peraltro abbastanza celebri.

I Monaci del Surf rileggono alla loro maniera celebri capitoli delle colonne sonore dei film western anni ’70 e oltre, non risparmiandosi qualche escursione pop, anche arrivando ai giorni nostri: Apache e Trinità, La Stangata e La Famiglia Addams, Sunni (mescolata col tema di  007) e Perhaps, Liber – Stoller e Quincy Jones, fino a un’inaspettata rivisitazione di Get the party started, portata al successo da Pink.

Il tutto appunto, riletto partendo da una base surf, ma di volta in volta connotato di elementi che vanno dal funk e arrivano alle soglie del noise, passando per accenti punk. Il tutto, con un paio di eccezioni, in forma del tutto strumentale, con qualche intervento vocale e l’aggiunta di tastiere e fiati allorché ce ne sia il bisogno.

Il gioco è riuscito e come detto divertente: come spesso accade in questi casi, il pezzo migliore è quello il cui originale più si distanzia dalla rilettura, e allora la palma di brano d’elezione va senz’altro alla Marcia Imperiale di Guerre Stellari.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY