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GERMANIA – ITALIA

Confesso: ieri pomeriggio avevo cominciato a scrivere un post sull’argomento: poi improvvisamente la scaramanzia ha avuto la meglio… meglio non parlarne prima… alla fine, è andata oltre ogn previsione: lo ammetto, non ero molto ottimista: la Germania si era finora mostrata uno squadrone, aveva due giorni di riposo in più, oltre a non aver dovuto giocare i supplementari, né sopportare la tensione dei rigori… ne facevo, però, soprattutto una questione di statistica: dai e dai prima o poi la Germania avrebbe dovuto batterci… e invece nulla!!! Viene davvero da guardare verso di loro e sbraitargli in faccia che con noi non vinceranno mai… E’ stata una partita incredibile e inaspettata: per certi versi talmente finita così presto su un binario talmente definito, da sembrare quasi deludente: come uno spettacolo finito troppo presto. Nel 2006 assistemmo a un’autentica battaglia: i tedeschi che ci misero sotto, che arrivavano da tutte le parti, noi salvati da una strenua resistenza e da San Buffon e poi a ribaltare il pronostico col gol spettacolare di Grosso e il raddoppio di Del Piero: ieri di battaglia non ce n’è proprio stata: l’Italia ha preso il pallino del gioco, ha disinnescato i tedeschi, è andata in vantaggio con un Balotelli che svettando coglieva lo splendido assist di Cassano ( e vabbè, avevo sbagliato, a parlare male di entrambi) e ha poi messo al sicuro il risultato con lo stesso Balotelli, che quando ha preso la palla io ho pensato: tanto sbagli, e invece ha tirato ‘na botta terrificante lasciando impietrito il portiere tedesco. Due a zero, con una facilità irrisoria e disarmante: la battaglia epica si è trasformata (quasi) in una passeggiata di salute per noi e in una ‘Caporetto’ per i tedeschi. Il secondo tempo l’Italia ha controllato, non solo: ha dato l’impressione di poter fare ciò che voleva ogni qual volta accelerava le operazioni: peccato per il terzo gol, mangiato in almenoun paio di occasioni, peccato per il rigore, dopo il quale io ero comunque convinto che ormai, a meno di stravolgimenti cosmici, il risultato fosse ormai a posto. Come Giulio contro i Germani anche quest’altro Cesare, Prandelli, ha ragione di questa torma di caproni. Non sto a sottolineare tutto il contorno: ma che a giocarsi la finale sono le rappresentative di due Stati che negli ultimi mesi hanno dovuto quotidianamente subire le rampogne di frau Merkel è ovviamente simbolico… L’altro giorno sottolineavo come noi si viva in una società dove ormai l’unico parametro utilizzato per giudicare tutto sono i soldi; ecco, la partita di ieri ci suggerisce magari che nella vita c’è altro e che se i tedeschi possono continuare col loro atteggiamento spocchioso riguardo l’utilizzo del denaro, beh, se spostiamo l’obbiettivo ad altro, ci accorgiamo che le cose cambiano: cari tedeschi, cara Merkel, potrete forse continuare a romperci le palle con i tassi, il debito pubblico, le spese, etc… ma c’è una verità che ormai è difficile smentire: CON NOI A CALCIO, NON VINCETE MAI!!!

CESARE DEVE MORIRE

Una tragedia ambientata a Roma nell 44 Avanti Cristo, scritta da un inglese nel 1600 circa, messa in scena agli inizi del 21° secolo nel penitenziario romano di Rebibbia, recitata dai carcerati che stanno scontando pene per reati della massima gravità (si va dall’omicidio al traffico di stupefacenti). Ce ne sarebbe abbastanza, per tirare in ballo la potenza del teatro e dell’opera shakespeariana, esercizio a prima vista banale. Eppure. Eppure è tutto qui.
Guardando il film, a cavallo tra lavoro teatrale e docu-fiction, in un esercizio del tutto singolare, non si può fare a meno di usare questo aggettivo: potente. Potente è certamente il “Giulio Cesare”, di una potenza che può essere dispiegata anche tra le mura di un carcere ad opera di attori non professionisti che (trovata geniale del regista dell’allestimento teatrale, Fabio Cavalli, che dirige i lavori del laboratorio di Rebibbia), recitano nel proprio dialetto.
Potenza evocata soprattutto dai volti di quegli attori, segnati dalla vita reale e che per questo assumono ancora maggiore credibilità mettendosi nei panni di personaggi che commettono un crimine, pur con la nobile intenzione di salvare Roma dalla tirannia. Volti scavati e segnati messi in risalto da una fotografia eccezionale che sfrutta al meglio l’efficacia del bianco e nero (altro che The Artist…).
Così, non si può fare a meno di venire coinvolti da questa rappresentazione, che i fratelli Taviani hanno assemblato non seguento pedissequamente il risultato sulla scena, ma riprendendo le varie sequenze nel corso delle prove e quindi inserendo nel film i dubbi degli stessi attori sulla validità della loro interpretazione, i loro momenti di frizione, in un accavallarsi di teatro e vita reale, le parentesi di scoramento dovute a momenti ‘difficili’. Lo spettacolo vero e proprio viene infatti seguito solo nelle fasi finali, con una coda che ci mostra gli attori che, smessi i panni dei loro personaggi, tornano nelle loro celle, e la battuta finale, affidata ad uno di essi: “da quando ho scoperto l’arte, questa cella è diventata una prigione”.
Sarebbe forse scontato, tirare in ballo il valore salvifico dell’arte; eppure, mai come in casi come questo, quel valore emerge con tutta la sua forza, senza che debba ridursi a frasi fatte: vedendo il film si ha realmente l’impressione che attraverso lo studio del “Giulio Cesare” quelle persone riflettano sulla loro condizione, sul mondo ‘esterno’, dal quale sono arrivati e su quello ‘interno’ nel quale vivono.
Sarà un segno dei tempi, ma che un’opera così innovativa in Italia sia arrivata da due registi ottantenni non riesco ancora a capire se sia positivo o negativo; in tutti i casi, “Cesare deve morire” è un gran film, per il modo in cui riporta in scena una delle opere cardini della storia della letteratura (a sua volta riferita a un evento focale della storia della civiltà occidentale) e anche per il suo essere un esempio di cinema ‘diverso’ e per certi aspetti coraggioso.