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MIA MADRE

Margherita si divide tra il capezzale della madre, ricoverata in ospedale e ormai avviata alla fine della vita e il suo lavoro di regista, sul set di un film sul mondo del lavoro, in cui deve fare i conti con gli atteggiamenti divistici e bizzosi di uno dei protagonisti; a fianco a lei il fratello Giovanni, che decide di licenziarsi per dedicare tutto il suo tempo alla madre, il marito – dal quale è separata – e la figlia adolescente.

Nanni Moretti torna allo stile autobiografico che ne ha sancito il successo tra gli anni ’80 e i ’90, stavolta portando sullo schermo un’esperienza tanto dolorosa, quanto ‘comune’: la scomparsa di un genitore dopo un periodo, più o meno lungo, di cure in ospedale. Moretti torna a raccontare un lutto, come già successo ne “La stanza del figlio”, ma se in quel caso la tragedia era caratterizzata, per così dire, da una sorta di ‘innaturale specialità’ – il sopravvivere dei genitori ad un figlio – stavolta ad essere raccontata è una vicenda che per quanto dolorosa è perfettamente ‘normale’.

La difficoltà se vogliamo era proprio quella di evitare che la normalità di quanto raccontato si trasformasse in ‘banalità’ di parole e situazioni; all’opposto c’era il rischio che la propria vicenda personale venisse ‘messa su un piedistallo’ rispetto a quelle di tutto il resto del pubblico… Moretti riesce ad evitare i due rischi opposti mettendo un sorta di ‘diaframma’ tra il vissuto e il raccontato: affida quello che altrimenti sarebbe stato il ‘suo’ ruolo ad un’attrice (utilizzando anche la differenza ‘di genere’ per marcare ancora di più la differenza), in un certo senso sdoppiandosi e riservando per sé una parte più ‘marginale’, quasi come guardandosi allo specchio. Uno stratagemma che consente al regista di raccontare e raccontarsi, ma affievolendo un coinvolgimento che altrimenti sarebbe stato forse eccessivo.

Il risultato è un film per molti versi doloroso, che finisce fatalmente per commuovere lo spettatore che è passato attraverso determinate situazioni, ma anche coloro che, magari non avendole ancora vissuto, pensano che purtroppo sono forse destinati a compiere lo stesso percorso… ad ‘addolcire’ il senso di inevitabilità che aleggia su tutto il film c’è la parte del ‘film nel film’ (altro ‘topos’ della narrativa morettiana), gli incidenti di lavorazione, l’ironia sugli atteggiamenti dispotici dei registi e quella su certi ‘tic’ degli attori hollywoodiani… C’è un concetto ricorrente nel film, in cui la regista dice agli attori di interpretare i loro ruoli, ma lasciando trasparire anche qualcosa di sé stessi in quanto persone reali, il che appare come una ‘frecciatina’ nei confronti dei metodi americani di completa immedesimazione tra attore e personaggio… non a caso, nella storia il protagonista del film è proprio uno di questi attori ‘maniacali’, che arriva a pretendere che certe bottiglie di champagne sul set non siano oggetti di scena, ma bottiglie reali…
E’ un lato del film che, alleggerendo la storia principale, permette a Margherita Buy di dare sfogo al suo consueto campionario ‘nevrotico’ ma, soprattutto, a John Turturro di dare vita ad un personaggio spassosissimo, sempre sopra le righe, esaurito e un filo cialtrone.

Margherita Buy è comunque efficace nel dare vita ad una donna che fa i conti con la prossima scomparsa della madre, mentre Moretti tiene per sè un ruolo se vogliamo di ‘sostegno’, il fratello che aiuta la protagonista a fare i conti ed accettare la situazione. Giulia Lazzarini dà vita in modo efficace al personaggio della madre, afflitta da acciacchi fisici e perdita di lucidità.

Guardando “Mia Madre” si passa dalla risata aperta alle lacrime: estremi emozionali che solo i grandi film sanno dare.