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SALLUSTI

La vicenda di Sallusti: verrebbe quasi da dire che alla fine ‘chi semina vento’, raccoglie tempesta. Il personaggio, lo dico esplicitamente, mi è odioso, con quell’atteggiamento da ‘so tutto io’, che, beninteso, condivide con la gran parte dei giornalisti, in particolare quelli che si occupano di politica e in particolare quelli che vanno in televisione (vedi alle voci: Belpietro, Sechi per il centrodestra, o Giannini, Menichini, Damilano, Telese per il centrosinistra). Ora. Lungi da me mettere in dubbio la necessità che la ‘libertà di espressione’ in Italia debba essere tutelata (per quanto mi riguarda chiunque ha diritto di dire la sua: non arrivo magari al concetto ‘voltairiano’ del ‘sacrificio per la difesa del diritto altrui a diffondere le proprie idee, ma insomma,  credo che quello di esprimersi sia un diritto sacrosanto). La domanda è se la libertà di espressione si possa spingere fino all’insulto gratuito, alla diffamazione.  Sallusti è stato condannato perché ‘responsabile’ in quanto Direttore del ‘Giornale’ per un articolo in cui la si buttava giù pesante contro un giudice, in un controverso caso di aborto riguardante una minorenne.  Il punto è che c’è una legge che afferma che per tale reato si può andare anche in galera, legge che nel caso di Sallusti è stata applicata per quanto poi ‘sospesa’. Io non vedo cosa ci sia da scandalizzarsi: forse il problema è che c’è una legge che dice che per il reato di diffamazione si può anche andare in galera. Ok, discutiamone, ma come al solito in Italia si parla di certe cose solo ex-post: ne abbiamo avuto un esempio fresco, fresco: nessuno ha mai detto nulla contro lo scandaloso fiume di denaro pubblico che scorre verso le Regioni; il problema si pone quando si scopre (ma che combinazione!!!)  che i destinatari di tali soldi ci fanno quello che pare  a loro.  Lo stesso dicasi per il caso Sallusti: c’è una legge – probabilmente ingiusta – della quale però ci si accorge solo quando ad andarci di mezzo è il direttore di un giornale ‘di punta’… Vorrei capire se la reazione sarebbe la stessa se la legge fosse stata applicata a un semplice cronista di una testata locale: il solito ‘doppipesismo’ all’italiana, per il quale nessuno ha nulla da dire contro certe leggi fino a quando queste non vanno a toccare qualche ‘pezzo grosso’. Va tutto bene quindi: l’indignazione, le proteste, le urla a difesa della libertà di espressione (ma, continuo a domandare,  anche della libertà di insultare?), però tutta la faccenda lascia la solita impressione di un’Italia dove ad essere tutelati sono solo alcuni, in cui le ‘alzate di scudi’ arrivano solo quando ad essere coinvolto è il rappresentante di una delle tante ‘caste’ che popolano la nostra nazione…

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FIORITO, POLVERINI, ETC… E I ‘GIORNALISTI’?

Devo dire la verità: mentre tutti s’indignano, io sinceramente non riesco a stupirmi: sarà che ormai, più vicino ai 40 che ai 30, ne ho viste parecchie, sarà che ho la memoria ‘lunga’, ma davvero, che c’è da stupirsi? Insomma: un fiume di soldi pubblici ai politici, che ci fanno quello che gli pare… e la novità, scusare, dove sarebbe? Tutti a chiedersi il ‘perché’… La questione non è generazionale, o di classe politica, la questione è meramente ‘culturale’: in Italia, da tempo immemore, quello del ‘fare politica’ è considerato un mestiere come un altro, un modo per ‘guadagnarsi’ (con maggiore o minore sforzo) la pagnotta’, o per fare soldi. Finché sarà così, dubito che le dichiarazioni d’intenti, puramente d’occasione, troveranno reale applicazione: ci sarà sempre qualche scappatoia, in virtù della quale il flusso di soldi riprenderà come e anche peggio di prima. Ripartire da zero non significa sostituire alcuni nomi con altri. Ripartire da zero significa cominciare a guardare alla  ‘politica’ come ‘servizio alla cittadinanza’ limitato nel tempo. Servizio alla cittadinanza. In questo quadro, sono senz’altro buone le proposte di chi, come Grillo, ma anche Renzi, dice: due mandati e poi a casa: si presta il proprio servizio come consigliere municipale, sindaco, Parlamentare, per un massimo di dieci anni e poi si torna a fare ciò che si faceva prima; dopodiché, a cascata, viene il discorso del trattamento economico, adeguato ad un’esistenza dignitosa per sé e la propria famiglia, ma nulla più. Qualcuno dirà che chi sa di poter avere l’occasione di ‘fare i soldi con la politica’ per poco tempo, cercherà di farne ancora di più. Probabile, se le cose restano così: se, cioè, si intende la politica come un mestiere come un altro e non come servizio pubblico. Se non cambia il concetto di fondo, se l’onestà non viene insegnata fin dalla scuola, se i furbi continuano a farla franca e i retti a passare per co***oni, le cose cambieranno molto poco, a prescindere dalla presunta ‘pulizia’ di cui tanti si riempono la bocca…  Un’ultima osservazione: non si può non notare come da tutta questa vicenda siano stati palesemente assenti i cosiddetti ‘giornalisti’, che si sono mossi con grande ritardo: se è vero, in una certa misura, che l’ex Presidente Polverini ‘non poteva non sapere’, non fosse altro che ‘per sentito dire’, dell’utilizzo disinvolto e fantasioso dei soldi pubblici da parte di certi consiglieri, lo stesso discorso può essere fatto per i giornalisti: il Giannini che ieri come al solito con tutta la sua protervia attaccava la Polverini, dove stava in tutti questi anni? Non veniteci a dire che i ‘giornalisti’ non ne sapevano niente, perché è a tutti noto che la stragrande maggioranza del giornalismo italiano è avvinghiato e colluso col potere politico… Quindi l’esistenza di certi ‘verminai’ credo fosse arcinota a gran parte del mondo del giornalismo italiano, in questo caso laziale, che naturalmente si è ben guardato dall’aprire bocca, almeno fino all’ultimo, quando l’osso ‘da spolpare’ gli è stato offerto da un piatto d’argento. Ma il giornalismo d’inchiesta, quello che non guarda in faccia a nessuno, in questo caso, che fine ha fatto? Possibile che nessuno sapesse dello stile di vita ostentato da certi consiglieri, oltre che di certe feste in stile antica Roma… Uffici stampa dei politici e giornalisti sono pappa e ciccia, pranzano insieme, si scambiano informazioni: possibile che in tutti questi anni nessuno sapesse niente? Sinceramente, mi sembra difficile da credere…

IL GIORNALISMO AI TEMPI DI INTERNET

O meglio, al ‘professione giornalistica’ ai tempi della ‘Rete’: la considerazione è amara, e alquanto deprimente: l’avvento di Internet ha danneggiato, forse in modo irreparabile, la professione di giornalista. Se pensiamo a ciò che per il mondo del giornalismo Internet prometteva e a quello che poi in effetti ha mantenuto nei tempi attuali, il bilancio è ampiamente deficitario: pochissime delle ‘magnifiche sorti progressive’ si sono in effetti realizzate, quasi tutte le peggiori si sono invece concretizzate.
La moltiplicazione delle fonti di informazione ha portato ovviamente a un vantaggio per i fruitori, ma nel contempo si è generato un circolo vizioso al ribasso che ha portato a un sostanziale svilimento della ‘professione’: con questo intendiamoci non intendo dire che Internet abbia peggiorato il livello medio della scrittura (anche se poi, qua e là, si assiste a strafalcioni incomparabili); ciò che è peggiorato, e di molto, e la valutazione del lavoro. Il risultato, che credo sia davanti agli occhi di tutti, è che ormai la valutazione economica del giornalismo di ‘informazione’ (che sia ‘generalista’ o ‘settoriale’) su Internet è completamente scollegata dal livello di competenza.
Il problema di fondo, naturalmente, è il solito: non è la ‘rete’, ma come la si usa, unito ovviamente a un sistema italiano ancora fondato sul vetusto ‘Ordine’ che dovrebbe teoricamente sancire le capacità di scrittura giornalistica di un professionista, ma che poi nei fatti è completamente inefficace sotto questo profilo: al giorno d’oggi ci si potrà anche fregiare di un ‘tesserino’, ma ciò non vuol dire certo che si sappia parlare e scrivere in italiano corretto.
Ci si trova davanti a un completo ginepraio: da una parte l’abolizione di ‘sto stramaledetto ‘Ordine’ appare non più rinviabile; dall’altra, ci si trova di fronte a una ‘liberalizzazione’ del settore in cui tutto il manico del coltello sta nelle mani degli ‘editori’: un processo che ha portato non sono allo svilimento professionale del ‘mestiere’, ma in parallelo al suo declassamento economico.
L’ultima ‘genialata’ dagli editori per fare soldi alle spalle dei poveri ‘scribacchini’ è quella dei blog… Si aprono siti di informazione (spesso specifica rispetto a determinati settori) a raffica, travestendoli da ‘blog’: in questo caso si evitano tutti i costi economici e i rischi legali della faccenda, e nel contempo si dà a chi ci scrive una paga ‘da fame’: ormai siamo scesi al di sotto del centesimo (lordo) a parola, il che fatte le debite proporzioni ci porta a un esito allucinante: fatti due conti, per poter sbarcare il lunario si dovrebbero scrivere svariate centinaia di articoli al mese. Tutto questo tra l’altro ha comportato una spirale al ribasso che ha coinvolto anche quegli editori ‘virtuali’ onesti, che si trovano ad aver a che fare con una concorrenza nei fatti sleale, che magari vorrebbero pagare adeguatamente i propri giornalisti, ma che sono costretti di conseguenza ad abbassare i compensi erogati.
Fate voi le proporzioni sul numero medio di articoli scritti da chi lavora su un quotidiano; pensate solo a quanti ‘editorialisti’ della carta stampata in fondo null’altro fanno se non scrivere l’equivale di un post di un blog al giorno, ricevendo per questo paghe che superano di varie decine di volte quelle di un semplice blogger. D’accordo, ci sono  di mezzo ‘il nome’, la ‘carriera’, etc… Ma poi vai in giro in rete e ti accorgi che ci sono decine, centinaia, migliaia di blogger capaci di scrivere cose molto più intelligenti dei vari Serra, Gramellini e compagnia bella. Oltretutto chi scrive sui ‘blog’ di informazione spesso non ha manco la ‘soddisfazione’ di veder pubblicata la propria firma, perché per evitare grane gli editori preferiscono che chi scrive usi uno pseudonimo.
La questione dei siti di informazione ‘mascherati’ da blog pone un altro nodo gordiano: non si possono accomunare i blog a testate informative, perché sarebbe ingiusto nei confronti di chi su un blog ci scrive i cavoli propri; dal lato opposto però appare ormai necessario mettere un argine ai ‘paraventi’ che editano decine di ‘falsi blog’ pagando una miseria chi ci scrive.
Non parliamo poi di tutti quei siti (musicali, cinematografici, letterari) che si fondano sulla pura passione, nei quali nessuno ci fa una lira, ma che spesso e volentieri offrono un’informazione svariate volte più puntuale e attendibile dei quotidiani: per ogni Mereghetti, Morandini, Venegoni, Castaldo & Assante che ricevono profumati stipendi per scrivere i loro ‘pezzetti’ sulle pagine ‘pesanti’ dei quotidiani, ci sono centinaia di persone più competenti che scrivono su Internet per pura passione senza farci una lira.
Purtroppo affermare la necessità di ‘compensi minimi’ è ipotesi poco praticabile; all’opposto c’è il fatto che gli ‘editori online’ spesso se ne fregano della qualità, basandosi sui ‘grandi numeri’: si aprono decine di blog, puntando sul fatto che prima o poi qualcuno ci capita e col sistema dei pagamenti per ‘click’ o per ‘visita’ di soldi ne entrano comunque.
L’idea è insomma che si sia entrati in un processo abbastanza irreversibile, in cui quello del giornalismo è destinato a diventare un mestiere sempre più ‘amatoriale’ e sempre meno ‘remunerato’, in cui la qualità è un aspetto secondario, e in cui tutto è affidato alla fortuna di lavorare per un editore ‘onesto’ (e lascio perdere tutta la questione della dipendenza dell’editoria italiana dalla politica, con la conseguenza che in Italia spesso e volentieri per essere pagati basta scrivere ciò che piace al politico di riferimento di  turno); del resto, anche il giornalismo è una professione ‘intellettuale’ che non produce oggetti ‘fisici’ e che (come avvenuto per altri settori come la musica o il cinema), sta risentendo della svalutazione economica derivante dalla concezione della come ‘universo del tutto, subito e gratis.
Certo, è un peccato che si sia lasciato che le cose siano andate così: la politica è sempre ‘tarda’ nel percepire l’evoluzione della società: così come sarebbe stato necessario mettere mano a una nuova legge sul copyright per far partecipare gli autori al ‘business’ del filesharing gratuito, così sarebbe stato necessario rivedere le caratteristiche della professione giornalisftica per mettere in moto meccanismi che facessero si che la professionalità venisse sempre – e adeguatamente – remunerata su Internet: nemmeno questo è stato fatto e i nefasti risultati sono del tutto evidenti.

R.I.P. GIORGIO BOCCA (1920 – 2011)

Se ne va l’ultimo ‘grande’ della sua generazione, quella di Montanelli e di Brera (andatosene troppo presto). Purtroppo, mi pare che chi è venuto dopo non abbia saputo raccoglierne l’eredità: non a caso, il mondo del  giornalismo degli ultimi trent’anni si è progressivamente asservito alla politica, partendo sempre e comunque da posizioni preconcette;  di nuovi Bocca, Montanelli, Brera, non ne vedo all’orizzonte; certamente è molto più comodo impacchettare l’articoletto per far piacere al referente politico di turno…