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PORTFOLIO, “DUE” (THIS IS THE LAND)

Secondo lavoro sulla lunga distanza per questo quintetto che scende direttamente da quella zona dell’Emilia, in cui la pianura ascende verso l’Appennino per confondersi con la Toscana, che negli anni ha sfornito talenti musicali a ripetizione dai CCCP agli Offlaga Disco Pax, passando per Ustmamò e Giardini di Mirò.

Due come il secondo capitolo della loro biografia discografica, ma anche ‘due’ all’inglese, in senso di necessità, o ancora due, come simbolo dell’ambivalenza su cui sembra vivere il disco, rappresentata efficacemente da un’apertura dalle tinte vagamente house, una voce elegante che svetta sull’andamento sinuoso delle chitarre e il calore dei battiti dello  sfondo, e dalla chiusura, un’interminabile suite di oltre quindici minuti che si snoda tra riverberi chitarristici, sonorizzazione da colonna sonora e il finale dominato dagli archi.

In mezzo altri cinque pezzi, in cui la band appare mescolare continuamente le carte, seguendo appunto una falsariga che da un lato non disdegna certe atmosfere sornione, vagamente suadenti, all’insegna di un pop elegante, e dall’altra è sempre pronto a lasciare spazio alla grana tagliente delle chitarre.

Disco per lo più strumentale, “Due” vive sull’ampia gamma di suoni utilizzati: i cinque componenti della band si sono fatti ulteriormente accompagnare nel loro cammino da un manipolo di ospiti, tra voci femminili, archi, le chitarre di Jukka Reverberi dei Giardini di Mirò, ad arricchire un ensemble che gioca sul matrimonio riuscito tra chitarre e tastiere di vario genere, con la sezione ritmica a fare da celebrante e fiati in veste di testimone.

La cifra sembra essere quella di una certa duttilità, di un voler cambiare strada anche all’interno dei singoli brani, rendere il viaggio accogliente ma allo stesso tempo dare all’ascoltatore un certo brivido per la sorpresa, lo sviluppo inaspettato, anche a costo, in alcuni frangenti, di sembrare un po’ ondivaghi… il risultato in un certo senso è un disco da scoprire, che nel succedersi degli ascolti rivela sempre un particolare prima sfuggito… tra una cover di Criminal World, proveniente dal repertorio dei britannici Metro e il già citato finale, sonorizzazione del documentario Three Songs About Lenin di Dziga Vertov, i Portfolio assemblano un lavoro affascinante e se vogliamo anche dotato di un certo respiro internazionale.

Chi vuole farsi un’idea, può ascoltarli qui.

THREE LAKES & THE FLATLAND EAGLES, “WAR TALES” (UPUPA PRODUZIONI)

Un concept dedicato alla guerra, che divine spunto per parlare d’altro: è il progetto di ThreeLakes, alias Luca Righi, accompagnato in questo esordio discografico da un manipolo di amici che si presentano come The Flatland Eagles, guidati dal produttore – e sostenitore della prima ora del progetto – Andrea Sologni (Gazebo Penguins), trai quali troviamo anche Paolo Polacchini (Three In One Gentleman Suite) e da un nutrito gruppo di ospiti: Emanuele Reverberi (Giardini di Mirò) Capra (Gazebo Penguins), Francesca Amati (Comaneci), Luciano Ermondi (Tempelhof).

L’ampio numero di partecipanti è un buon punto di partenza per parlare di un disco che spesso e volentieri, per atmosfere e attitudine, ricorda quelli di certi ‘collettivi’ nordamericani che negli ultimi anni vanno per la maggiore (chi ha detto Arcade Fire): certo, con esiti meno magniloquenti e pirotecnici, in un disco dai toni abbastanza dimessi, anzi più forse è meglio dire, sommessi, pur non mancando di parentesi più movimentate.

Chitarra e voce disegnano melodie dalle tinte crepuscolari, quasi funebri, la cadenza lenta,  all’insegna di un essenziale cantautorato folk pronto, in alcuni frangenti a vestirsi di paramenti orchestrali con l’ingresso degli altri strumenti (tra cui armoniche, archi e fiati) che si accompagnano ad un cantato (in inglese, che unito ad altre voci si fa talvolta corale) dalla emozionalità dolente.

La guerra è il filo conduttore, coi suoi tanti aspetti: il dolore, la perdita, la separazione, l’umiliazione, la paura mescolata alla speranza del ritorno; ThreeLakes svolge il tema ampliandolo, fino a parlare d’altro: di separazioni e riconciliazioni coi genitori, di affetti, la redenzione per le proprie colpe, in un campionario di suggestioni in cui, lungo i dieci brani presenti, trova spazio anche un omaggio ad Hank Williams.

E così “War Tales” finisce per essere un disco denso di suoni e di emozioni; uno di quei lavori ricchi ma capaci, pur nella loro essenzialità, di rivelare qualche aspetto precedentemente sfuggito all’ascolto.