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LAROCCA, “VENTIZEROTRE” (A PLACE TO BE / LIBELLULA MUSIC)

È un esordio che impressiona, quello del pugliese Larocca: per parole, suoni, voce.

Lavoro che ondeggia tra la riflessione sul sé e lo sguardo verso il mondo: tra amori finiti e ricordi d’infanzia, il sesso ai tempi di Internet e dei ‘social’ e la critica al conformismo, la necessità di vivere la vita come viene e di seguire le proprie aspirazioni, il racconto di una violenza tra le mura domestiche e le sue conseguenze.

Disco in questo simile a tanti altri; a fare la differenza è la forza della voce e della personalità, che ricorda molta tradizione cantautorale italiana senza ricondurre direttamente a nulla: personalmente, mi ha ricordato il Dalla più sentimentale da un lato e dall’altro Gaber, per una certa ricorrente vena declamatoria, percorrendo episodicamente sentieri più rock.

La scelta sonora è all’insegna di una ‘patina di antico’: fisarmonica e hammond, echi e suoni d’ambiente, tra canzone e popolare echi del progressive di casa nostra, suggestioni ‘floydiane’.

Una coscienza di un passato e di un’eredità che si estende anche al puro dato biografico: l’incipit e la chiusura affidati a una voce che viene da lontano, quella della nonna del cantautore.

“Ventizerotre” è un disco ‘pieno’, di suoni e parole, di quelli capaci di sopravvivere anche dopo una manciata di ascolti, di lasciare un’eco, una scia.

 

 

 

EUGENIO IN VIA DI GIOIA, “TUTTI SU PER TERRA” (LIBELLULA MUSIC)

I torinesi Eugenio In Via di Gioia approdano al traguardo del secondo lavoro sulla lunga distanza, dopo aver mietuto un buon successo di pubblico e critica con l’esordio, “Lorenzo Federici”.

Il titolo, “Tutti su per terra”, accompagnato da una copertina che rivolta il mito di Atlante mostrandocelo schiacciato sul pianeta, anziché a sostenere la volta celeste, delinea il filo conduttore dei nove brani, quello di un ‘mondo alla rovescia’, dominato da una generale inconsistenza fatta di mode passeggere, rapporti umani labili, una società sempre più rarefatta.

“La realtà è aumentata a tal punto da rendere esigua la fantasia”: l’incipit di ‘Giovani Illuminati’, traccia di apertura, appare quasi programmatica, paradigma di un progresso tecnologico nel quale ormai siamo immersi quotidianamente, che apparentemente rende tutto possibile, ma che alla fine tarpa proprio la capacità immaginifica che distingue gli uomini dagli altri esseri viventi.

Si continua così, per mezz’ora, in un mondo che appare correre con noncuranza verso l’Apocalisse, in cui il rapporto di interdipendenza con la natura si è forse irrimediabilmente deteriorato, in cui si vive oppressi dalle nevrosi quotidiane perdendo forse di vista il quadro generale.

Il rumore di fondo di un mondo sempre più interconnesso porta a un bisogno di silenzio che viene colmato con la rarefazione dei rapporti umani. Soluzioni ‘estreme’ al problema del bullismo, un Pinocchio divenuto adulto e, venuto meno il Grillo Parlante, libero di vivere senza troppi scrupoli morali. La bulimia informativa che porta all’insensibilità, così come il disboscamento continuo rende i terreni impermeabili, fino a un finale che evoca una ‘pace mondiale’ prodotto di un’inquietante democrazia globale, in cui anche gli eroi hanno alzato bandiera bianca.

Gli Eugenio In Via Di Gioia scelgono ancora una volta l’arma del sarcasmo, condito con un filo di cinismo e una punta di autentica cattiveria, per prendere di petto una società per certi versi ormai sotto controllo; la formula sonora continua ad essere arrembante, mescolando folk e rock, cantautorato e suggestioni da ‘banda di paese’, anche se tra le pieghe del disco si intravede la necessità di qualche complicazione in più, di non volerla buttare completamente sull’aspetto ludico, di ritagliarsi spazi di riflessione, anche amara.

Guardando a certi illustri predecessori – Gaber, Jannacci, Graziani – gli Eugenio In Via di Gioia continuano a percorrere con personalità la propria strada, riuscendo a superare le difficoltà poste da un secondo lavoro che doveva confermare quanto di buono mostrato nell’esordio.

BUON VOTO A TUTTI

Comunque la pensiate.

Credo che la possibilità di votare non vada data per scontata: in molte parti del mondo è impedita, limitata, o ridotta ad una farsa; qui, per il momento, ancora non è così, anche se certo, sulla reale portata del ‘voto democratico’ ci sarebbe da discutere, in un mondo in  cui molte decisioni importanti sono prese altrove e solo pigiando un tasto si possono portare al fallimento intere Nazioni: “Sorry, democracy is changing”, cantavano i Killing Joke.

Tuttavia, boh, a me questo gesto di andare al seggio ed esprimere il voto ha ancora la valenza di una sorta di ‘rito laico’, e si noti che lo dico io, che per altri versi sono un grande fautore dell’uso di Internet come strumento di espressione della volontà popolare… Forse non è coerente, forse le due cose possono stare benissimo insieme.

Comunque la pensiate, buon voto: e se proprio ‘vi fanno tutti schifo’, c’è sempre l’opzione scheda nulla… ma una capatina al seggio, fatela comunque.

 

 

GIANMARCO BASTA, “SECONDO BASTA – 12 CANZONI TRAGICOMICHE” (FonoFabrique / Libellula Press)

Secondo Basta: ‘secondo’ come il lavoro n° 2 e secondo come ‘l’opinione di’. Le intenzioni del disco si intuiscono già dal titolo, ulteriormente chiarite dalla sua estensione: 12 canzoni tragicomiche, e infatti l’ironia, il disincanto, un filo di amarezza costituiscono la cifra emotiva, il filo conduttore dell’intero lavoro.

Fidanzate che cambiano sesso od ex che restano incinte; storie quotidiane di varia umanità che si incrociano per le strade di Bologna; l’ossessione per il denaro, che sfocia nelle (presunte) facili scorciatoie del gioco d’azzardo, o peggio in ‘fattacci’ da talk show pomeridiano, l’eterna povertà degli artisti, il male di vivere che può sconfinare nella disperazione, l’amicizia come ancora di salvezza, in alternativa alla dipendenza dai farmaci, novelle ‘ostie’ per gli adepti del ‘dio-Antidepressivo’.

Il cantautore bolognese parla di microcosmi umani e ‘massimi sistemi’ sociali, lasciando aleggiare nell’aria l’interrogativo sul se e quanto di autobiografico vi sia alla base dei suoi testi.

I suoni compongono un mosaico variegato e variopinto: blues, accenti spagnoli, la tradizione popolare, il reggae e il jazz.

Un lavoro che molto deve a una nobile e lunga tradizione, quella dei Gaber e degli Jannacci, condita per il gusto nell’uso delle parole di un Palazzeschi, nomi che lo stesso Basta cita trai propri riferimenti.

“Secondo Basta” è soprattutto un disco divertente, che nel suo snodarsi fa nascere la curiosità per cosa avrà da offrire nel prossimo pezzo, dietro la prossima curva; ma allo stesso tempo è un lavoro che lascia un che di amaro, una vaga ombra di malinconia, come quando per strada si incontrano certi casi umani che strappano una risata, ma lasciano un filo di tristezza per ciò che si potrebbe nascondere dietro alla loro apparente comicità.

 

 

DUE O TRE COSE SUL VENETO INDIPENDENTE

Al di là di certe trovate puramente folkloristiche, cui l’interesse della magistratura rischia di dare solo un ulteriore non necessario risalto, credo sia il caso che il problema venga affrontato.

L’indipendentismo non è cosa di oggi, in varie forme è un’idelogia che perdura da anni, non solo in Veneto… credo tra l’altro che si abbia ben presente come tutto questo nasca dalla mancanza di una vera e propria identità nazionale: in fondo siamo una ‘nazione’ da nemmeno 200 anni… nulla di paragonabile a un ‘localismo’ che trae le sue radici dalla caduta dell’Impero Romano, che ha trovato la sua massima espressione nei Comuni e che è stato poi alimentato da secoli di dominazioni straniere diversificate sul territorio.

Non siamo italiani e non ci ‘sentiamo’ tali (come cantava Gaber), non per cattiveria o malanimo, ma perché siamo e ‘ci sentiamo’ innanzitutto romani, napoletani, milanesi, lombardi, veneti (e magari all’interno dello stesso Veneto, guai a confondere vicentini, veronesi, padovani) , come cantava Carboni. In questo alla fine, non c’è nulla di male… è l’Italia come Nazione unitaria ad essere stata ‘costruita’ male e questo lo dico senza alcun sentimento anti-nazionale, ci mancherebbe.

In Veneto, dunque, c’è una discreta fetta di popolazione che vorrebbe andare per conto suo, ‘fare da se’, separarsi dall’Italia dei meridionali mafiosi e dei romani che non hanno voglia di fare niente… poco importa che in Veneto ci sia stata, per dire, la ‘mafia del Brenta’, o che il tanto osannato mito del ‘nordest operoso’ negli ultimi vent’anni si sia fondato soprattutto sulla manodopera immigrata sottopagata e spesso illegale, con conseguente evasione delle tasse… evitiamo però, che sennò magari parte l’accusa di qualunquismo…

Io dico: risolviamola una volta per tutte; giochiamo a carte scoperte, convochiamo un bel referendum nazionale per capire non solo se i veneti vogliono davvero andarsene, ma se il resto degli italiani vuole ancora averci a che fare;
se il risultato dice che il Veneto resta italiano, amen: per almeno cinquant’anni, basta con ‘sta buffonata dell’indipendentismo;
se si decide che il Veneto non è più italiano, benissimo: il giorno dopo il referendum, si tagliano le forniture di acqua, elettricità e gas che dal resto d’Italia giungono in Veneto;
si chiudono strade e autostrade, si impedisce che dal Veneto partano aerei verso l’Italia e viceversa;
si blocca il traffico di merci e persone: nessuno entra, nessuno esce;
si mette l’esercito a presidiare le arterie di collegamento, impedendo che qualcuno trasgredisca.

A quel punto, voglio vedere come se la caverebbe, il ‘grande ed operoso nordest’: probabilmente chiederebbe l’annessione all’Austria o forse no… magari si troverebbero costretti a decidere se continuare con l’indipendentismo o morire di fame, ma che ci volete fare, bisogna accettare le conseguenze di ogni decisione…

Sarebbe un buon banco di prova: servirebbe a capire una volta per tutte se ‘stare insieme’ offra un reale valore aggiunto o se davvero sia meglio andarsene ognuno per cavoli propri… Perché, cari veneti, la verità è che per ogni motivo che voi adducete per il vostro ‘stare male in Italia’, noi non veneti ne potremmo trovare altrettanti per il fatto di non volere avere niente a che fare con voi… in ognuno c’è del buono e del marcio, nessuno può dirsi ‘migliore’ di qualcun altro; siamo diversi e non c’è nulla di male a sottolinearlo, ma ritenere di poter sempre e comunque ‘fare da soli’, mi pare un attimino presuntuoso…

 

EDOARDO CREMONESE, “SIAMO IL REMIX DEI NOSTRI GENITORI” (LIBELLULA DISCHI / SOVIET STUDIO)

Terzo lavoro da studio – e secondo sulla lunga distanza – per Edoardo Cremonese, padovano di nascita, ma trapiantato ormai da qualche anno in quel di Milano.

“Siamo il remix dei nostri genitori” è una galleria di personaggi e situazioni, un disco ‘generazionale’ (ma solo in parte), che procede tra presente e passato, miti adolescenziali e nevrosi moderne, gettando uno sguardo disincanto – a tratti vagamente melancolico – sul ‘mondo che gira’ intorno. Da Samuele, incapace di trovare una sua ‘strada’, al ‘Re nudo’ che a Palermo non scandalizza, ma “a Milano si vergogna e si veste per Bene”, passando per Danilo che per troppo amore vive sul fragile confine tra una passione esasperata e il vero stalkeraggio, c’è nel disco un gusto per la creazione dei personaggi che a tratti ricorda Gaber e Jannacci, in una rievocazione rafforzata dalla citazione esplicita dei due in “Super-noi”.

Lungo i tredici brani del disco si snoda un immaginario che mescola Pantani e i Duran Duran degli anni ’80 rimpianti perché mai vissuti, la strage di Bologna, simbolo – esasperato – del ‘movimentismo’ di allora di fronte all’apparente ignavia dei tempi attuali, il Bagaglino (metafora del ‘riderci su’ di fronte a una situazione che non incoraggia all’ottimismo) e Renato Pozzetto (col suo “Ragazzo di campagna”, simbolo attualizzato di chi dalla provincia si muove verso la grande città), fino a Pantani, Ciprì e Maresco, Falcone e Borsellino.

Un disco denso di immagini e suggestioni, declinati in suoni spesso all’insegna di un pop leggero, a tratti ammiccante, ma mai spudoratamente piacione, che non si nega qualche episodi più squisitamente elettrici, frutto anche della band di tre elementi che afficanca l’autore.

Edoardo Cremonese sembra insomma rappresentare la via più ironica e disincantata al nuovo cantautorato italiano, fin troppo all’insegna di umori neri e depressivi e non è un caso se tra le varie ‘comparse’ del disco, c’è anche quel Niccolò Carnesi che lo scorso anno aveva mostrato un’attitudine molto simile nel suo “Gli eroi non escono il sabato”.