Posts Tagged ‘free jazz’

CONFUSIONAL QUARTET (HELL YEAH RECORDINGS)

Quello dei Confusional Quartet è un nome che non suonerà nuovo, soprattutto a chi ha vissuto l’underground musicale bolognese di inizio anni ’80; forse meno a chi, per mere questioni anagrafiche, non ha vissuto quel periodo. A una trentina d’anni di distanza, la band si è riunita, riprendendo il percorso interrotto e danto alle stampe Italia Calibro X lo scorso anno, cui a brevissimo segue questo omonimo.

Un disco fulminante: undici tracce strumentali racchiuse tra l’iniziale Futurfunk (già uscita come singolo) e la conclusiva Newheawwave, che appaiono più che mai programmatici e indicativi di ciò che il disco (interamente strumentale, ad eccezioni di sporadici ed isolati campionamenti)  propone lungo i poco meno di quaranta minuti di durata: un’incendiaria miscela di free jazz, post hardcore, no wave e new Wave, con esiti talvolta debordanti, parentesi che rimandano a colonne sonore sci-fi, con l’aggiunta di sprazzi ludici, di autentico divertimento.

Il quartetto bolognese appare reggere perfettamente al passare del tempo confezionando un disco compatto, a tratti granitico, pronto a piantare le tende nel lettore cd (o altro strumento di riproduzione), facendosi difficilmente convincere a farsi scalzare.

LOSINGTODAY

REDRICK SULTAN, “TROLLING FOR ANSWERS” (AUTOPRODOTTO)

L’espressione ‘collettivo canadese’ da qualche anno è ormai diventata usuale, quando si parla di ‘rock alternativo /indipendente / usate voi l’aggettivo che più vi aggrada’: nella categoria rientrano anche i Redrick Sultan, la cui formazione – base è un quartetto, che in occasione di questo secondo lavoro sulla lunga distanza viene accompagnato di volta in volta nei diciassette brani che compongono il disco da una ventina circa di ospiti.

Forse più che in altre occasioni un numero così elevato di partecipanti risponde pienamente alle esigenze della band, venendo utilizzato nella maniera più efficace: “Trolling for answers” è una pazzesca cavalcata che attraversa, con disarmante nonchalance, i generi più vari: il funk e il free jazz, il folk e Frank Zappa, il ‘Canterbury sound’ e i ritmi ‘in levare’; il minimalismo da colonna sonora in stile Philip Glass o Michael Nyman e la musica Klezmer, la musica da camera e l’hip hop (mescolato a coretti anni ’30 o a orchestrazioni jazz dai profumi lounge). A impressionare, oltre alla indiscutibile capacità dei Redrick Sultan di attraversare i generi, è l’impressione di compattezza data dal lavoro nella sua complessità: lungi dall’essere un semplice campionario di ‘esercizi di stile’, il disco della band di Vancouver riesce a mantenere una grande coerenza di insieme, riuscendo a mantenere nella gran parte degli episodi una sorta di ‘marchio di fabbrica stilistico’ che cementa il lavoro, impedendogli di perdersi trai rigagnoli delle tante suggestioni musicali che si susseguono al suo interno. Colori sgargianti (con qualche digressione crepuscolare), una buona dose d’ironia e, sullo sfondo, la costante impressione di essere di fronte a una band che si diverte e vuole divertire: per chi non li conosceva, una bellissima sorpresa, un ascolto ricchissimo e a tratti entusiasmante.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY

LUTHER BLISSETT, “BLOODY SOUND” (BLOODY SOUND FUCKTORY)

Collettivo proveniente da Bologna, i Luther Blissett si addentrano in un filone già ampiamente esplorato: quello di certo free – jazz impastato di hardcore, in una formula che può ricordare i Naked City di John Zorn, o guardando a in casa nostra i romani Zu.

Come spesso avviene per i dischi del genere, pochi (o nessun) compromesso e niente fronzoli: una mezz’oretta la durata, tra schegge brevi e un paio di composizioni che, attorno ai sei minuti, appaiono pachidermiche se confrontate col resto.

Uso scarso della voce (e quando accade si tratta più o meno di versi ‘declamati’ in maniera esagitata), per far spazio ad altro tipo di fiato, quello di un sax nevrotico che percorre tutta la durata del disco, accompagnato una sezione ritmica tracotante, dominata da una batteria modello caterpillar, bassi (e contrabbassi) a rafforzare l’incessante ritmica. Un ‘disco di genere’ con tutti i crismi, quindi, il cui limite è forse quello di aggiungere poco o nulla a quanto detto da altri in precedenza, e che quindi finirà per riuscire particolarmente gradito solo ai patiti di questo tipo di pietanze (e forse per certi aspetti, nemmeno a questi). A voler vedere il bicchiere mezzo pieno, si tratta comunque di un’ottima base di partenza (l’ensemble indubbiamente ci sa fare, almeno in quanto ad attitudine e ‘massacro incontrollato’ di strumenti e timpani dell’ascoltatore), per puntare magari a un pizzico di originalità in più in occasione di un eventuale seguito.

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